Franco Manzitti

A Genova la sinistra travolta da un monte di rumenta, inizio quasi disperato per il nuovo sindaco

A Genova la sinistra travolta da un monte di rumenta, inizio quasi disperato per il nuovo sindaco

A Genova la sinistra travolta da un monte di rumenta, inizio quasi disperato per il nuovo sindaco

GENOVA – Sotto il grande Monte del Santuario della Guardia, sulla montagna che domina il golfo blu di Genova, meta di un pellegrinaggio continuo e rarefatto, dove sta per salire papa Francesco nella prossima visita pastorale alla ex Superba, ci sta una valanga incombente di spazzatura.

E’ l’immane scarica dei rifiuti genovesi, cresciuta nei decenni, bloccata nel 2014 perchè non reggeva più e rischiava di franare in un disastro ambientale e urbanistico indescrivibile. Questa montagna è rimasta lì con la sua geografia di rumenta accatastata, la continua messa in sicurezza, i camion che si arrampicavano su per i suoi sentieri aridi, da notte sul Monte Calvo, l’incombenza non solo fisica, ma economica sui conti dell’azienda partecipata del Comune di Genova, l’Amiu, che gestisce l’affare rifiuti.

“Chiusa” la discarica per sovracarico, la rumenta dei genovesi ha dovuto essere trasferita altrove con un costo di 28 milioni all’anno, appunto dal 2014, mentre il preventivo per mettere in sicurezza tutta l’area sulla quale svetta il Santuario mariano, e non solo, è salito a 133 milioni di euro. Un buco enorme nel bilancio di questa Amiu, azienda dei sette dolori per il difficile bilancio genovese, la “partecipata” più deficitaria di un quadro quasi drammatico. E cosa ha pensato il sindaco di Genova, Marco Doria, quasi sul finire del suo mandato, che sta per esaurirsi in questi giorni, per salvare la rumenta e i conti dei suoi concittadini? Una bella privatizzazione dell’Amiu con un accordo con il colosso del gas e dell’energia Iren, in un’operazione last minut della sua amministrazione per salvare baracca e burattini: Iren che entra al 49 per cento in Amiu, poi diventa maggioranza e gestisce su uno scenario più ampio questo enorme deficit. La delibera che deve consacrare l’operazione salvezza si infrange una prima volta in consiglio comunale ai primi di aprile. La fragile maggioranza che Doria non tiene più insieme, con il Pd sua originaria architrave oramai ai ferri corti con il sindaco-marchese, boccia la delibera e Doria si trova in cima al Mont Chauve della rumenta con in pugno una bandiera bianca. E’ costretto a alzare di quasi il 7 per cento la Tari ai sciagurati cittadini genovesi per non soccombere subito con i conti Amiu, ma sopratutto decide che la sua “sindacatura” finisce lì.

Anche se poi dirà che la sua decisione di non ricandidarsi era precedente, finalmente dopo avere tenuto in scacco tutti per mesi, il sindaco annuncia: “Non farò più il sindaco.”. Ma aggiunge che non si dimette subito, perchè sarebbe come suicidare sotto quel monte di rumenta la città e allora avanti fino alla fine del mandato, per ancora quaranta giorni di regno, con l’impegno di far passare la delibera Amiu-Iren che salvi l’azienda dai rifiuti dal fallimento e il bilancio comunale dalla resa senza condizioni.

Come è un mese di calvario sul Monte Calvo della Rumenta? Mentre il quadro politico si incendia e il centro sinistra corre ai ripari per sostituire l’ipotesi di un Doria Bis e si spacca in tanti rivoli di partiti, partitini, di sinistra-sinistra, sinistra Alternativa e ogni genere di reflusso post politico, Doria prova a far ripassare la delibera sotto le forche caudine di un consiglio comunale che oramai è come l’ ok Corral. Per due volte la delibera si infrange di nuovo, malgrado i tentativi di convincere anche forze culturalmente e politicamente distanti da Doria, ex indipendente Sel, oggi identificabile come ex sindaco arancione, sceso nel “Campo progressista” di Giuliano Pisapia ( che arriva a Genova a sostenerlo in una surreale assemblea, anche questa last minut).

Così si arriva all’atto finale, alla seconda bandiera bianca che sventola in cima a Scarpino, la montagna della vergogna genovese. Delibera rinviata alla prossima anninistrazione, quella che uscirà eletta il prossimo 11 giugno, cerino acceso al prossimo sindaco, chiunque esso sia. Ma è come una miccia esplosiva a lenta, ma inesorabile, combustione.

Se i “nuovi”, ripetiamo chiunque essi siano, i multiformi grillini della Trimurti creata dalla fantasia della democrazia diretta, o il tenore Luca Pirondini o la prof Marika Cassimatis o il fuoriuscito Paolo Putti, il candidato 5 Stelle dell’altra volta, cinque anni fa, oppure il manager del centro destra Marco Bucci o l’assessore di Doria, promosso candidato, Gianni Crivello, non troveranno pronto cassa 38 milioni di euro per tappare il buco Amiu, il nuovo Comune salterà in aria appena insediato. Non sono cifre fantasiose, ma escono dalla bocca dell’amministratore di Amiu, Marco Castagna.

“ La legge è molto chiara, lo dicono anche i revisori dei conti del Comune_ dice Castagna sotto la montagna di Scarpino_ serve un assestamento di bilancio, sono risorse dovute per legge. Il nuovo consiglio comunale si troverà di fronte a un dilemma.”

Alternative poche. O si riesuma la delibera con l’ingresso immediato di Iren al 49 per cento, facendo passare il tentativo già stroncato, facendo ripartire la nuova amministrazione dalla Caporetto di quella precedente. O alzare ancora la Tari, già ritoccata con l’aumento del 6, 89 per cento, operazione impossibile, perchè le aliquote non si possono più toccare dopo il 31 marzo, termine definitivo di bilancio.

Cosa resta per evitare il patatrac del bilancio e della giunta appena nata: pesantissimi tagli nel bilancio previsionale con una manovra correttiva da approvare per legge entro il 31 luglio. Termine di legge.

Questo vuol dire che il nuovo sindaco avrebbe appena il tempo di insediare la sua giunta per decidere come spegnere il cerino, che i “vecchi” gli hanno consegnato. Se non ci riesce arriva, a neppure due mesi dalle elezioni, un commissario prefettizio che trova i soldi per tappare i buchi della rumenta. E dopo sei mesi si rifanno le elezioni. Uno scenario paradossale.

Ma se salite in cima al Santuario della Guardia e dopo aver acceso le vostre candele votive, volgete lo sguardo in basso e lo girate da Scarpino sigillata nei suoi deficit, più silenziosa da quando la rumenta prende necessariamente altre direzioni, costando oro alle tasche dei genovesi, se fate questo giro d’orizzonte, scoprite una città interamente capovolta, non solo in questa capriola folle della spazzatura.

Il sindaco Doria sta muovendo gli ultimi passi di un mandato complicato, nel quale è apparso sopratutto afasico rispetto a larghi strati del suo popolo. Andrà a rifare il professore di Storia delle Dottrine Economiche nell’Università genovese, essendo dventato, durante il suo mandato, professore ordinario, da associato che era, e intanto concede lunghe interviste, come mai aveva fatto in questi anni, sul suo operato. Ma né al direttore de “Il Secolo XIX”, Massimo Righi, che si occupa della sua eredità, né al giornalista Luigi Pastore della “Repubblica”, che cerca di tracciare un bilancio, parla molto, in due chilometriche interviste, della rumenta capovolta in una montagna rovesciata sul tavolo del successore.

Il suo vanto è di “di avere messo in sicurezza idrogeologica” il territorio di Genova, con centinaia di milioni di euro di fondi statali ed europei, dirottati in grandi opera di salvaguardia, coperture di torrenti e scolmatori, eccetera, eccetera. La cartolina che sventola è quella di una città diventata più turistica, con tassi di incremento di arrivi e presenze a doppia cifra, come i cannonieri della serie A quando fanno più di dieci gol.

I suoi meriti riassunti in un rendiconto in 38 pagine, altisonatamente intitolato “Un’idea di città, fatti non parole” sul sito del Comune, rivendicano la “tenuta” della legalità, la difesa dei diritti sacrosanti, sopratutto di quelli sociali, la difesa del welfare, malgrado il massacro di tagli governativi.

Eppure la città in questi anni si è veramente capovolta, mentre Doria “regnava”, lanciato un po’ a sorpresa sul trono di Tursi, il palazzo del Governo municipale, diventato per lui spesso un letto di procuste, quando i cortei dei disoccupati, ma sopratutto dei dipendenti comunali o delle partecipate come Amt, Amiu e Aster erano all’assalto del consiglio Comunale.

La sua predecessora, Marta Vincenzi, da sindaco in forte esposizione mediatica, del Pd allora non ancora renziano, è finita condannata per alluvione a cinque anni di carcere con i beni, compresa la pensione pignorata. Era una specie di “zarina” la Vincenzi, ora è una ex sindaca crocifissa ben al di là delle sue responsabilità. Il padre-padrone, presidente della banca mamma ligure, la Carige, il cavalier Giovanni Berneschi, è stato condannato a sette anni di carcere ed ha tutti i beni sequestrati per uno scandalo colossale che coinvolge lui e la sua gestione imperiale dell’istituto, che Banca d’Italia, Bce e Procura della Repubblica hanno messo nel mirino, scoprendo truffe e malversazioni sconvolgenti.

Quando Doria aveva fatto il suo ingresso a Tursi, con la fascia tricolore e il suo sorriso da noblesse oblige, un po’ ingessato nella sua educazione da quartieri alti, ma di una sinistra intellettualmente onesta, sobria, seppure cosciente di tante nobili e storiche ascendenze, trentaduee generazioni dopo l’ammiraglio Andrea Doria del secolo d’oro zeneise, Genova era ben altra.

Oggi è scesa sotto i 550 mila abitanti, le previsioni degli statistici catrastrofisti dicono che entro il 2050 avrà perso altri 150 mila abitanti e che la stragrande maggioranza dei suoi abitanti avrà più di 65 anni. Sono un po’ come le profezie di santa Brigida, che immaginava i pellegrini del futuro camminare sulla collina genovese, magari vicino a Scarpino come ha raccontato, in un accattivante pampleth, pubblicato recentemente da “Il Foglio”, intitolato “Genova per voi”, Giuseppe Marcenaro _ e indicarsi l’un l’altro la città che fu, diventata un cumulo di macerie.

Oltre la profezia, da veri scongiuri, oggi c’è quella montagna di rumenta. Pardon di spazzatura.

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