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Genova choc, Renzi snobba Pinotti e Pd, la sinistra vuole Ignazio Marino sindaco

La foto di di Franco Manzitti

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Genova sarà, insieme con Palermo, la città più importante nella quale si voterà nella prossima primavera, e quindi il destino di Genova, sesta per popolazione in Italia, è quasi decisivo per gli equilibri del renzismo. E poco importa che quella elezione comunale avverrà “a babbo morto”, cioè con il referendun già bello e consumato e il suo verdetto politico, magari contro il Matteo nazionale, già passato in giudicato.

Ma intanto la battaglia di Genova resta un momento chiave nella grande sfida politica “globale”, perchè se mai anche questa città, ex Superba, 565 mila abitanti, il porto più importante d’Italia e uno dei primi nel Mediterraneo, cadesse nelle mani grilline o passasse in terreno “moderato”, cioè al centro-destra, come la Regione Liguria nel 2015 conquistata dal berlusconiano Giovanni Toti e come Savona, sottomessa nel 2016 alla stessa coalizione con la ex mannequin Ilaria Caprioglio, la svolta sarebbe epocale.

Genova è governata dalla sinistra dal 1974 e, salvo una piccola parentesi pentapartitica tra il 1980 e il 1985, la città di Cristoforo Colombo e oggi di Renzo Piano, il genovese  più noto al mondo, ha avuto al timone solo governi nei quali il sindaco era un comunista o un postcomunista doc, o un alleato stretto o, comunque, un personaggio scelto e approvato dalla maggioranza “rossa” come, per esempio l’ex pretore d’assalto Adriano Sansa o l’avvocato professore Beppe Pericu.

Così quando in città è quasi improvvisamente arrivato, nel pieno di una battaglia già pre-pre-pre elettorale, fatta di colpi bassi all’interno del Pd, niente meno che Matteo Renzi in persona, tutti i binocoli si sono puntati sul premier in salsa genovese per scoprire:

1) se la visita aveva un significato positivo o negativo per il traballante sindaco in carica, l’arancione Marco Doria;

2) se Renzi avesse cancellato la immane delusione delle due precedenti elezioni perdute in Liguria e in particolare quella regionale, che aveva affondato la candidata di regime Pd, la bella Raffaella Paita, a lui stra raccomandata da Burlando, il presidente uscente;

3) se il suo blitz nel cratere delle sconfitte, in una Regione oramai integrata dal suo presidente Toti alla Lombardia e al Veneto, regioni leghiste di centro destra, avesse altri significati.

Per affrontare questi presunti piccoli o grandi rebus, Renzi ha impiegato non più di tre ore e mezzo, in una visita che definire “Blitz” sarebbe perfino esagerato. E’ stato un lampo, dalle 21 di sera a poco prima di mezzanotte, ma ha abbagliato molti, caricando l’evento di significati perfino capovolti rispetto a quelli reali.

Il premier è formalmente tornato a Genova, quasi un mese dopo una visita nell’atelier di Renzo Piano, in chiave post terremoto a Amatrice e dintorni, nella quale aveva sorvolato tutti meno l’archistar, per mettere il timbro sull’apertura di un cantiere anti alluvione, finanziato dal governo dopo i disastri del 2011 e del 2014. E ne ha approfittato per incontrare insieme  al sindaco Doria, al governatore Toti, al prefetto Fiamma Spena e alla ministro della Difesa, la genovese Roberta Pinotti, 67 sindaci della cosidetta “città metropolitana” e rassicurarli sull’impegno per mettere in salvo il territorio dal rischio idrogeologico.

“Se ci sono interventi urgenti per salvaguardare da questo rischio, i soldi ci sono sempre e si spendono”, ha annunciato, firmando i 60 milioni dell’ultimo tronco genovese, una fetta di un impegno da 414 milioni, utili a ingabbiare il fiume Bisagno, un corso d’acqua sempre secco, ma se piove una specie di killer seriale.

Il faccia a faccia privato tra il premier anti alluvione e il sindaco Marco Doria, “marchese tentenna”, che da mesi tiene la città in salamoia sulla sua decisione di ricandidarsi o no, lasciando in braghe di tela la sua maggioranza, il Pd commissariato da Renzi stesso e la città intera , è durato 9 minuti e mezzo cronometrati.

E su questi 9 minuti, che seguono i due mesi abbandanti di chiacchere genovesi sul destino”doriano”, di Primarie si e Primarie no, le autocandidature a succedergli di filosofi pop, come il professor Simone Regazzoni, le investiture rifiutate come quella del presidente della Fondazione Cultura, lo storico Luca Borzani, gran regista di Palazzo Ducale, il funzionante Beaoburg genovese, i sussurri incessanti di altri pretendenti, come il deputato Pd, Mario Tullo, come il superasre Giovanni Crivello, come l’asre Emanuele Piazza e la asra Carla Sibilla e  avanti con altri nomi, altri giochetti da basso anzi bassissimo impero…. si sono costruiti veri romanzi.

Renzi aveva legittimato Doria a andare avanti tranquillo fino al dopo referendum, spiazzando, quindi, il suo Pd, che voleva una parola definitiva dal sindaco. Per decidere con quale maggioranza opporsi all’ondata grillina e con quale candidato affrontare una battaglia oggi quasi disperata.

Renzi aveva snobbato Doria, trattandolo come uno dei 67 sindaci, una pacca sulla spalla e via, che tanto si decide dopo. Renzi aveva, comunque, dedicato a Doria uno spazio minimo, così come non aveva neppure “filato” la dirigenza locale democratica, il cui segretario Terrile era presente all’incontro istituzionale in Prefettura, ma senza possibilità di interlocuzione con il suo premier, del quale, in altre epoche e altri governi e altre personalità, sarebbe stato il fido scudiero per tutta la sera, invece di tornarsene a casa da solo a mangiare la minestra riscaldata.

Invece, uscito dalla Prefettura, Matteo Renzi era salito sul punto più panoramico della città, la celebre Terrazza Colombo in cima al grattacielo Piacentini, dove ha sede la principale emittente ligure “Primo canale” e degnamente scortato dal suo vice, Luca Lotti, si era intrattenuto ospite di Maurizio Rossi, senatore eletto nella Lista Monti in Liguria, oggi iscritto al Gruppo Misto e primo azionista della Tv, che per ragioni di conflitto di interesse oggi non è nelle sue occupazioni operative.

Insieme al senatore c’erano una sessantina di cosidetti rappresentanti della società civile genovese, molti importanti imprenditori, come Davide Malacalza, figlio di Vittorio, oggi maggiore azionista di Carige, Andrea Gais del Gruppo Messina, Ugo Salerno, amministratore delegato di Rina, i Mondini del Gruppo Erg, i vertici di Camera di Commercio, la crema della crema dei professionisti, sopratutto avvocati, commercialisti, notai, Stefano Cingolani, il direttore di IIT e anima del futuro Human Thecnopol, la grande struttura di scienza del futuro, di robotica umanoide, che sta sorgendo a Milano, nell’area ex Expò e che è germogliata a Genova, proprio all’IIT.

Ebbene con questo ristretto e selezionato parterre, nel quale non c’era una sola presenza istituzionale e politica, Renzi si è intrattenuto per più di due ore. Prima un’intervista di 25 minuti al direttore della emittente Giuseppe Sciortino, molto dedicata al referendum, ma anche a altri temi, seguita in silenzio dal parterre, poi una cena light in piedi con il premier a colloquiare con gli ospiti, testa a testa e in gruppo sui temi svariati, ma sopratutto su Genova, i suoi problemi, il suo isolamento infrastrutturale, la sua fragilità idrogeologica.

Ebbene di tutto questo Renzi ha preferito parlare al di fuori del recinto politico, al di là dei confini istituzionali, scegliendo un confronto più privato che pubblico, lasciando “a terra”, sotto il panoramicissino grattacielo, tutto l’establishment, a incominciare dai suoi.

Uno sgarro, una distrazione, una distorsione di un cerimoniale che era troppo stretto e che occupava un’ora notturna, alla fine di una giornata nella quale il presidente del Consiglio si era già battuto da par suo il Nord Est, incontrando imprenditori e uomini d’affari?

I romanzi dei giorni successivi al blitz di Renzi  hanno scritto di una silenziosa incazzatura dei leader Pd, che sono però talmente confusi e mal impelagati nelle loro liti interne da non calcolare l’entità della beffa. Particolarmente immusonita la ministra Pinotti, che pure aveva a casa sua il proprio presidente del Consiglio. Un certo risentimento sarebbe stato espresso anche dal presidente della Regione, Giovanni Toti che forse avrebbe voluto incontrare più a lungo quello che ritiene un suo avversario politico diretto, considerata la battaglia ai vertici del centro destra tra gli ex leader del cavalier Berlusconi e l’ ”entrante” Stefano Parisi. Ma che poteva pretendere Toti, se tra gli invitati sul tetto di Genova non c’erano neppure i vertici del Pd, del quale Renzi è il segretario nazionale?

In realtà nessun romanzo è stato scritto e nessun retroscena si è vissuto in modo importante per la complicata politica genovese, nella quale la partita delle prossime elezioni municipali è tutta da giocare.

Doria non scioglie la sua riserva a pronunciarsi come, invece, fece il suo omologo Giuliano Pisapia a Milano e non avrebbe certo aderito a inviti in un senso o nell’altro del premier. Il sindaco-marchese ha troppo sangue blù nelle vene e troppo orgoglio di militanza politica per stare ad ascoltare il segretario di un partito, anche se è parte della maggioranza che molto faticosamente lo sostiene.

I vertici del pd, il commissario regionale David Ermini, toscano e amico di Renzi e il segretario provinciale, Massimo Terrile, sono troppo inguaiati con le beghe interne. Aspettano il congresso provinciale che Renzi proprio dalla Terrazza ha annunciato per il prossimo febbraio. E oramai prendono quel che viene, aspettando che passi la nottata….Figurarsi che adesso gli è piovuta addosso anche la molta presunta candidatura a Genova di Ignazio Marino, appena assolto dagli scontrini a Roma e subito rilanciato nell’agone elettorale con preferenza Genova.  Marino è proprio nato a Genova…..

Insomma la visita del premier a Genova è stata un blitz con nessun retroscena vero e la inevitabile conseguenza che tutto si trasformasse in una farsa.