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Lingua di Genova “come il brasiliano senza voglia di vivere”

La foto di di Franco Manzitti

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GENOVA – La lingua che si parla a Genova è una lingua che “ricorda il brasiliano, l’unica differenza è che il genovese è un po’ come il brasiliano che non ha voglia di vivere perché sta sempre mugugnando”, dice Peter Kennedy, un irlandese di 26 anni, trapiantato a Genova per amore di una ragazza ma soprattutto di quella lingua cantilenante che lui parla ormai benissimo, con quell’accento inglese che non si può cancellare e lo rende anche più affascinante.

A furia di lamentarsi, di esercitare, appunto, quell’arte del mugugno che vuol dire protestare un po’ a denti stretti, come suggerisce una delle definizioni più “storiche” sulla loro identità, “strenzo i denti e parlo zeneise” (stringo i denti e parlo genovese), oppure “strenzo i denti e parlu ciaeu” (stringo i denti e parlo chiaro), i cittadini della Superba non staranno mica cambiando la loro lingua, quella cantilena dai suoni affascinanti, resa immortale da Gilberto Govi, il leggendario attore comico di “Pigna secca” e “Pigna verde” e poi, in tempi recenti, dalle canzoni di Fabrizio De Andrè?

Il sospetto di una mutazione quasi genetica dell’idioma genovese l’ha lanciata un personaggio a sorpresa, piovuto sotto la Lanterna proprio per amore della lingua locale oltre che di una ragazza genovese. Si tratta di un giovane irlandese, Peter Kennedy, 26 anni, da cinque abitante a Genova, dove è arrivato, udite, udite perchè trascinato dal suono magico di quella cantilena, come se avesse seguito un pifferaio giù per l’Europa.

Peter si presenta proprio così, usando la sua nuova lingua. “Me ciammo Peter Kennedy, son irlandeise, strenzo i denti e parlu zenesise……”, tanto per chiarire la sua identità di immigrato per amore di una lingua, di un suono, di un modo di parlare che l’ha affascinato, al punto di trasferirlo. Da cinque anni Peter insegna alla Italo-Britannica di Genova e vive tra caruggi, piazzette del centro storico, i saliscendi tra la città vecchia e quella delle alture. A suo dire chi l’ha folgorato sono state le canzoni di Fabrizio De Andrè, di Luigi Tenco, di Bruno Lauzi. Quel suono reso immortale da “Creuza de ma‘” di Fabrizio-Faber (1984) o magari dal più popolare “Ma quande l’è che ti t’accatti o frigideiro?” di Bruno Lauzi (1962), gli ha fatto interrompere gli studi di matematica  e trasferirsi a Genova, dove si mantiene insegnando l’inglese, cercando di vendere il sidro irlandese nei locali della movida genovese e studiando, ovviamente, la lingua di cui si è innamorato.

Ha già una biblioteca invidiata dagli studiosi della materia ed è  in grado si esprimere giudizi che sollecitano la domanda iniziale: il genovese sta virando nei suoi toni proprio perché gli abitanti che ancora lo praticano e sono sempre meno, ahimè, lo usano sopratutto per lamentarsi, per rendere ficcanti le loro osservazioni sullo stato della città.

“All’inizio è stata un po’ una delusione “ – ha spiegato Peter alla tv del quotidiano “Il Secolo XIX” –  mi aspettavo una città più musicale con quel suono per le strade, un po’ come succede in Irlanda.”

Insomma Peter l’irlandese- zeneise si aspettava che quellla cantilena risuonasse un po’ dapertutto e impastasse dei suoi suoni la città, almeno gli angoli più suggestivi, invece ha trovato la lingua con difficoltà perfino sulla bocca dei cittadini ai quali si rivolgeva in dialetto per incominciare un dialogo assolutamentee autoctono.

Il giovane Kennedy salva, comunque, la città, anche se quella musica non la fa vibrare, come si aspettava. Osserva, usando per una volta l’inglese che Genova è “more than this”, molto di più di questo, cioè di quello che a un primo impatto appare (come recitano anche i nuovi slogan del marketing internazionale cittadino), che bisogna scendere magari dalle deserte e rarefatte di pubblico e luci vie del centro, come via XX Settembre, per sprofondarsi nel centro storico, nei caruggi dove il venerdì e il sabato sera impazza la movida dei ragazzi che invadono locali e vicoli, bevendo birra e magari anche ascoltando musica, chissà se anche  quella che ha trascinato qua Peter.

Ride l’irlandese che parla “a denti stretti” per essere più genovese possibile, delle ultime gag che girano in Italia sui cittadini di Zena, esaltando la loro rustica capacità di accoglienza  nella celebre storia della “torta di riso”. Arrivano due turisti tedeschi  e entrano in una trattoria dello sprofondo genovese. Chiedono cosa c’è di mangiare e l’oste (raffigurato nella gag, molto usata in popolari programmi Tv, da un attore ligure, Enrique Balbontin, vera maschera dei tempi moderni) con tono quasi irritato e scostante risponde: “Ci sono rimasti torta di riso e andarselo a prendere in …, ma la torta di riso è finita.”

“Il bello di queste estremizzazioni” – spiega Peter – è che le ironie sull’accoglienza ligure vengono dai genovesi stessi, sono loro che le inventano e le diffondono…..la torta di riso c’è eccome, ma bisogna trovarla……”

Resta il fatto che l’osservazione sulla scarsa musicalità, sulla perdita di suono del dialetto zeneise, sulla sua caduta verticale di potenza sonora è più che giustificata. Peter ha ragione.

È vero che in questi tempi difficili il tono genovese in generale, ma soprattutto di chi usa la lingua madre si abbassa, rimbomba un  po’, si chiude non solo nella dentatura ristretta, si corrompe nel mood generale di una città che decade.

E come potrebbe essere diversamente? Violento calo demografico, la città più vecchia del mondo, la chiusura di tante fabbriche, di tanti posti di lavoro, un’immigrazione arrivata a sfiorare il 10 per cento della popolazione indigena, con contaminazione liguistica potente ( sui bus di Genova, altro che il genovese, la ligua più parlata è lo spagnolo delle comunità equadoregne e peruviane) che fine fa, in questa fase, un elemento fondante della cultura popolare: l’idioma locale?

“Non è vero che il genovese ora è meno musicale, sono i genovesi che lo parlano così perchè questo è il loro umore oggi “, reagisce Fabio Canessa, giovane studioso appassionato della lingua dei padri, giornalista televisivo e protagonista di una trasmissione settimanale sulla emittente più forte della Liguria “Primo Canale”, che si svolge tutta in genovese: lo parlano il conduttore Gilberto Volpara, il docente universitario, guru del dialetto, professor Franco Bampi, obbligatoriamente i numerosi ospiti con incredibili risultati di audience.

Canessa (cognome tipicamente ligure genovese, di quell’area tra Noli e Sestri Levante, dove si parla il genovese puro) è un appassionato della sua lingua e della sua relativa storia, fino dalla tenera età e coltiva la propria parlata con la perseveranza di un monaco che approfondisce i suoi salmi, li centellina, li approfondisce in ogni aspetto.

“ Meno musicale, meno allegro? Provate a andare nei paesei dell’entroterra dove il genovese lo parlano  anche i bambini e ascoltate se il suono delle loro parole è poco allegro e musicale. Lo usano giocando……..Certo se ascoltate la canzone simbolo dei genovesi, che è la famosissima “Ma se ghe pensu”, il lamento di un emigrato in Argentina che rimpiange la sua città e piange e sogna di tornare, allora il suono  scende, diventa quasi un pianto.”

Il giovane Canessa, lusingato, ma anche un po’ perplesso sulla passione irlandese di Peter per questa nostra lingua, ha osservazioni precise da fare su questa “decadenza di toni”.

“Quando c’è da mugugnare si usa il genovese, ovviamente se lo si conosce” – commenta – e non è questo il difetto principale di una lingua che come come tutte quelle locali viene “erosa” dall’italiano”.

Il bacino di uso si sta stringendo e distinge, sempre secondo Canessa, almeno un milione di cosidetti “parlanti potenziali” e poche centinaia di migliaia di “parlanti reali”.

La prova provata che questa musicalità, rimpianta da Peter Kennedy, esiste eccome Fabio Canessa la ripesca in una delle tradizioni più profonde del genovese nelle giornate carnevalesche. Il carnevale genovese era uno dei più sfrenati, dei più cantati, dei più rumorosi, dei più creativi nella tradizione delle “froture”, vere performances, create apposta per esaltare le feste di quel periodo dell’anno.

Neppure il paragone sonoro con lingue molto assomiglianti al genovese, come il brasiliano e il portoghese, spesso foneticamente richiamate come parenti stretti, porta a condannare la caduta della sonorità a Genova. “Non sono parenti stretti” _ spiega ancora Canessa _ i grandi linguisti trovano che l’unico vero antenato del genovese  è il latino e, semmai, invitano a farsi un viaggio a Carloforte in Sardegna, dove esiste una enclave genovese nella quale si parla ancora la lingua originaria ma imbastardita, ovviamente, dai toni sardi.

Conclusione: l’accusa di Peter Kennedy, innamorato a sopresa del genovese, non è definitiva. Suona accidentale, perchè marca i suoni di una lingua  usata per mugugnare, protestare. Riflette i tempi accidentati nei quali la ex Superba vive, ristretta non solo nella postura dei denti di chi la parla, ma negli umori depressi per una decadenza evidente.

Insomma il genovese abbassa un po’ le sue ali come il Grifone, simbolo della città in certe raffigurazioni molto discusse storicamente, abbassa la sua coda nell’iconografia classica. Ma se una televisione dedica con successo una intera trasmissione alla lingua madre ogni settimana, se il giornale ancora più diffuso “Il Secolo XIX” scrive ogni domenica una pagina intera in genovese e se i “parlanti latenti” galleggiano ancora in Liguria nel magna della babele linguistica globale, vuol dire che il viaggio-trasferta per amore di lingua di Peter Kennedy non è un vezzo un po’ snob, ma una giustificata attrazione. I genovesi difendono ancora la loro lingua. A denti stretti, ovviamente.

Fabrizio De Andrè: “Creuza de ma”

Bruno Lauzi “O frigideiro”

Enrique Balbontin “La torta di riso”

“Ma se ghe pensu” cantata da Massimo Ranieri

E da Mina

“E da Gilberto Govi


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