Franco Manzitti

Genova, la destra mantiene pubblici i trasporti che la sinistra voleva privatizzare

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Genova, la destra mantiene pubblici i trasporti che la sinistra voleva privatizzare

GENOVA – Un applauso seppellisce cento anni di storia politica e proprio nella roccaforte “rossa” della Superba, il palazzo del Comune, Tursi, cinquecentesca gloria urbanistica della Superba. Tutti battono le mani al voto con il quale passa la delibera della maggioranza di centro destra che sancisce il carattere pubblico-statale- civico dell’Amt, azienda del trasporto, crivellata dai deficit, ridimensionata nelle corse degli autobus e nel suo personale e da anni nella sua funzionalità, sotto accusa per inefficienze, obsolescenza dei suoi mezzi. Resterà pubblica, alla faccia dei tentativi di salvarla immettendo sangue privato nelle sue vene. Lo ha deciso il sindaco “amerikano” Marco Bucci, manager scelto dalla Lega, eletto dal centro destra unito, in sella da meno di cento giorni. E applaudono i leghisti, i forzisti insieme a tutte le frange di sinistra e di extrasinistra di un consiglio comunale terremotato alle ultime elezioni. Applaude il pubblico, applaudono i 5 Stelle e i loro fuoriusciti: che bello questo “pubblico” che trionfa nel servizio chiave della cittadinanza!

Non applaudono solo i Pd, sparuto gruppo che siede come un pulcino bagnato nella sala Rossa, fino a ieri era “rossa” in tutti i sensi per sessanta anni filati e ora “riconsacrata” da questa capriola acrobatica: il voto che mantiene un regime fino a ieri considerato collettivo e centralizzato per l’azienda pubblica per eccellenza, quella dei bus.

Il principio della dottrina statalista, capovolto dai suoi sostenitori ed applicato dai nemici liberisti. Il credo comunista attuato per decenni e recitato in ogni assemblea, sconfessato e capovolto alla faccia della storia zeneise e non certo solo in questi confini da Repubblica separata con gli osanna del partito postcomunista e , udite udite, anche del sindacato all’operato del sindaco leghista e dei suoi alleati.

Se si pensa che un mese fa lo stesso consiglio comunale aveva smontato il tentativo della post sinistra di “privatizzare” l’Amiu, azienda dei rifiuti urbani, scovando nel bilancio comunale i capitali che la sinistra non era stata capace di trovare e, quindi ”salvando” la società partecipata, prossima al naufragio, si capisce cosa sta succedendo a Genova, la ex roccaforte.

Genova, quella vecchia rocca forte rossa.

Qui non solo è caduta quella roccaforte rossa di un potere eterno, nato dopo la guerra e tramandato ininterrottamente per decenni, tra le grandi fabbriche delle valli Polcevera e Bisagno, fordiste doc, operaie, comuniste fino al midollo, nel porto una volta pubblico, dominato dai camalli, quelli dei ganci che stopparono la rivoluzione di destra del Governo Tambroni nel mitico 1960 dei moti di piazza, in ogni anfratto dell’organizzazione sociale di questa città, dove le Coop di Reggio Emilia e anche quelle territoriali hanno dettato legge sempre, impedendo a chiunque altro di aprire solo uno sgabuzzino nei settori della grande distribuzione. Si veda l’Esselunga che mai ha aperto un solo supermercato nei confini della “Repubblica rossa” genovese, si leggano i libri provocatori del grande Capriotti, querelato proprio perché stangava il monopolio rosso nella Grande Distribuzione con il libro “Carrello selvaggio”.

Qui si sta assistendo a una specie di rivoluzione politica, un assestamento, una alternanza attesa troppo a lungo. Qui cambia lo scenario tradizionale degli schieramenti, qui nessuno ordina più fianco destr, fianco sinistr. Qui destra e sinistra non esistono più e non è solo perché le ondate populiste sono come una tempesta le cui onde spianano tutto il terreno di una discussione, di un dibattito che ha toni, nomenclatura e confronti completamente diversi.

Il neo sindaco, che ora sarebbe riduttivo definire centrista, o destrista o centro destra, sale sul palco della Lega, nella grande piazza della Vittoria, sotto l’arco neoclassico e proclama che a lui né destra né sinistra sono termini che dicono qualcosa. “Io non sono né di destra, né di sinistra – spiega all’intervistatore che lo interroga davanti alla platea che lo ha eletto e che ieri era ancora vestita di verde- io sono per fare le cose giuste per la città. Questi discorsi sono vecchi, stantii, non mi interessano.”

E’ un uomo pragmatico, un manager che viene da venti anni di lavoro negli Usa, questo sindaco di 57 anni, sposato con una pasticciera molto alla moda nel quartiere residenziale di Carignano, che arriva in ufficio alle 7,30 di mattina e sveglia gli impiegati urlando e chiede rapporti continui sul rendiconto del lavoro. E’ come un caterpillar che sta arando quel territorio superideologizzato da sessanti anni di conduzione prevalentemente ideologica del sistema comunale, con poche parentesi, l’efficienza anch’essa pragmatica, ma sempre con ancoraggio postcomunista, del sindaco Beppe Pericu, tra il 1997 e il 2007, e l’autonomia di Adriano Sansa, l’ex pretore d’assalto, che mal sopportava il centralismo del Pds di allora, tra il 1993 e il 1997. Il resto è sempre stato disciplina di partito e di coalizione.

Il caterpillar Bucci lavora su questo terreno, ma la sorpresa è che non lo fa con il revanchismo di chi finalmente sconfigge il nemico storico, lo sostituisce nelle nobili sale del governo cittadino e impone le sue ricette liberali, il mercato prima di tutto, lo spianamento di ogni sistema collettivista, postcomunista. I nuovi governanti non sono aggressivi, polemici, incattiviti e neppure spocchiosi dopo una vittoria epocale. Hanno incominciato a governare con rapida efficienza, con energia, evitando perfino di rinfacciare al corso precedente errori, mancanze, deficit , inefficienze.

Hanno pescato nel bilancio firmato dai predecessori 13 miliardi essenziali per salvare quella azienda dei rifiuti per la quale l’ultimo sindaco postcomunista, Marco Doria, aveva già intonato il “de profundis”, come si pescano quattro spiccioli nel borsellino della nonna. E non hanno fatto neppure una battuta.

Venite a Genova se volete vedere come si fa a cambiare il linguaggio della politica.

Non è solo questione di destr e sinistr. I “nuovi” vanno dritti e il tempo dirà se sono veramente capaci di capovolgere una città che si stava inabissando o se questa è solo una classica “luna di miele” e dopo saranno tuoni e fulmini e l’energia del “cambio” si esaurirà solo negli annunci e nelle promesse e in una sfilata di progetti che Bucci sforna uno al giorno.

Il nuovo sindaco ha mandato squadre di vigili a controllare il centro storico, tornato allo spaccio, alle violenze, alla mancanza di sicurezza dei tempi meno recenti, ha spazzato via i mercatini abusivi degli immigrati, li ha spostati dal cuore della città alle periferie. Ha corteggiato Renzo Piano – come fanno sempre gli amministratori di Genova – e ricontrattato con lui un disegno del Water front che colleghi lo storico Porto Antico con la zona della Fiera (che i predecessori avevano fatto fallire) attraverso canali d’acqua, lunghe promenade estese fino a Nervi, la zona turistica di Levante.

Ha lanciato l’idea di risolvere il problema del trasporto urbano riportando a Genova i tram scomparsi dagli anni Cinquanta Sessanta, assicurando che troverà i fondi per tre linee urbane, la costa e le due grandi vallate. “Bologna ha ottenuto per questo 250 milioni di finanziamenti dallo Stato – ha detto – Genova, che ha il doppio di abitanti, ne potrebbe ottenere almeno 500 e con questi possiamo rimettere i binari.”

A Palazzo Ducale, il Beauouburg genovese, un hub culturale capace di attirare con il vecchio regime più di 300 mila visitatori all’anno, tra mostre, conferenze, cicli culturali, incontri con star e superstar, il Bucci transpolitico ha piazzato la iena Luca Bizzarri, supercomico Tv, nominandolo al posto di Luca Borzani, uno storico, ex pubblico amministratore, ex assessore comunale, molto capace a costruire un pubblico fedele e in costante crescita. E come vice di Bizzarri ha scelto una chirurga estetica, Tiziana Lazzari, ottimo medico, una bella signora, molto conosciuta, ma con zero esperienza culturale.

Un po’ ubriacati da questi annunci e da queste mosse, che poi si susseguono ininterrottamente, i genovesi si dimenticano per ora le vecchie contrapposizioni ideologico-politiche. Anche perché l’opposizione del Pd, spodestata dal governo, è lacerata da scissioni, divisioni, polemiche devastanti e personalismi anche imbarazzanti. Finalmente i democratici sono riusciti, a quattro mesi dalla sconfitta comunale, a concordare un nuovo segretario provinciale, Alberto Pandolfo, un ingegnere neppure quarantenne, consigliere comunale appena eletto, già appartenente allo staff della ministra genovese alla Difesa Roberta Pinotti, un mediatore, molto elegante, anche un po’ azzimato, che può vantare una scelta unitaria.

Vuol dire che almeno i renziani, i renzianissimi, i superenziani, i franceschiniani, gli orlandiani, hanno fatto una specie di pace per sceglierlo dopo il crak.

Ma questo non significa che le guerre siano finite dentro a una sinistra che non è mai stata così divisa e a un centro sinistra che sbanda pericolosamente. Al comizio di chiusura della Festa dell’Unità, dove non si era mai discusso della storica sconfitta, meglio delle storiche sconfitte perché oltre a Genova il Pd ha perso la Regione, Savona, Spezia e sta perdendo anche Imperia e Sanremo, Renzi si è trovato davanti, nella sua risicata visita, non più di trecento persone.

Anche i grillini sconfitti elettoralmente nella patria del loro fondatore Beppe Grillo per ora non sanno che balbettare una opposizione più inesistente che timida.

Eppure le emergenze fioccano anche sotto il tacco efficiente e energico di Bucci e dei suoi assessori. Un quartiere popolare e negletto come quello di Multedo, dove ci sono i depositi petroliferi, si è sollevato anche contro la curia di Angelo Bagnasco perché gli hanno imposto sessanta nuovi immigrati. Il parroco, don Martino, si è trovato in piazza da solo a difendere la decisione di piazzare in quel quartiere i nuovi profughi. Le istituzioni locali sono state scavalcate e non sanno come intervenire. E’ come una miccia che brucia e che ne accenderà altre in una città tradizionalmente aperta, con il suo grande porto.

Chi comanda a Genova ora?

L’efficientismo energico di Bucci l’amerikano, che va oltre gli schemi, i partiti, le obsolete ideologie e non guarda in faccia nessuno? Forse per ora sì, ma la notizia che ha fatto più impressione in questi tempi è stata il viaggio, o meglio la gita, dello stesso Bucci, del presidente della Regione Giovanni Toti, del superassessore regionale leghista Edoardo Rixi, il boss del trasporto Aldo Spinelli, il presidente dell’Autorità Portuale, Paolo Emilio Signorini, tutti insieme alla corte di Luigi Aponte, uno dei liners più importanti del mondo. La pattuglia genovese è andata a Ginevra al cospetto del grande armatore napoletano, viaggiando sull’aereo privato pilotato da Alessanro Garrone, figlio di Riccardo, vice presidente di Erg e membro della famiglia probabilmente più importante della città, per chiedere aiuti e sostegni nei progetti di ampliamento del porto e nell’impegno della sua compagnia, la Msc, nei collegamenti delle navi da crociera e nel trasporto dei container.

In altri tempi il viaggio collettivo delle istituzioni, avio trasportate da un “padrone”, sarebbe stato valutato sopratutto dalle forze di sinistra della città come un atto di sottomissione, o almeno di eccessiva riverenza nei confronti di un potere economico così forte. Oggi si sono elevate solo isolate proteste, qualche balbettio e praticamente la irrilevanza di un dibattito sulla missione. Anzi qualcuno ha applaudito il sindaco che “alza le chiappe” per andare a cercare business per la città, dopo anni di immobilismo e di chiusura. E anche questi applausi venivano dal front sinistr.

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