Franco Manzitti

A Genova, Pd in crisi, Grillo spaccato in 3, un sindaco di destra che Toti..

A Genova, Pd in crisi, Grillo spaccato in 3, un sindaco di destra che Toti..

A Genova, Pd in crisi, Grillo spaccato in 3, un sindaco di destra che Toti.. Nella foto Bucci fra i suoi sponsor: matteo Salvini, Giorgia Meloni e Giovanni Toti (ANSA/LUCA ZENNARO)

Uno e trino. Così Beppe Grillo corre a Genova, la sua città natale, dove la campagna elettorale appena cominciata schiera ben tre candidati usciti dal sacco del suo Movimento 5 Stelle: il candidato ufficiale, il tenore Luca Pirondini con le insegne grilline dispiegate, la prof Marika Kassimatis, che aveva vinto la prima selezione delle Comunarie e poi è stata spodestata dal capo con un suo motu proprio, che correrà con il simbolo di un’ Araba Fenice e, infine, Paolo Putti, l’ex capogruppo comunale del Movimento, candidato con “Chiamami Genova”, il quarto Polo genovese composto da transfughi grillini e Sinistra alternativa.

È stata Marika Cassimatis a consacrare questa trimurti, annunciando in una conferenza stampa la sua lista autonoma di 33 nomi, pronta a sfidare tutti nelle prossime elezioni comunali. “Abbiamo vinto contro Grillo, Casaleggio e contro tutti perché abbiamo resistito a ogni pressione e il giudice ci ha dato ragione”, ha detto la prof di geografia, spiegando che rinunciava ad ogni altra azione legale per sbandierare il simbolo dei 5 Stelle nella campagna elettorale.

“Abbiamo capito che il Movimento non è più quello in cui credevamo, ha aggiunto, oggi ha dimostrato di essere verticistico e di tradire la democrazia diretta con la quale eravamo cresciuti.”

Così Cassimatis correrà con i suoi compagni e le sue compagne di lista sotto la nuova bandiera della Araba Fenice, “che si rigenera nell’acqua e spicca il volo”, ha spiegato da prof, lanciando il nuovo movimento, che si è messo in moto e farà concorrenza ai grillini “originali” e ai post grillini in una sfida quasi comica.

Che Grillo si fosse fatto in tre e che tutti e tre le formazione nate nel suo “brodo culturale” si lanciassero alla conquista del gonfalone genovese lo si era capito nelle ultime ore. Le diplomazie segrete si erano messo in movimento e si era stretto un accordo “di rinuncia” ai simboli 5 Stelle della prof tra lei e gli emissari di Grillo. Questo accordo aveva consentito a Luca Pirondini, il candidato ufficiale, sconfitto alle prime “Comunarie” dalla Cassimatis, poi spodestata dall’ukase di Grillo, di lanciarsi nella campagna con una conferenza stampa dopo un lungo e imbarazzato silenzio. “Sono io il candidato che correrà con i simboli 5 Stelle”, aveva proclamato, quando ancora non si conoscevano le intenzioni della Cassimatis.

Così ora la roccaforte “rossa” di Genova, amministrata ininterrottamente da partiti di sinistra dal lontanissimo 1974 (unica eccezione tra il 1985 e il 1990) sta per essere assaltata da tre formazioni nate in quel “brodo” pentastellato, oltre che ovviamente dal candidato del centrodestra unito, il manager boy scout Marco Bucci, dirigente di una azienda della Regione, dopo una carrriera di successo nella chimica. E da altri “civici” in ordine sparso, che cercano di approfittare della sblindatura dell’apparato genovese.

Sarà una battaglia complicata, proprio perchè, a parte la Destra, tutto il quadro si è frammentato, non solo il fronte grillino. Mentre il galeone sul quale ha viaggiato tempestosamente per cinque anni Marco Doria, il sindaco-marchese, erede del grande Andrea Doria, sta per concludere il suo viaggio, uno dei suoi assessori, Gianni Crivello, perfetta figura di postcomunista, corre per difendere quella lunga “primazia” di sinistra.

Corre, questo sessantacinquenne di professione privata infermiere specializzato, poi presidente di Municipio, uno che aveva nella sua stanza il poster di Berlinguer, per difendere la roccaforte e il muro di Genova, tentando di mettere insieme il Pd (al quale non è iscritto) alle altre anime scisse di una sinistra che non solo a Genova ha preso sberle violente. Prima la caduta della Regione Liguria, conquistata dall’ex delfino di Berlusconi, Giovanni Toti, poi Savona , conquistata dalla bella Ilaria Caprioglio, la neosindaca di centro destra.

Il gioco sembra facile per questa Destra che Toti riesce a tenere così bene insieme in Liguria, in un idillio perfetto con la Lega e con Fratelli d’Italia, proprio perchè quello che appariva il contendente più serio, almeno fino al ballottaggio, cioè il Movimento Cinque Stelle, si è spaccato per tre.

Governata da una maggioranza oramai liquefattasi da sola, quella di Doria che da un anno e oltre viveva da separato in casa con il Pd, architrave della sua giunta, Genova appare una preda pronta solo ad essere catturata dopo la caduta di quel muro.

Il galeone “arancione” che il marchese sindaco aveva incominciato a governare nel 2012, nell’era dei sindaci come Pisapia e De Magistris, in quel modo colorati, sconfiggendo a sorpresa le concorrenti del Pd, Roberta Pinotti e Marta Vincenzi nelle Primarie e poi il “civico” professor Enrico Musso, cattedreatico di Economia dei Trasporti, nel ballottaggio finale, sta infatti imbarcando molta acqua da tempo.

Mentre decolla turisticamente, la città appare fragile, insicura, in un lento degrado ambientale, molto invecchiata demograficamente, isolata nei collegamenti con il resto d’Italia, con servizi pubblici deficitari, con i bilanci appesantiti dal crollo finanziario delle società partecipate, in primis l’Amiu, quella dello smaltimento dei rifiuti. L’ultimo atto di Doria, una delibera per privatizzarla con un accordo con Iren, il colosso della luce e del gas, sul quale Genova aveva una buona presa, persa proprio con Doria e la sua politica, è stata affondata dalla maggioranza zoppa. E ora la questione che fa incombere su Genova una montagna di spazzatura (qui si chiama non a caso “rumenta”) probabilmente sarà ereditata dalla nuova amministrazione che dovrà tappare il buco.

Il muro sembra caduto già, anche se il prode Crivello non si è certo arreso e non vuole passare per il candidato che consegnerà al nemico le chiavi della Superba. Più che fragile la candidatura alla fine scelta dal Pd una volta egemone, sembra essere la conseguenza di una catena di errori, di tradimenti, di fughe che hanno corroso il lungo strapotere genovese, costruito pietra su pietra nei decenni.

Gli ultimi leader di questo predominio così lungo sono oramai accantonati, colpiti da un destino avverso come l’ex sindaco Marta Vincenzi, condannata a sei anni per i morti dell’alluvione del novembre 2011, alla quale è stata perfino pignorata la pensione e congelati i conti correnti dopo quella tragedia. L’altro leader, l’ex presidente della Regione, ex sindaco, deputato e potente dirigente, Claudio Burlando, ha cercato invano di rientrare in gioco, spendendosi per il candidato Crivello, ma i giovani Pd lo hanno incenerito: che stia al suo posto, cioè fuori dai piedi, in pensione, a giocare a tresette nelle campagne dell’avaro entroterra genovese.

Gli altri big del grande partitone rosso vengono oramai trattati come “dinosauri” in estinzione, anche se si sono molto agitati per prendere le distanze da Renzi e dai suoi epigoni genovesi. Qualche speranza viene coltivata da questi ex, che nelle Primarie di domenica sono quasi complessivamente schierati con Andrea Orlando, che è un ligure, spezzino, quindi considerato “mezzo straniero”. La speranza di spezzare uno spirale negativa, una sconfitta dopo l’altra, le scissioni, le divisioni, mentre il Muro di Genova rischia di cadere. Ma si tratta di speranze appese a un filo: il nemico è alle porte. La Destra come una unica falange unita. I grillini addirittura divisi per tre.

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