Gennaro Malgieri

Europa: vince centrodestra, ma poco…sinistra idem. Quindi?

Europa: vince centrodestra, ma poco...sinistra idem. Quindi?

Europa: vince centrodestra, ma poco…sinistra idem. Quindi?

ROMA – La vittoria annunciata del Partito popular di Mariano Rajoy rafforza la presenza del centrodestra in Europa e, di conseguenza, del Partito Popolare Europeo che si definisce statutariamente “una famiglia di centro con radici profonde nella storia della civiltà europea”. Ci si chiede dove sia la destra in questa proposizione: misteri delle classificazioni che non significano più niente.

Il PPE, del quale fanno parte, tra gli altri i Républicains di Sarkozy, la Cdu della Merkel, la Csu di Stoiber, i democristiani austriaci, sono alleati dei conservatori di Cameron, dei destristi ungheresi di Orban, dei popolari polacchi e di altri partiti di ispirazione nazionalista che hanno vinto di recente le elezioni o che da tempo governano in Europa. A questi vanno aggiunti i “destristi” più radicali di Marine Le Pen in Francia, i nazional-popolari olandesi di Geert Wilder, il Vlaams Belang di Bruno Valkeniers vicini a conquistare consensi che potrebbero fargli vincere le prossime elezioni. Conservatori, popolari e nazionalisti scandinavi entrano ed escono dai governi dei loro Paesi, quasi tutti guidati da movimenti di centrodestra di difficile collocazione.

Tra le democrazie continentali, fanno eccezione l’Italia, la Grecia e la Francia, oltre ad alcune nazioni balcaniche, dove il centrodestra è all’opposizione in maniera rilevante o irrilevante. Da noi Forza Italia, la Lega, Fratelli d’Italia stanno insieme per modo di dire ed è perciò difficile considerarli appartenenti ad un centrodestra organico. Se riusciranno a fare una lista comune, sarà per disperazione e non certo per convinzione e convergenza programmatica. Il residuale partito berlusconiano è parte integrante del Ppe; la Lega sta con la Le Pen, il movimento della Meloni non si capisce con chi è schierato in Europa a parte una simpatia di facciata per il Front National francese.

La galassia che per comodità si può etichettare come di centrodestra o naziona-conservatrice (la formula “populista” è impropria e significa poco, oltretutto teoricamente scorretta dal punto di vista politologico se affibbiata ad organizzazioni di esclusiva matrice xenofoba o euroscettica), comunque è maggioritaria in Europa, ma non riesce a governare l’Unione secondo una linea che rispecchi le tendenze dell’elettorato.

E’ questo il “ventre molle” della politica continentale. Un elettorato che esprime governi asimmetrici nei Paesi europei deve vedersi rappresentato da chi non ha la maggioranza ed infatti la Commissione non può funzionare perché in essa convergono sostanzialmente popolari, socialisti, riformisti e conservatori in rappresentanza di interessi e culture politiche diversissime.

L’equivoco al fondo di tale inconsistenza è dato proprio dal Ppe. Nato come contenitore di radice democristiana, alla fine degli anni Novanta si propone come unico riferimento per tutti i centristi, democristiani e conservatori europei, inglobando anche chi, per vie traverse, come la destra Italiana di Alleanza nazionale, solo per fare un esempio, ha poco da spartire con i cattolici democratici che lo schierano in una imprecisata collocazione a destra in funzione antagonista alla sinistra.

Nel Parlamento Europeo più a destra del PPE, e ad esso alleati, troviamo altri gruppi di centro-destra, in chiave euroscettica, come il gruppo ECR (conservatori e riformisti europei) cui aderiscono tuttora i conservatori britannici, della repubblica Ceca e i nazionalisti polacchi. Un’ammucchiata selvaggia che ha il solo scopo di formare gruppi utili ad essere riconosciuti e dunque finanziati dalle strutture europee. Non è raro che all’interno di questo universo si registrino spaccature al momento di votare provvedimenti o assumere iniziative finalizzate all’emanazione di direttive comunitarie.

Lo stesso, ma con minore evidenza, accade ai socialisti europei che, quantomeno, si tengono ben distinti dalla sinistra antagonista con la quale le frizioni sono continue, tranne quando si tratta di spartirsi i posti di vertice del Parlamento europeo e le presidenze delle commissioni dello stesso.

Insomma, in Europa vince il centrodestra, ma non abbastanza. Vince, talvolta, la sinistra, ma non abbastanza. Come è possibile che una coalizione eterogenea possa esprime una politica estera, economica, monetaria, di difesa e di sicurezza omogenea – al di là del merito, ovviamente – per come i tempi richiedono?

E’ un punto sul quale gli europeisti radicali e gli euroscettici dovrebbero riflettere trovandosi davanti ad un’Unione che diventa sempre più irrilevante di fronte alle grandi questioni che ci tengono in apprensione, a cominciare dalla difesa dal terrorismo islamista e dall’acquisizione delle risorse energetiche da cui dipende il futuro dei cittadini europei che votano indifferentemente a destra come a sinistra.

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