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Referendum a Genova, padroni a consulto sul Si con Gozi, messo di Renzi, poi verrà Lui…

La foto di di Franco Manzitti

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Nella casa paradisiaca sulla dolce collina straborghese di Albaro, dove un giovane Fabrizio De Andrè, ancora perfettamente inserito nel suo contesto familiare, scriveva i versi storici delle sue prime canzoni-mito, “La ballata del Michè”, “Carlo Martello tornava dalla guerra”, che ci fanno cento imprenditori, la crème de la crème genovese, riuniti per parlare di referendum?

La villa non a caso si chiama “Paradiso” ed ora il proprietario e ospite è Alessandro Garrone, figlio secondogenito del famoso Riccardo, scomparso quasi quattro anni fa. Villa settecentesca con logge, scaloni, intorno un giardino incantato, una specie di cartolina visibile da mezza città, nella quale il giovane De Andrè accordava la sua magica chitarra, all’inizio degli anni Sessanta, incantando un pubblico allora ristretto, con l’assistenza di parolieri del tipo di Paolo Villaggio e che ora l’erede Garrone ha acquistato e dove vive con la sua famiglia e tiene le radici genovesi di un gruppo che dal petrolio è passato alle energie rinnovabili e ha affari in mezzo mondo, a partire dalle pale eoliche e andando avanti su una strada nuova rispetto al petrolio che fece le battaglie e le fortune delle due prime generazioni, quella di Eoardo, il nonno e di Riccardo, il padre, indimenticato leader di una città che, dopo averci discusso e litigato per decenni, ora rimpiange la sua verve, il suo spirito di iniziativa, le sue provocazioni, gli scontri con la politica e l’amministrazione.

Ah che tempi, quando Garrone sfidava il blocco socialcomunista delle giunte rosse, con i suoi programmi innovativi della città e il conservatorismo statalista e “rosso” resisteva, resisteva. Oggi i tempi sono diversi e alla vigilia del referendum fatale, le scale di una casa Garrone sono percorse da tutto l’ establishment imprenditoriale, professionale e finanziario genovese, per dialogare con il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Sandro Gozi, uomo di fiducia di Matteo Renzi.

Un endorsment per il “si”, elargito da una classe imprenditoriale presente con tutte le sue famiglie e le sue declinazioni armatoriali, finanziarie, edilizie, di shipping e anche di grande managment? A scrutare la piccola folla che ha ricevuto l’invito di Garrone jr, secondogenito dopo Edoardo, l’ex leader dei Giovani industriali italiani, già presidente della Sampdoria, potrebbe sembrare che qua, in questa magione da levare il fiato, si stia consumando una perfetta operazione pro Renzi, firmata da una delle borghesie più finanziariamente solide (e liquide) del paese, ma anche più circondate da una strisciante decadenza cittadina, in una ex Superba che scende di occupazione, demografia, spinte imprenditoriali, si isola sempre di più al suo interno e nei collegamenti con il mondo. Manco non fossimo nella città-porto più importante del Belpaese, con i tre milioni e passa di container trafficati dalle sue banchine- Eldorado.

Ma attenzione a etichettare facilmente l’operazione, gentilmente offerta da Garrone. Il padrone di casa spiega che lo scopo dell’incontro è dialogare sulla riforma in ballo con il sottosegretario e così sarà tra il velluto, i tappeti, le abat-jour e gli strapuntini del salotto “paradisiaco”. Gozi spiegherà soprattutto il signicato “esterno” della Riforma, vista dall’Europa, della quale lui è un ambasciatore frequentatore, gli ospiti rivolgeranno educate domande, ma non ci sarà una chiamata alle armi per il “sì”. Non sarebbe, d’altra parte, nello stile della casa e di questo ambiente genovese, sempre prudente e attento a esporsi, anche nei salotti più riservati.

Daniele e Mattia Malacalza, i figli di Vittorio, il tycoon che si è preso la gatta da pelare della Banca Carige, dopo avere sfidato a Milano Tronchetti Provera nella battaglia per la cassaforte Pirelli (vinta o perduta? ) ascolteranno con attenzione e silenziosi. Gli azionisti dei “Rimorchiatori Riuniti”, storica compagnia armatoriale, oggi largamente estesa oltre i confini, con una flotta che gestisce i porti del Tirreno, dell’Adriatico, di Malta e che si estende anche nel mare del Nord e ha interessi in Brasile, Giovanni e Stefano Dellepiane e Gregorio Gavarone, sono anch’essi molto interessati al dibattito. Una delle poche signore presenti, Andreina Boero, figlia del grande Federico Mario, oggi leader del grande colorificio che ha assobito negli anni tutte le fabbriche del settore, ascolterà da un sofà con attenzione, come il resto degli invitati, selezionati con misurata attenzione: Augusto Cosulich, della grande famiglia genovese-triestina, che porta qui le navi cinesi e ora quelle iraniane, il neopresidente dei commercialisti Paolo Ravà, i grandi assicuratori Marco Risso e Higuera, l’industriale Filippo Schiaffino della nobile dinastia Piaggio Vespa, uno dei “priivatizzatori” del porto e Giovanni Mondini, cugino dei Garrone e azionista di Erg, nonché presidente in pectore di Confindustria Genova tra pochi mesi, Paolo Odone presidente di una Camera di Commercio che lui governa da 18 anni e che sta per cedere in mano a un gruppo di giovani leoni, tra i quali uno dei più accreditati a succedergli, Giovanni Calvini, import-export di frutta secca, un colosso del settore, ovviamente presente al meeteng con il padre Adriano Calvini, già presidente anche lui della Camera di Commercio.

Si intrecciano un po’ di generazioni della struttura del potere imprenditoriale genovese in questa sala elegante. E ci sono anche manager e imprenditori polemici e ancora combattivi come Carlo Castellano, l’ex dirigente Iri, “sparato” dalle Br negli anni Settanta, che ha fondato Esaote e ora cerca di realizzare agli Erzelli il polo tecnologico e informatico, intorno al quale Genova patisce da anni e anni, tra trasferimenti di grandi aziende, come Eriksson, Siemens, Esaote stessa e il trasloco, soffertissimo, della ex Facoltà di Ingegneria su questa collina a Ponente della città, dove il padre di Renzo Piano aveva la sua azienda edile e da dove si ammira – secondo il grande architetto – il miglior cielo di Genova, terrazza tanto diversa da questa dolce e verdissima della villa Paradiso.

Castellano è forse il più esplicito nell’intervento dei cento vip presenti (così sono stati, in modo un po’ vetero, definiti nei racconti della stampa locale) quando alza il tono, spiegando che il “si” è fondamentale per gli imprenditori. Ma ci sono anche domande interlocutorie, come quella di Davide Viziano, un altro leader della città, costruttore, ingegnere di cento battaglie, molto bipartisan nel suo atteggiamento sul referendum, considerato che nel week end successivo a questo meeting organizza nella sua “Meridiana”, elegante circolo del cuore cittadino, l’adunata della Fondazione di Giovanni Toti, il governatore postberlusconiano della Liguria, dove accorrerà un pubblico molto diverso da questo sotto traccia di Garrone.

Non c’è tra gli invitati il fratello maggiore di Alessandro Garrone, Edoardo che non ha posizioni esplicite sul referendum, ma una moglie, Anna Pettene, scatenata per il “no”, con una campagna pesantissima su Facebook, presente sul palco della Meridiana e in odore di candidatura addirittura per le prossime elezioni comunali, sotto l’ombrello protettivo dello stesso Toti, che ha trovato in Liguria la formula magica per vincere le ultime elezioni dopo la sua: una bella signora, con un nome noto e nuovo nell’agone politico e, dietro, tutti i partiti del centro destra. A Savona ha vinto l’ avvocato Ilaria Caprioglio, ex mannequin di grandi passerelle. Ora tocca a Genova.

Aria di dissidenza in seno alla famiglia Garrone con la bella Pettene che scrive su Facebook “Schiforma” e questa riunione del cognato di altro tono e stile?

Non è questo che si sente nella loggia paradisiaca degli arpeggi con la chitarra del giovane De Andrè. Una frugale colazione, un’ora di dibattito veloce e poi una coda di piccole consultazioni a gruppi sul “si” e sul “no”. Gli invitati se ne vanno per tornare in ufficio, una volta si diceva “scagno”, calando dalla scalinata e poi dalla collina di Albaro, verso il centro della città.

Endorsement della borghesia genovese? La città nel suo complesso è molto divista in comitati “si” e comitati “no”, come stabilire dove pende la bilancia, con un Pd che tiene al suo interno una ampia dissidenza accorsa qualche giorno dopo questo incontro a osannare Massimo D’Alema, tornato nella sua città di origini politiche (qui frequentò ginnasio e liceo) a aizzare gli adepti del “no”. “Divorziano” grandi professori, dopo una vita sulle stesse cattedre universitarie e negli stessi incarichi, come il professore Lorenzo Acquarone, già vicepresidente della Camera e docente di Diritto Amministrativo, fieramente per il “no” e Beppe Pericu, anche lui grande prof di diritto pubblico, deputato e per dieci anni sindaco di Genova, lucidamente per il “sì”. Cento avvocati fanno una congrega per il “no” e Vincenzo Roppo, quello del famoso “lodo Mondadori”, fatto vincere a De Benedetti, combatte per il “si”.

Cinque giorni prima del voto arriverà Matteo Renzi in persona e farà il suo comizio al Palazzo Ducale, venendo a firmare un patto per Genova, dove pioverebbero milioni per le operazioni chiave della città, la messa in sicurezza dal rischio idrogeologico, il villaggio hig tech di Erzelli e altri capitoli di sviluppo. Leggendola a ritroso, si torna sulla scala di Albaro, che gli imprenditori e i finanzieri salgono e scendono, per avere rassicurazioni sul ruolo del governo, sulle sue riforme che possano garantire un clima di ripartenza.

Chissà se De Andrè con la sua chitarra avrebbe tratto spunto da questa piccola processione nelle sue stanze dell’ispirazione e quali versi mai avrebbe trovato per raccontare l’adunata. Qui nessuno torna dalla guerra, come Carlo Martello, ma tutti ci vanno con i “si “ e i “no”.