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Genova, la grande ritirata della borghesia mentre arriva Renzi a trattare l’uscita di Doria

La foto di di Franco Manzitti

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Nei salotti che non ci sono più, nei circoli residuali di una classe dirigente che fa sempre più fatica a pagare la quota sociale del suo club, nelle rare occasioni di incontro di imprenditori, commercianti di alto lignaggio, di una borghesia sempre meno apparente, chiusa nelle fabbriche che chiudono, negli affari che si riducono, nelle famiglie dalle quali le giovani generazioni scappano a studiare e a lavorare all’estero, dove si cerca solo il master più proficuo per piazzarsi bene, il nome di Doria Marco, il sindaco, è diventato un sibilo.

Non è mai stato dei loro il sindaco-marchese, di nobile lignaggio, di antiche nobiltà e di pensiero marxista, come il padre, il professore Giorgio. Non ha mai vissuto da borghese, malgrado i palazzi, le case, le tenute, le parentele, perfino le scuole e le frequentazioni infantili. Della nobile schiatta ha mantenuto, anche nei momenti più duri della sua sofferta sindacatura, incominciata nel 2012 e oggi verso un complicato tramonto, più di ombre che di luci, ma anche con qualche luce, il tratto elegante, la postura ferma, il tono sempre misurato, il sorriso nascosto nella compiacenza dissimulata, l’orgoglio con lampi di sangue blu, la disponibilità per niente affettata, la sensibilità verso le categorie più deboli, senza nessun cedimento alla magnanimità un po’ pelosa che probabilmente avevano i suoi avi verso le classi sociali non all’altezza della loro.

Sarà per tutte queste caratteristiche, per questo stile composto, mai un’alzata di tono, mai un gesto scomposto, mai uno scatto fuori luogo, un discorso fuori dalle righe, che quando si presentò, un po’ a sorpresa alle Primarie del novembre 2011 del centro sinistra e le vinse con grande sorpresa e clamore, molti della decadente borghesia genovese, quelli di quei circoli e dei salotti residuali e delle aziende ancora in piedi e di una finanza trasbordante nei forzieri, ma tenuta riservata riservatissima, tirarono quasi un sospiro di sollievo di fronte a un Doria, proprio un Doria, che scendeva in campo per diventare sindaco, come non era riuscito a suo padre, diventato vicesindaco, ma poi sdegnosamente ritiratosi per i suoi difficili rapporti con il Pci dominante un po’ protervamente di quegli anni Settanta-Ottanta.

“Almeno è di una famiglia che si conosce” – sussurrarono tra loro, vecchie dame che mai avrebbero deposto nell’urna una scheda di sinistra e i discendenti di famiglie oculate, abituate a maneggiare la politica con molto sussiego, consigliandosi a mezza voce tra di loro, in un corridoio del circolo frequentato con parsimonia o nelle rare occasioni pubbliche, sempre più diradate in una città che si stringeva, che calava di forza, e , quindi, anche di dibattiti sul futuro, sulle proiezioni della politica, osservata con una certa distanza, con una schizzinosità crescente, manifestata con un certo fastidio.

Ora tutto questo è diventato un sibilo strisciante, mentre il regno di Doria si spegne e ci si interroga nell’ipotesi che il sindaco, per quanto trafitto, come san Sebastiano dei grandi affreschi, che in molte di quelle case avite e riservate stanno appesi alle grandi pareti affrescate, dalle polemiche interne ed esterne, possa ripetere il suo mandato, sfidando il partito democratico, suo architrave che non lo vuole più ma che traccheggia perché cerca di costruire una maggioranza larga, che abbracci tutte le forze di sinistra.

“Solo uniti possiamo vincere” – finalmente dice, dopo mesi di silenzio, il commissario regionale del Pd, il fiorentino David Ermini, un renziano di ferro, simpatico estroverso e forse anche un po’ sconvolto dalla rusticità dei genovesi liguri, dalla loro latente litigiosità e dalla ermeticità elegante di questo sindaco Doria, che lo guarda senza slanci, come un suo avo avrebbe potuto guardare dalla finestra del suo palazzo, in una di quelle strade segrete genovesi, fatte di palazzi colmi di tesori, rigorosamente tenuti coperti, un viaggiatore della Toscana, venuto nella sua contrada per chissà quali affari inseguire.

Ma i borghesi sibilano perché quel candidato, che aveva potenti raccomandazioni implicite di famiglia, in fondo ha deluso le aspettative. La città è rimasta ferma e ora la marea montante dei ciompi, che nel linguaggio moderno sono i grillini, i quali a Genova hanno il loro capo, Beppe Grillo, appena rientrato nel sua rango di leader, potrebbe veramente conquistare il palazzo del Comune a Tursi e spazzare via gli altri candidati, a incominciare proprio da Doria, ancorchè convintosi a ricandidarsi malgrado tutto.

Ma Doria si candiderà per il bis? Il tempo scorre rapido, l’estate se ne è andata, la data del referendum istituzionale oramai è fissata al 4 dicembre e, quindi, tutte le remore che collegavano a quell’esito politico le decisioni della alleanza, che ha sorretto Doria nella sua elezione e ora molto meno nel suo finale di mandato, lasciandolo spesso in braghe di tela, incominciano a misurare un conto alla rovescia.

Né Doria, né il Pd diviso, frastagliato, incazzato nei suoi conflitti interni, possono perdere ancora troppo tempo. I “ciompi” sono alle porte, ma anche il centro destra, che da decenni non ha mai rappresentato un’opzione per il governo cittadino genovese, rialza la testa, tra i successi del governatore ligure Giovanni Toti, le discese in campo di Stefano Parisi, un moderato che alla borghesia zeneise solletica non poco. Che fare?

Ondeggiante tra la fiducia offerta a Doria sulle poltrone di quei circoli, nella sobrietà di quei salotti sempre meno frequentati, nei consigli di amministrazioni sempre più rari e tra gli iniziali crediti aperti a Renzi che rottamava la vecchia guardia e apriva in modo roboante alle riforme, cercando di aspirare un centro, fatto anche di quella classe mercantile, molto pragmatica, così ondeggiante quella borghesia sibila e sussurra, perché non sa bene che pesci prendere.

Il Governo di Roma trema, il refendum spacca come una mela anche quei salotti, dove si affrontano muso a muso anche i suoi contrapposti campioni, illustri professori del “no”, come l’ex vicepresidente della Camera, l’avvocato e professore Lorenzo Acquarone, ex dc di grande influenza e professori del “sì” come l’ex sindaco Giuseppe Pericu, insigne amministrativista. Gente che quella borghesia l’ha frequentata e assistita in centinaia di processi e poi nei prestigiosi incarichi pubblici da deputati, senatori, sindaci, consulenti.

E poi dove sono questi salotti, quando uno degli imprenditori più noti e pimpanti, Augusto Cosulich, grande famiglia triestino-genovese di agenti marittimi, armatori, imprenditori giunta alla settima generazione, quelli che hanno portato per primi nel porto di Genova i portacontainer cinesi e stanno trafficando con l’Iran ed hanno uffici in tutto il mondo, denuncia che la città è troppo silenziosa, che non si parla più, che non si discute più, non ci si invita neppure più?

Appunto solo un sussurro, più contro che pro Doria, quasi cinque anni dopo da una borghesia arroccata su bastioni, senza rappresentanze di una classe imprenditoriale disposta a rischiare del suo.

Una città choccata dalla tempesta Carige, la Banca-mamma della città, passata da scandali, arresti, processi di Bankitalia, alla gestione dell’uomo-imprendore- prodigio, Vittorio Malacalza, oggi vice presidente e maggiore azionista, martellato dagli uragani della borsa sul titolo, sceso a valere meno di 0,30 cemtesimi. Chi spara sulla Carige, chi spara su Malacalza dalle lobbyes bancarie e della finanza internazionale su quella banca, che non smette di processare se stessa, dove i precedenti amministratori, quelli del dopo crak, Cesare Castelbarco, un principe-presidente, e Giampiero Montani, un grand commis di istituti di credito, sono stati denunciati per la loro gestione-ponte proprio da Malacalza?

Guerre senza quartiere e impensabili fino a ieri nei salotti, nelle stanze riservate di una borghesia che mai si sarebbe immaginata di vedere un presidente, per di più un principe Castelbarco Albani, denunciato, a cui chiedono un milione e mezzo di danni, con notizia comunicata sui giornali con un flash di agenzia.

Un presidente di sangue blu, principe, come Doria è marchese, spiazzato in pubblico quando una volta una simile contesa sarebbe stata risolta silenziosamente da abili mediatori, personaggi come il leggendario Angelo Costa, il presidente di Confindustria della Ricostruzione post bellica che convocava i contendenti in una saletta riservata di un club e tra un tavolo di bridge e un doppio di tennis sanava la ferita…

Dove va questa borghesia che sussurra in silenzio, quando Confindustria Genova, l’Associazione Industriali di ieri, dà un colpo ogni sei mesi, convocando qualche convegno per fare il botto e poi tace anche di fronte alla crisi lancinante del comparto industriale, con migliaia di posti di lavoro in ballo, cortei tutti i giorni in strada, il prefetto che, come un Cireneo, porta la croce di una vertenza al giorno: Piaggio Aero, Ericsson, Ilva e compagnia sfilante, più che cantante?

Non era quell’ufficio, quell’Associazione l’ago della bilancia, la bussola che indicava la rotta alle imprese, ma anche il luogo delle mediazioni non solo imprenditoriali, ma pure cittadine, in una ottica di grande interlocutore della città, di presidenti che pensavano allo sviluppo, alle infrastrutture, al marketing territoriale? Il presidente in uscita, Giuseppe Zampini è anche il leader impegnatissimo di Ansaldo Energia e la sua successione è già materia di indiscrezioni e calcoli più interni che cittadini.

E quelli che siedono nella Sala degli Specchi della Camera di Commercio, un gioiello nella strada dei re, via Garibaldi e rappresentano la Giunta dell’ente camerale, il fulcro della borghesia produttiva, la sintesi dei mercanti ( ricordate lo stracitato detto “genuensis ergo mercator”), sale operoso dei genovesi, profonda tradizione e baricentrico potere per l’economia del mare, per gli azionisti dell’aeroporto, grande must inutilizzato o quasi di una città turistica, dove potrebbero rovesciarsi caterve di turisti, che stanno a fare?

C’è un presidente eterno, Paolo Odone, che regna da diciotto anni, è in una sorta di prorogatio avendo annunciato che intende lasciare l’incarico prima della conclusione. Ma il cambio di governo viene presentato, sempre in quei salotti che in passato si scannavano per quella poltrona, come una vicenda da gestire con oculatezza, salvando gli equilibri tra le diverse anime della Camera, commercianti, artigiani, imprenditori marittimi…Come se ci fosse ancora tempo, ora che le nuove vocazioni premono sulla città.

Insomma anche da questa sponda della borghesia pensante e impegnata non ci si possono aspettare altro che battute sul futuro sindaco e ritrosie eleganti ma insipide.

Qualcuno dei membri più in vista della categoria, il supercommerciante Alessandro Cavo, quarantenne molto rampante nei settori della ristorazione e delle botteghe storiche e Gian Enzo Duci, presidente nazionale degli Agenti Marittimi, presidente pure del teatro stabile, prof universitario, sono stati contattati per sensibilizzarli a una eventuale candidatura da sindaco. Le loro aziende li impegnano troppo. Hanno declinato, si pensa lusingati.

Così si continua a sussurrare su Doria, il suo ritiro e il suo eventuale bis. Intanto nei prossimi giorni arriverà in città il premier Matteo Renzi per inaugurare il terzo lotto di lavori che servono a proteggere il torrente Bisagno, il killer delle sistematiche alluvioni genovesi. Dicono che Doria voglia affrontare con il presidente anche il tema del futuro della città, del suo governo, delle alleanze che potrebbero spingerlo a restare al suo posto o che, capovolgendosi, potrebbero spingerlo a rinunciare.

Quella città borghese che sussurra e sibila dietro al sindaco marchese, assisterà in silenzio, come fa da tempo rispetto alle vicende politiche, salvo incolonnarsi alle Primarie – se ci saranno – e fare la sua scelta. Pro o contro un eventuale candidato Marco Doria? Probabilmente questa volta più contro. Ma chissà, in fondo lui è di una famiglia conosciuta.