Blitz quotidiano
powered by aruba

Marta Vincenzi: chiesti 6 anni. I sindaci sotto scacco alluvione

La foto di di Franco Manzitti

Leggi tutti gli articoli di Franco Manzitti

ROMA – Marta Vincenzi: chiesti 6 anni. I sindaci sotto scacco alluvione. E’ solo la richiesta della pubblica accusa, dopo quattro anni e mezzo dai fatti che furono sei morti per alluvione (4 novembre 2011) e un verbale truccato per dimostrare che quella catastrofe non era prevedibile nel cuore cementificato di Genova.

Sono sei anni di carcere, sollecitati dal pubblico ministero Luca Scorza Azzarà, dopo otto ore di requisitoria, per Marta Vincenzi, 68 anni, accusata di omicidio colposo plurimo e di falso, ex sindaco di Genova, ex eurodeputato, ex presidente della Provincia, espulsa dalla politica mentre questo processo, ora al culmine, esplodeva insieme con la sua carriera di storica leader del fu Pci, combattiva amministratrice pubblica, non certo renziana, in grande polemica con il Pd, che non le riusciva a mettere le briglie sul collo.

Da allora lei, che era protagonista della politica genovese, si è come rattrappita in un ruolo di attesa di questo processo, tanto pesante da farle scrivere un libro, intitolato proprio “In attesa di giudizio”, raccontato in terza persona, con una buona dose di sfida ai magistrati giudicanti e poi un altro libro, presentato proprio alla vigilia della fatale requisitoria, “L’eredità di Marianne”, in questo caso un romanzo chissà quanto autobiografico.

Si era come chiusa nel suo pudore di donna pubblica trascinata in una colossale vicenda giudiziaria, costretta a una distanza dalle sue vicende personali processuali, ma anche da una forte dissidenza, rispetto alle spire della “nuova” politica, rispetto alle pieghe del suo partito, della sua città.

Abituata alla grande visibilità, alle definizione del suo ruolo cavalcante la scena come “Supermarta”, con questo superlativo a marcare il modo di governare la città, gli eventi ed anche i rapporti da leader di Genova e del partito, Vincenzi era sembrata andare a cercare le ragioni del suo stesso calvario processuale e quindi politico.

Per fronteggiarle meglio, per spiegare meglio a se stessa la dinamica dell’accusa e poi del macello mediatico al quale era stata sottoposta: appunto da superprotagonista a superaccusata e processata.

Non solo libri da scrivere, in questa sorta di autocoscienza profonda nel vuoto della politica scomparsa dalla sua vita, ma anche perfino l’iscrizione all’Università di Scienza della Comunicazione, lei prof di carriera giovanile, preside di scuola, ex prima della classe da liceale sessantottotina, che si mette a preparare esami a fianco dei ragazzi delle nuove generazioni. Come dire: ora voglio capire, al di là del processo che affronto a viso aperto, qual è il meccanismo che mi si è messo contro.

La Vincenzi è quasi sempre stata presente alle udienze, come un soldatino, ma anche come una cittadina decisa a fronteggiare ogni parola, ogni articolo del codice, ogni frase di testimone, ogni spicciolo di accusa, ogni frase degli avvocati e dei rappresentanti di quella dolorosa parte civile che voleva dire le immagini, i visi di quei morti, quelle morte, Shiprese Djala, la mamma e le sue bimbe Giola e Glanissa, sprofondate nel gorgo di quel portone sommerso dal rio Fereggiano, Serena Costa, Angela Chiaramonte, Evelina Pietranesa, portate via dall’acqua putrida, sparata fuori dal torrente.

Così la signora ex sindaco, ed ex di tutto il resto, ha vissuto il processo, l’attesa del giudizio, udienza dopo udienza, andando avanti e indietro per quella sua strada pervicace, forte e debole, tra il palazzo di Giustizia, l’aula con il suo banco di imputata, insieme al suo asre Francesco Scidone e agli altri di quella terribile compagnia di dipendenti e dirigenti comunali, capi dei vigili, esperti di protezione civile, accusati con lei, Gianfranco Delponte, Pierpaolo Cha, Sandro Gambelli e Roberto Gabutti, accusato minore, perché inchiodato solo dall’imputazione di avere taroccato quel verbale che spostava l’ora dell’esondazione di un’ora per giustificare il ritardo nell’allarme.

Quando il pubblico ministero ha pronunciato la sua richiesta di sei anni per la Vincenzi, di cinque anni e undici mesi per l’asre Francesco Scidone, di quattro anni e sette mesi per Gianfranco Delponte e Pierpaolo Cha, di quattro mesi e un mese per Sandro Gambelli e di un anno e cinque mesi per Sergio Gabutti, lei era in aula, seduta composta in quel banco, il viso affilato da questi quattro anni e mezzo di attesa, e dal resto che è capitato, mentre la sua storia di ragazza di Rivarolo, figlia di un operaio, diventata sindaco della sua città, si srotolava in una tragedia che metteva assieme la vicenda pubblica- politica con quell’evento catastrofico di una terribile mattina di novembre.

Quattro anni e mezzo dalla sciagura, arrivata come un fulmine con la prima notizia: “Il Fereggiano è uscito, ci sono vittime, signor sindaco, quante vittime? Prima due, poi tre, poi ci sono dei bambini……..”

Meno anni dei quattro e mezzo da quando si era configurata l’accusa con la notizia dell’avviso di garanzia. “Sono indagata, mi accusano……”.

Meno anni ancora da quando, malgrado la sciagura e quella coda giudiziaria che sembrava un atto dovuto, la procedura, il processo, i giudici, quasi una formalità, tutto era poi diventato l’incubo quotidiano, lo sgranarsi delle accuse specifiche, la spira di un’inchiesta sempre più pesante, invasiva, con l’ esplosione finale, mentre emergeva la storia del verbale truccato per certificare, con i timbri del Comune, l’imprevedibilità, quindi l’inconsistenza del sospetto che sarebbe bastato far chiudere le scuole per evitare le vittime…..

Nel libro autobiografico in terza persona, come per prendere una altra distanza da se stessa, in modo da dimostrare forse in modo più oggettivo, più neutro, i propri comportamenti, c’è tutta la tensione di quel processo che si mangia la vita della sindaco, che la riduce proprio solo a quello: aspettare.

Aspettare le udienze, gli interrogatori, i testimoni, le deposizioni dei coimputati, rivivere una, dieci cento volte, quella mattina maledetta nella quale il destino della Vincenzi, sindaco al quarto anno del suo mandato in vista del secondo di mandato, con la città sulle spalle, si incrocia con il destino da imputata di una vicenda nella quale alla fine si somma tutto: amministrare , prevedere, relazionare, spiegare fino all’essenza del processo stesso.

Colpevole di non avere lanciato l’allerta e, quindi, di avere provocato i morti, non le distruzioni che quelle sono solo colpa dell’acqua del fango, o innocente perché quello che è successo non era prevedibile per un sindaco, soggetto politico. Saranno o no, quelle responsabilità, dei tecnici, dei previsori, della Protezione civile, dei metereologi?

La richiesta di sei anni cala ora come un sudario sulla Vincenzi. Non spegne la sua personalità, che era forte e vivace, ma diventa la misura finale di quell’attesa. Al cronista de “Il Secolo XIX”, che cerca di raccoglierne la reazione, lei spiega con poche parole che non si aspettava certo una richiesta di assoluzione, ma che combatterà fino alla fine per dimostrare le sue ragioni, la sua convinzione che non fosse nei suoi poteri di prevedere e, quindi, di poter prendere le contro misure, che avrebbero evitato quella strage. Del trucco, del “taroccamento” dei verbali dirà che lo ha saputo dai giornali.

“Accetterò la sentenza quale che sia_ dice _ ma spero che questo processo sia come un sasso nello stagno, rilanci un tema che sembra dimenticato, quali sono le responsabilità di un sindaco nella protezione civile, quali sono i suoi poteri……così senza regole, con i sindaci che diventano i parafulmini di tutto, sarà sempre più difficile trovare candidati…..”.

Eccolo il rovello, il nocciolo della vicenda sulla quale si è bruciata la carriera di questa sindaco, oggi in attesa di giudizio e nella quale la giustizia penale cerca di svolgere il suo compito fino in fondo, attribuendo una responsabilità.

Oggi questo processo, che tocca uno dei personaggi della vita politica genovese degli ultimi decenni e rievoca una delle ultime tragedie alluvionali più pesanti di una storia di disastri continui, martellanti, che hanno risparmiato pochi sindaci, poche amministrazioni, si celebra a Genova quasi in un disinteresse generale, fatta eccezione per il dato e crudo della pena pesante chiesta per Marta Vincenzi, sei anni. Che faranno alla Vincenzi? Ecco la domanda. Come se gli altri, l’asre, i dirigenti comunali fossero fantasmi non coimputati in carne ed ossa con il loro carico di sofferenze, di responsabilità, di vite distrutte.

L’opinione pubblica si chiede ancora se mai quella pena chiesta del Pm fosse confermata nel verdetto finale, l’imputata sconterebbe in carcere la sua pena.

Da un punto di vista politico quello è il passato, il partito al quale la Vincenzi non è più neppure iscritta, il Pd è dilaniato da altre emergenze, cavalca sconfitte elettorali in sequenza. La distanza dalla vicenda e dai suoi protagonisti è tale che la eventuale condanna con una pena esecutiva non si scaricherebbe più nelle responsabilità del partito che allora amministrava la città.

Quattro anni e mezzo dai fatti sono un abisso che ha inghiottito molta memoria. La gente vuole solo sapere se quel politico ritenuto responsabile paga con il carcere e poi magari su ciò si dividerà. Ma della questione che riguarda i poteri del sindaco nella protezione civile, la sua responsabilità, nessuno dibatte e dibatterà. I partiti tradizionali, non solo il Pd, faticano a scovare candidati per le prossime elezioni comunali e la ragione è anche quella del carico di responsabilità non delimitate che un ruolo di primo cittadino richiama.

Ma nessuno si sogna di porre il problema.

C’è un altro processo parallelo a questo che viaggia nello stesso palazzo di Giustizia genovese e chiama alla sbarra un’altra donna amministratrice, Raffaella Paita, ex asre regionale alla Protezione Civile, che i giudici accusano di non avere lanciato l’allerta nell’alluvione del novembre 2013, quella seguente alla vicenda Vincenzi e che costò la vita a un infermiere travolto nello straripamento dell’altro torrente killer genovese, il Bisagno. Anche qui l’accusa è di concorso in omicidio colposo. Anche qui la difesa è nella mancanza di poteri che il pubblico amministratore denuncia, accusando a sua volta la struttura tecnica della Regione di non avere suonato l’allarme.

I processi viaggiano come su binari paralleli. Due donne politiche nel ciclone, dello stesso partito, ma di generazioni diverse e di personalità quasi opposte. Ma un problema identico: la responsabilità politica nei disastri ambientali. Senza risposte. Fino alla prossima alluvione, che farà riemergere il tema, attendendo le sentenze.