Franco Manzitti

La battaglia di Genova, dove votano 400 ultracentenari

La battaglia di Genova, dove votano 400 ultracentenari

Marco Doria, il sindaco uscente di Genova (Ansa)

GENOVA – Se si incomincia dalle palanche, i soldi in zeneise, che sono sempre così importanti in questa città di storico capitalismo finanziario, le cose vanno male. La banca-mamma, la Carige, è nella tempesta da anni e il suo azionista principale, il tycoon Vittorio Malacalza, vicepresidente, licenzia un amministratore dopo l’altro per far galleggiare l’Istituto tra i fulmini della Bce, i vecchi scandali e la montagna di crediti deteriorati da appioppare e un altro gigantesco aumento di capitale, mentre il titolo precipita in borsa a 22 centesimi di valore.

Se si continua con l’industria “storica” tremano le fondamenta dell’Ilva, appena assegnata dal governo alla cordata italia-indiana che vuole eliminare 5800 dipendenti. Quanti a Cornigliano, dove gli operai rimasti sono 1300, di cui 400 in cassa integrazione e dove quel pezzo di città aspetta una decisione definitiva, tra il laminatoio a freddo, i “treni” della banda stagnata, caterve di container accatastati, perfino la sede di Film Commision e i catafalchi della grande acciaieria a ciclo continuo che fu. Un’altra Bagnoli?

Se si va avanti con l’industria del futuro, con i robot della IIT, Istituto Italiano di Tecnologia, più di mille scienziati di ogni razza e nazione annidati a fare gli Archimedi Pitagorici, allora spunta una inedita guerra dopo che la senatrice a vita Elena Cattaneo ha puntato i cannoni sui finanziamenti al grande istituto che rappresenta lo sviluppo genovese. Che finisca tutto a Milano al centro ex Expò dell’Human Thecnopol, strappando le radici a questo insediamento in grande sviluppo, che sta trasformando la vecchia vallata postindustriale del fiume Polcevera in una California high tech, in quello che era a Nizza Sophia Antipolis?

Se si misura la città, ex capitale portuale del Mediterraneo, con la distanza di collegamento dal resto dell’Italia e sopratutto da Milano, Torino e Roma, si entra nel tunnel del Terzo valico, la linea ferroviaria attesa da 100 anni e che sta bucando finalmente l’Appennino per piombare nella Pianura Padana e velocizzare la Milano-Genova per passeggeri e container. Ma ogni giorno la grande opera straattesa incontra ostacoli e freni. Dovrebbero concluderla, questa linea, nel 2021, però scoppiano anche gli scandali sull’affidamento degli appalti che coinvolgono il general contractor. Di fatto il Terzo Valico avanza come una talpa, ma strettamnente sorvegliato da ben due commissari, quello all’opera e quello al Cociv, la società fondatrice che ebbe dal RFI la committenza per realizzarla e i cui vertici sono stati decapitati da quella storia di tangenti per gli appalti.

Insomma, Genova, la seconda città per importanza dopo Palermo, che va a votare domenica nelle elezioni amministrative più nascoste degli ultimi anni, più oscurate dai temi politici nazionali e dagli sconquassi di alleanze e partiti e movimenti, è “sotto attacco”.

E che fanno i nove candidati sindaci e le centinaia di candidati consiglieri comunali e municipali in questo scenario complesso di destini che potrebbero incrociarsi pericolosamente in questa città demograficamente indebolita, ridotta a 570 mila abitanti, dai quasi 900 mila che aveva all’inizio degli Anni Settanta, paurosamente vecchia con il tasso di anzianità più alto d’Europa, insieme a Bologna e Trieste, con i profughi accampati perfino dove una volta c’erano le barche del Salone Nautico nei padiglioni vista mare e porto? Una città dove sono chiamati a votare poco più di 400 mila abitanti, tra i quali _ ecco il record di anzianità_ ben 337 ultracentenari.

La campagna elettorale è stata stretta e polverizzata, malgrado si giochi una partita chiave: cadrà dopo quasi cinquanta anni la roccaforte rossa, cioè il predominio politico di alleanze con al centro l’ex Pci, diventato Psd, Ds e alla fine Pd?

Per la prima volta il candidato sindaco del centro sinistra, Gianni Crivello, non iscritto al Pd, non renziano, assessore uscente della giunta “arancione” di Marco Doria, ex fedele di Berlinguer e di Rifondazione, oggi senza tessera, potrebbe non farcela a conquistare il nobile trono di Palazzo Tursi, la dimora fantastica del sindaco genovese, nella “strada dei re” di via Garibaldi.

Il centro sinistra ne ha fatte di tutti i colori, perdendo le elezioni regionali del 2015, vinte dall’ex delfino di Berlusconi, Giovanni Toti e quelle di Savona del 2016, dove ha trionfato la ex modella Ilaria Caprioglio. I suoi leader sono distanti, come i ministri Orlando e Pinotti o politicamente dissolti, come l’ex presidente-deputato-sindaco, Claudio Burlando o come la sventurata Marta Vincenzi, condannata pesantemente, troppo pesantemente, a cinque anni e due mesi per omicidio colposo e falso, dopo la tragica alluvione del novembre 2011, costata la vita a sei persone, tra cui due bambine.

Il Pd era l’architrave vacillante della giunta uscente, quella di Marco Doria, sindaco tra il 2012 e oggi, marchese iperblasonato, tornato a fare il prof di Economia all’Università, anche lui non democrat, ex Sel e molto “arancione”, vicinissimo oggi a Pisapia nel Campo Progressista che potrebbe offrirgli un seggio parlamentare, quando mai si voterà.

Ma l’alleanza non ha retto e il regno di questo Doria è stato un calvario nei rapporti tra lui e il Pd fino allo sconquasso finale. Tra divisioni, lacerazioni, uscite clamorose, come quella di Sergio Cofferati e poi quelle dei bersaniani e d’alemiani, sempre molto forti a Genova, i democratici hanno stentato assai a trovare un candidato e alla fine, temendo le Primarie, hanno scelto il s*****o Crivello che era assessore di Doria e, prima, presidente di Municipio, un ex infermiere specializzato di 65 anni, molto etnico e che tutto si aspettava meno che di fare il salvagente del centro sinistra.

E’ rimasto lui nella fatale tenzone, che potrebbe costare la caduta della roccaforte rossa, dopo quasi cinquanta anni, dal 1974, quando su Genova regnava da sindaco Giancarlo Piombino, un tavianeo di ferro, democristiano di raffinate doti e, allora, di giovane età.

E chi va all’assalto di questa roccaforte nella città sotto attacco, in un clima quasi rassegnato, dove la campagna non ruggisce certo di scontri e grandi idee: le strade della città mostrano cartelloni elettorali spogli di manifesti e anche pioggia scarsa di volantini perchè quasi tutto si fa sul web?

Lo sfidante numero uno è il manager “americano” Marco Bucci, 55 anni ad di Liguria Digitale, lunga carriera negli States, ma genovese doc. Sua moglie gestisce una delle pasticcerie più note della città nel borghese quartiere di Carignano. Lui è un uomo tranquillo, cattolico, ex boy scout, che viene portato in giro come la Madonna Pellegrina dal deus ex machina della destra di oggi in Liguria e oltre, Giovanni Toti, il presidente della Regione.

Sembra quasi che il candidato sia Toti e non Bucci, per altro in quota Lega Nord, partito cresciuto molto nelle ultime elezioni regionali ed anche a Savona.

Ma quanto “sfonderà” un candidato che viene lanciato da Matteo Salvini e da Giorgia Meloni in una città dalla lunga tradizione antifascista? La geografia politica genovese è saltata da tempo. Non ci sono più quartieri operai, perchè non ci sono quasi più operai e allora il terreno di coltura di una destra anti immigrati e profughi, impaurita dai raket della droga e dalle bande di latinos che impazzano di notte ( a Genova ci sono 35 mila ecuadoriani), sfonda i confini storici di una città a quartieri fisiologicamente e socialmente separati, Il Levante borghese e benestante, i caruggi melting pot, il Ponente industrial portuale e operaio, poi i quartieri residenziali borghesi, ondeggianti tra il radicalismo chic di Castelletto e la Destra-destra di Albaro. Salgono previsioni di vittoria di centro destra perfino dalla Valpolcevera profonda come a Rivarolo. E a Sampierdarena, la vecchia Manchester genovese, l’emergenza sicurezza è tale che le previsioni parlano anche qua di destra.

In una affollatissima assemblea nel nobile Palazzo Ducale, Crivello ha ricevuto ampi consensi da una platea molto radical chic, dove spiccavano grandi imprenditori, e rappresentanti delle storiche famiglie, abbarbicate nelle loro residenze di Castelletto Alta. Dove una volta già votare Dc poteva essere pericoloso….e bisognava scegliere bene il candidato, che non sbandasse troppo a sinistra.

L’altro sfidante con possibilità di conquistare almeno il ballottaggio è il grillino Luca Pirondini, maestro d’orchestra, 35 anni, bella faccia, stile Di Maio, giacche ben abbinate alla cravatta, “resuscitato” da Grillo dopo la sconfitta alle “Comunarie”, vinte dalla prof Marika Cassimatis, poi scomunicata dal diktat di Grillo e che corre da sola come in quel film, dove c’era chi ballava da sola……Pirondini suona, ovviamente, una musica nuova e sta rimontando il frazionamento del Movimento 5 Stelle.

Costretti a decine e decine di confronti, i candidati, non solo i tre del possibile ballottaggio, ma anche gli altri, tra i quali il più forte, Arcangelo Merella di una lista civica molto compenetrata nella città, ex assessore del sindaco record Giuseppe Pericu, e Paolo Putti, un altro fuoriuscito 5 Stelle, che aggrega la sinistra più sinistra ai grillini delusi, hanno sminuzzato la campagna in centinaia di confronti con mini dibattiti. Un minuto per rispondere alla stesssa domanda, trenta secondi per l’eventuale replica. Una noia mortale. Solo negli ultimi giorni si è vista finalmente qualche scintilla tra i tre candidati al ballottaggio.

I big romani hanno snobbato la tenzone genovese, in altre vicende affaccendati. Renzi, con gran scalpore non è ancora arrivato a sospetere Crivello, ma si sa Genova gli porta male. Venne per le elezioni regionali e fu sconfitta. E’ tornato alla vigilia del referendum ben due volte, allora Genova pussa via. In compenso a sostenere il candidato dell’asse di centro sinistra sono venuti D’Alema e Bersani, con sottinteso il messaggio che se vittoria fosse è la meno renziana possibile. Anzi.

Sono, invece, arrivati e più volte, il “capitano”Salvini, che deve marcare bene il suo candidato e Giorgia Meloni, ovviamente strascortati da Giovanni Toti, per il quale l’esito di questa elezione genovese è vitale. Se vince il centro destra, lui in Liguria ha fatto l’en plein e ha dimostrato a Berlusconi che la formula vincente è “Uniti si vince” e mettendo insieme Lega, Forza Italia e Fratelli d’ Italia si ottiene quel risultato che sul piano nazionale non è neppure perseguito.

Sarà ammainata la bandiera rossa (se ancora la possiamo riconoscere come simbolo del centro sinistra) dal pennone genovese? Sarebbe, comunque, una svolta epocale, più ancora della Bologna della buona anima Guazzaloca. Sia che la vittoria vada nelle mani del manager Marco Bucci, sia che la nuova musica genovese la suoni il maestro-tenore Luca Pirondini. Cambierebbe tutto sotto la Lanterna. Non solo la musica.

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