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Genova fra libeccio, banca, acciaio, industria, finisce a…

La settimana “nera” di Genova: il titolo della Banca Carige perde in un giorno il 13 per cento e il Comune viene assediato dagli operai dell'Ilva

La foto di di Franco Manzitti

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GENOVA – La settimana “nera” di Genova, mentre una tempesta di libeccio assedia la costa e il porto con onde di sei-otto metri, il titolo della Banca Carige perde in un giorno il 13 per cento in Borsa (30 per cento da inizio anno) e il Comune viene assediato dagli operai dell’Ilva che prendono a sputi il segretario del Pd. Un sacrilegio, a leggerlo con i codici del rapporto storico tra il partito, “u’ partiu” a Genova, cioè il Pci e il sindacato, la sua ala più dura e pura, la Fiom.

Sono un sacrilegio gli sputi con i quali le tute blu della Fiom hanno ricoperto il segretario provinciale del Pd, erede del Pci del tempo che fu, Alessandro Terrile, un avvocato poco più che trentenne, durante l’occupazione di palazzo Tursi, la sede del Comune, nel colmo della vertenza Ilva. Lo hanno bloccato a spintoni in un caruggio stretto, che costeggia il nobile palazzo, lo hanno insultato e sputato, ruggendogli addosso la rabbia per l’accordo disatteso tra il Governo, il Comune e l’Ilva moribonda che garantiva una integrazione salariale ai 1700 operai residuali del fu colosso dell’acciaio genovese.

I pilastri di Genova vengono giù uno a uno, come il partito storico dove il Pd tremolante di oggi ha parte delle sue radici, come la Grande Fabbrica che occupava 13 mila lavoratori e la zona più pregiata della città industriale, i moli dell’Italsider affacciati nel porto. Ha vacillato, nella giornata nera del palazzo assediato degli sputi al segretario, della rabbia operaia mai così trasbordata, travolgendo le sedi delle istituzioni, anche la grande Banca_ Mamma di Genova e della Liguria, la Carige, il cui titolo ha perso in un giorno solo il 13 per cento del suo valore e dall’inizio dell’anno il 28 per cento. Salvo rimbalzare il giorno dopo del più nove per cento. Una bordata quasi più forte della libecciata, che in quelle ore stava martellando la costa e il porto con onde di sei-otto metri, bloccando le navi in uno scenario che non si vedeva da decenni e decenni.

La banca, al centro di una lunga e complessa operazione di salvataggio, dopo gli scandali e le inchieste di due anni fa, seguiti a un esplosivo rapporto di Bankitalia, è stato oggetto insieme al Monte dei Paschi di Siena di un attacco speculativo colossale, che ha fatto vacillare i due aumenti di capitale lanciati negli ultimi mesi dal nuovo assetto societario e dai suoi nuovi vertici, il presidente, principe Cesare Castelbarco Albani e l’amministratore delegato Giampiero Montani.

Sotto le ondate del libeccio finanziario il titolo ha perso pesantemente di valore negli ultimi mesi, riducendo di peso un capitale sul quale si reggevano il suo salvataggio e il suo rilancio. “La banca è solida ed è solo sotto assedio di un inusuale attacco speculativo che non minaccia la sua operatività”, si sono difesi i vertici con un comunicato inedito, fuori dalla tradizione, così come era inedito l’attacco frontale a Carige e Mps, sulla scia delle ondate che dall’esplosione dello scandalo di Banca Etruria martellano le banche più fragili dopo le tempeste degli anni scorsi. E la Carige con la sua montagna di sofferenze e di crediti, un miliardo e mezzo da vendere, è una banca evidentemete sotto attacco.

Anche se i suoi soci forti, che hanno preso il posto della Fondazione Carige, fino a due anni fa azionista al 43 per cento, sono solidi come il liquidissimo Vittorio Malacalza, che detiene il 17 per cento, come Gabriele Volpi, il tycoon potentissimo in Nigeria e oggi in gran spolvero genovese è al 7, come Aldo Spinelli, il popolare leader dell’autotrasporto, già presidente del Genoa e oggi del Livorno Calcio, a oltre il 2 per cento. Solidi, ma prossimi quasi sicuramente a qualche operazione di aggregazione che le libecciate complicano sicuro, spostando l’equilibrio: prima erano questi azionisti a determinare qualsiasi futura operazione, ora gli attacchi destabilizzano e possono spingere in una posizione obbligata la banca.

Se tremano le palanche e non dormono sonni tranquilli le decine di migliaia di piccoli azionisti, obbligazionisti correntisti e risparmiatori che avevano affidato i loro soldi alla Banca_mamma, lo scontro tra la punta acuta del sindacato e la politica svela uno scenario ancora più sconvolgente di cambiamento. “Meglio prendere gli sputi che perdere le aziende”, ha commentato il segretario Terrile, rivendicando una possibile soluzione alla vertenza Ilva con l’intervento diretto del Governo e della ministro Guidi, pronta a salvare una parte delle integrazioni salariali dei 1700 dipendenti sotto scacco.

Ma la partita dell’acciaio, che tormenta Genova da decenni è una ferita aperta e non solo per il destino dei lavoratori residuali dell’Ilva di Cornigliano. Si tratta di un pezzo di città intero, dove dal 1938 è stata costruita la prima acciaieria a ciclo integrale d’Europa, riempendo il mare, stravolgendo la costa di Genova e determinando un destino complessivo della città, quando Taranto era ancora da venire. Un pezzo pregiato, perchè di immediato accosto marittimo, che fece la fortuna dell’Italsider e dell’Iri fino alla fine degli anni Ottanta, quando questo Eldorado, sotto scacco perchè era crollato il prezzo dell’acciaio, fu venduto per pochi spiccioli, 900 milioni di lire, all’industriale Emilio Riva.

Dopo la fine tragica del regno di Riva, ora che l’Ilva è in vendita su un mercato mondiale, dove affilano i denti i colossi asiatici cinesi e indiani, dopo i disastri ambientali e la catastrofe di Taranto, quel pezzo di Genova, quel pilasto dell’economia industrializzata, è rimasto solo l’avamposto per quei 1700 posti di lavoro della laminazione e della zincatura, le lavorazioni residuali di Cornigliano, da quando, a partire dal 2005, si è spento l’alto forno ed è cessata la lavorazione a caldo.

Così Genova deve difendere quei posti di lavoro su un territorio che è pregiato per la posizione, ma che oggi è una specie di deserto da bonificare, un deposito di container del porto, una muraglia di stabilimenti vuoti tra la ferrovia e le acque del porto e dell’aeroporto.

Ci si batte e si sputa al segretario del partito che era accusato di tradire i vecchi accordi del 2005, blindati sul mantenimento della retribuzione a tutti gli operai, mentre l’ultimo capitolo della storia industrile genovese sta forse per sfilare via un altro asset alla ex capitale del triangolo industriale. Se finisce la siderurgia, se questa siderurgia viene targata Cina o India e i nuovi padroni cancellano Cornigliano dal mercato, che ne sarà non solo di quei lavoratori, ma di quel pezzo di Genova?

Dentro al palazzo del Comune, occupato e assediato, con il sindaco Marco Doria lontano dalla bagarre e il sindacato spaccato, Fiom da una parte, gli altri separati e su posizioni più trattativiste, si respirava l’aria dell’ultima spiaggia dell’acciaio, dopo tante contese, tanti accordi, tanti scontri frontali.

Gli sputi al partito un tempo egemone e determinante su ogni politica, ma sopratutto su quelle industriali, oggi spappolato, sono come una lapide: qui giace la regia storica della politica e delle istituzioni rappresentative sui massimi destini dello sviluppo locale. Non c’è più politica o sindacato che tenga, siamo riamasti all’ultima linea di difesa, che spara sputi per difendere le retribuzioni. Non resta altro, si stringe Cornigliano, si stringe la fabbrica, la città sgomenta si chiede che ne sarà di quella landa che sputava colate d’acciaio, fumo nero dal mostro dell’altoforno e ora, invece, sputa sui dirigenti di partito. Il sindaco Doria, che potrebbe passare alla storia per quello che sepellisce l’acciaio, ha tante altre gatte da pelare, a incominciare dalla sua declinante popolarità. Nella classifica pubblicata dal quotidiano economico, “Il Sole 24 ore”, è scivolato all’ottantottesimo posto.

E questo proprio quando è uscita la sua decisione, non ancora conclamata, di tentare il bis tra un anno, alle elezioni comunali del 2017. Alla faccia del Pd che regge la sua maggioranza e non è affatto concorde nell’apparecchiargli la conferma. Le palanche della Carige che tremano nei forzieri, l’industria che cede il suo piatto forte, il Pd che si lacera e prende gli sputi. A Genova è proprio tempo di libeccio, quel vento cattivo che alza onde di sei, sette otto metri e picchia dritto sulla costa, scavalcando perfino la diga foranea, bloccando le navi e i traghetti in banchina.