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Genova, snobbata da Premier e Papa, dove con 30 mila euro compri una casa

La foto di di Franco Manzitti

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Matteo Renzi in una domenica di grande calura, subito dopo il terremoto amatriciano, l’ha sorvolata con l’elicottero, senza avvertire nessuno, né il sindaco Marco Doria, né il prefetto Fiamma Spena, né il questore, né i suoi ministri liguri, Roberta Pinotti, e Andrea Orlando, il Guardasigilli in massimo spolvero. Ed è andato a posarsi sulla collina di Vesima là dove Genova finisce, a casa dell’architetto archistar Renzo Piano, per chiedergli lumi su come salvarsi dalla macerie del Centro Italia.

Il Papa Francesco, argentino con radici familiari a due passi dalla Liguria, ha organizzato il Congresso Eucaristico nazionale a Genova, dove mancava dal 1923, promettendo la sua presenza per la metà di settembre, ma poi ha cancellato il suo viaggio di tre giorni genovesi e nominato a rappresentarlo il cardinale arcivescovo Angelo Bagnsco, presidente della Cei dal 2007 e pastore di questa Diocesi. Delusione inghiottita in silenzio, ma come, Francesco non viene nella città da cui partì il bastimento che portò suo padre emigrante nelle Americhe?

Il ministro delle Infrastrutture, il solerte Delrio, continua a rinviare la nomina del presidente dell’Autorità portuale, sostituto da un ammiraglio-commissario da oramai un anno. Lasciano il più importante porto italiano e quasi mediterraneo senza guida. Va bene che il ministro ha le sue grane con i tempi della legge di riforma portuale solo ora pubblicata nella Gazzetta Ufficiale, ma lasciare le banchine genovesi senza guida effettiva per mesi e mesi è come abbandonare una grande azienda, una delle più importanti del Paese, senza amministratore delegato, in balia del mercato e dei traffici marittimi, mezzi impazziti nella grande crisi, con Compagnie mondiali che falliscono e lentezze esasperanti nell’ammodernamento di moli e banchine.

Genova è oramai un punto dolente sulla carta geografica italiana, una città del Nord Ovest che era una capitale industriale e portuale ed oggi i potenti del sistema politico governativo e perfino spirituale scartano o comunque evitano, magari anche inconsciamente, come l’elicottero di Renzi e della first lady Agnese.

Complesso di inferiorità, mugugno cronico, adesione a quel terribile anatema di padre Dante che sistemò Branca Doria, avo dell’attuale sindaco Marco, nel XI Cerchio dell’Inferno, nel lago ghiacciato della Tolomea e maledisse lui, ancora in vita, colpevole di avere trucidato il suocero Michele Zanche, scrivendo quella terribile terzina della Divina Commedia che è come una condanna permanente: “ Ahi genovesi uomini diversi d’ogne costume e pien d’ogne magagna, perché non siete voi nel mondo spersi?”

Se Branca Doria, che si macchiò di un terribile tradimento, organizzando un banchetto luculliano per attirarvi il padre dell sua sposa Caterina e farlo uccidere e spargerne il corpo a pezzi, è stato sprofondato agli Inferi, quale sarà oggi la responsabilità dei genovesi che stanno scivolando in una progressiva decadenza, che fa considerare la città ex Superba marginale, secondaria, una specie di croce?

Marco Doria, il marchese-sindaco, di cui si sta discutendo tra grandi tormenti la eventuale candidatura bis a dieci mesi dalle elezioni amministrative, in un baillamme di polemiche, sopratutto “armate” dal Pd , renziano e non, che ne critica l’operato, è salito sul palco della Festa dell’Unità con la sua un po’ stinta bandiera di primo cittadino “arancione” e ha accusato i suoi critici e i giornalisti soprattutto di comportarsi come il celebre Tafazzi, l’icona dell’autolesionismo, l’omino nero che si percuote i cosiddetti in un trip demenziale di autofustigazione.

“Oggi che la città è piena di turisti incantati dalla sua bellezza, perché sui giornali e nelle televisioni si parla solo delle cose che non vanno, dei problemi?”,  ha quasi urlato il sindaco, un tipo molto self controllato, pudico nelle esternazioni, un po’ rigido nelle polemiche, ben calzato nel suo ruolo e soprattutto in quella tradizione “doriana”che lo presenta con il nome della famiglia più storica della città, fatto salvo il Cristororo Colombo della Grande Scoperta.

Che abbia ragione lui, mentre rivendica l’incremento turistico, esploso negli anni del suo mandato e le proprie opere per difendere un territorio martellato dalle alluvioni, dal dissesto idrogeologico? Dallo stesso palco Doria urla che mai nella Storia ( con la S maiuscola) tanto si è speso come dalla sua sindacatura per mettere in sicurezza i fiumi e torrenti killer, il famigerato Bisagno e il terribile Fereggiano.

Allora vengono in mente i giudizi e le definizioni di altri grandi della storia, dopo Dante, che scesero i gioghi dell’Appennino per visitare Genova e la dipinsero, sopratutto nell’epoca dei grandi tours ottocenteschi, con ben altre tinte, quasi quelle fantasmagoriche del secolo XVI, “el siglo de los genoveses”, forzieri pieni d’oro e di monete sonanti e di lettere di intenti ai potenti della terra e di grandi opere dipinte sui palazzi, oggi patrimonio dell’Unesco, i famosi Rolli, più di cento dimore famtasmagoriche, zeppe di bellezze, anche se un po’ riservate, disseminate tra i carruggi e la via Aurea, la strada dei Re, unico quartiere dove è ricostruibile la bellezza cinquecento-seicentesca dell’abitare in un “unicum” straordinario.

Allora, come non ricordare le parole di Gustave Flaubert, che raccontava di marmi e scale e palazzi sciontillanti o rievocare l’ammirazione di Montesquieu e di Charles Dickens?

Chissà, forse nei tempi moderni quella bellezza che resiste agli antichi anatemi e scintilla in una mutazione genetica del tessuto cittadino, mentre tutto il resto si cancella, è proprio il residuo di una colossale trasformazione che la città sta vivendo da un trentennio, passando, appunto da capitale industriale, capitale Iri delle Partecipazioni Statali e maggior porto pubblico italiano e mediterraneo, a città di servizi, di turismo, di capolavori artistici svelati improvvisamente quasi.

Cadono i veli, non solo dai palazzi Rolli, ma anche dalle chiese sepolte nei caruggi, quando la città vecchia era solo un dedalo un po’ perduto tra le macerie della guerra, i bassi napoletani di via Prè, centrale dei contrabbandieri di sigarette, le nicchie delle quasi riservate rispetto alla incredibile esposizione di oggi, con ogni razza sudamericana, slava, africana esibita in modo rutilante a firmare anche la straglobalizzazione del , fino alla porta della Strada dei Re, la odierna via Garibaldi, a sfiorare i turisti che Doria conta uno per uno, vaganti a sciami tra il Porto Antico che Renzo Piano ha recuperato e i vicoli a ragnatela, dove il degrado e il recupero confinano in modo quasi sfacciato. I luoghi della “movida” dei ragazzi, la Facoltà Universitaria di Archittettura di Sarzano e i buchi neri dello spaccio di droga di nuovo dilagante alla Maddalena o intorno a Vico Croce Bianca, ex area più o meno protetta dei trans, le saracinesche calate, i negozianti che fuggono, molti artigiani in ritirata, il mercato immobiliare che si sfarina, dopo i fasti del 1992, anno delle Celebrazioni Colombiane per il Cinquecentenario della Scoperta: ecco la legge del contrasto.

È come uno scontro titanico di trasformazione e seduzione a specchio, la scommessa tra la decadenza e il rilancio. La città ha meno di 550 mila abitanti e quasi centomila operai in meno di trenta anni fa: è paurosamente dimagrita dalla fine degli anni Settanta e questi numeri, che vengono ripetuti da ogni giornalista, da ogni analista in missione a Genova, sono oramai come la firma del passaggio tra ”trasformazione” e “decadenza”.

Insomma, Genova non è più una città in trasformazione, come quella che all’inizio degli Anni Ottanta il presidente dell’Iri di allora, Romano Prodi, governava dalla sua tolda di imprenditore pubblico, pronto a “tagliare” stabilimenti e organici di Italsider, Ansaldo, Fincantieri, Italimpianti. Non sta più modificando l’anima del suo grande porto pubblico, che a fine anni Settanta impegnava tra camalli e dipendenti del Consorsio Autonomo oltre ventimila uomini e che si è privatizzato diventando il regno dei terminalisti, dei liners che si dividono, anche sanguinosamente, i moli e le banchine attraverso le concessioni. Non è più la fucina di spinte e controspinte politiche, come la città che per prima nel 1945 si liberò da sola dal nazifascismo, nel 1960 dei moti affondò il governo di destra-destra di Ferdinando Tambroni, che nel 1961 varò il primo centro sinistra, facendo infuriare il cardinale-principe Giuseppe Siri e nel 1974 fece decollare la prima giunta rossa Pci-Psi insieme a Milano e che fu capitale del terrorismo e, quindi, degli “anni di piombo” con la banda XXII Ottobre e poi le Br, fondate a Chiavari e poi con il sequestro del giudice Mario Sossi e l’omicidio del Procuratore Generale Francesco Coco e dove poi i terroristi firmarono la loro fine, uccidendo l’operaio Italsider Guido Rossa e girandosi contro una classe operaia dove non poche frange si lasciavano affascinare dallo slogan “Né con lo Stato, né con le Br”, che veniva stampigliato sui muri del porto.

Addio a quelle primogeniture, oggi la città è in decadenza. Punto e basta.

Non ha sostituito quei primati, non ha goduto di “pacchetti compensativi”, come quello del 1966 che prometteva il ruolo di Capitale del Nucleare, poi evaporato con il referendum anni Ottanta. E vede all’orizzonte solo un profilo turistico, di servizi, con una grande lapide che sta calando sulla storia industriale della città.

Le vertenze dell’autuno caldo in arrivo, con bollettini di tempesta forza 9, elencano almeno 2500 posti di lavoro che potrebbero saltare nell’area genovese-savonese, una specie di ecatombe che lega in fila indiana aziende come l’Ilva dell’ex superacciaieria di Cornigliano con oltre duemila operai, prevalentemente giovani, quella che era battezzata anni fa la “Generazione Nutella”, proprio per la giovane età, alle centinaia di Piaggio Aero, trasferita da Genova a Villanova d’Albenga, alla Bombardier di Savona, alla Ericcson con 147 posti di lavoro tagliati dalla multinazionale appena trasferita sulla collina degli Erzelli, il sogno hig tech che sta sfumando nel ponente cittadino.

Come dire: sparisce la vecchia industria siderurgica, ma anche quella del futuro informatico e tecnologico, l’altra che fabbrica le locomotive e i treni. E se a questo si aggiunge l’indotto portuale che trema perchè la grande crisi dei noli falcia compagnie mondiali come la coreana Hanjin, che sta fallendo e quindi non toccherà più con le sue 50 mila tonnellate di teus il porto zeneise e manderà a casa i circa 100 dipendenti dell’agenzia marittima….

Hai voglia a sorvolare tutto questo, come ha fatto il presidente Matteo Renzi, quando ha deciso di fare una gita a Genova, prima o poi ti si ripresenterà in termini di grande scontro sociale, magari nel clou di una campagna elettorale, che è già cominciata da tempo per trovare un sindaco che si carichi sulla spalla tutto quanto: dagli anatemi danteschi, alla decadenza strisciante e insistente, con il degrado che corrode il corpo urbano, dai caruggi “divisi” alle areee industriali, diventate cimiteri presistorici di un’era perduta, oppure trasformati in Outlet di un megacommercio, che sepellisce con le sue Ikea, Mercatone Unico, Roy Merlin e chi più ne ha più ne metta di megastore, con le periferie da recuperare alla connessione urbana nel grande lago di quella che chiamano “città metropolitana” senza sapere cosa serve.

E, infine, con i quartieri residenziali semideserti, dove le badanti o i badanti dell’assistenza globalizzata spingono le carozzolle della popolazione stravecchia, che ha un unico problema: riuscire a pagare le spese di amministrazione di appartamenti da 200 metri quadrati dove vivono oramai quasi solo gli ultraottuagenari. Siamo arrivati al punto che oggi il contratto più in uso in queste aree semiperdute della città è quello della donazione ai badanti, agli emigrati di prima e seconda tornata. Gli anziani soli e senza successione preferiscono “regalare” la casa a chi li assiste. Costa meno che cercare disperatamente di vendere e poi a chi? E a che prezzo, in un mercato oramai ridotto ai minimi termini? Con trentamila euro ti compri una casa, certo in qualche periferia, sotto il ponte autostradale, che scavalca la Valpolcevera, ma sempree una casa è.

I profughi quelli dell’ultima ora, non quelli delle carrozzelle negli ex quartieri alti, non sanno dove sistemarli. Arrivano a centinaia per settimana e li hanno piazzati nei padiglioni della ex Fiera del Mare, fallita da tempo, nel Seminario Maggiore vuoto di preti, in qualche residenza restaurata in vecchi palazzi come nella centrale via Caffaro, sotto il paradiso della collina di Castelletto. L’ultimo insediamento nel cuore della città in via XX Settembre ha scatenaato una reazione durissima degli abitanti e dei commerciuanti e ha provocato l’ipotesi di una tendopoli. Ma a Genova non ci sono spazi piani per tirare su tende. Meglio sorvolare.