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Leo Longanesi: due libri ricordano chi inventò riviste, fu editore e…

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ROMA – Due libri su uno degli intellettuali più geniali ed eretici del Novecento. Il primo nasce dalla celebrazione di un anniversario. Il secondo da una “folgorazione” che ha dato un frutto prezioso. Settant’anni fa Leo Longanesi (1905-1957) fondò la casa editrice che ancora porta il suo nome. L’omaggio della stessa al poligrafo di Bagnacavallo, innovatore del giornalismo italiano, è stato affidato a Pietrangelo Buttafuoco, probabilmente l’ultimo “longanesiano”, che per l’occasione ha curato un’antologia spulciando nello scaffale imponente dove riposano le reliquie di Longanesi.

Ne è venuta fuori una commedia italiana esilarante e amara al tempo stesso, nella quale i vizi (tanti) e le virtù (pochine) del nostro popolo di eroi, santi, navigatori e opportunisti s’intrecciano magnificamente in una danza soltanto all’apparenza sregolata. In realtà il ritmo è sempre sostenuto dalla stessa musica: la mediocrità di un popolo che, contrariamente a quanto sosteneva Massimo d’Azeglio, non è mai riuscito a diventare una nazione.

Longanesi ne era arciconvinto, sia quando si accodava alle celebrazioni dell’Impero “tornato sui Colli fatali di Roma”, sia quando faceva i conti con gli esiti della guerra, la sua condotta, gli inganni dei generali e di una classe dirigente sostanzialmente non all’altezza. Con i materiali a disposizione, cioè i “misteri” italiani – ora dolorosi, ora gaudiosi, quasi mai gloriosi, se non in apparenza – Longanesi mette in scena un film: almeno questa è l’impressione che ci riporta Buttafuoco nell’originale introduzione al florilegio messo insieme.

Ed è un film che non tutti conoscono dal momento che il manicheismo ha impedito per lungo tempo la ricezione della realtà agli italiani stessi. Longanesi fa parlare i fatti, anzi i fatterelli. Gli aneddoti, insieme con i tic e i tabù, la dicono più lunga di quanto ci si illude di trovare in ponderosi trattati sulle attitudini di donne e uomini scontenti di se stessi perfino quando si dimostrano soddisfatti delle loro gesta perlopiù piccolo-borghesi.

E, dunque, cogliendo citazioni come ciliegie dalle opere dell’infaticabile Leo, Buttafuoco non fa altro che restituirci il giornalista, lo scrittore, l’inventore di tipi quale egli fu, al di là del ritualismo celebrativo che ha coinvolto negli ultimi tempi anche coloro che lo avrebbero violentemente avversato. A leggere i “pezzi” tratti dalle opere più conosciute come da quelle dimenticate, infatti, vengono fuori archetipi “universali” la cui attualità è difficile disconoscere, come “gli strani personaggi” che Longanesi incontrava nel 1943 capaci “in questo quotidiano disordine che a poco a poco diventa stabile e prende forma, a costruirsi una posizione”. Non aveva la palla di vetro. Sapeva semplicemente guardare lontano. Fino ai nostri giorni.

E per di più era consapevole che a lungo sarebbe stato incompreso. Tanto per offrire qualche indicazione interpretativa di suoi postumi lettori si descrisse con due corrosivi aforismi. Il primo: “Sono un carciofino sott’odio”; il secondo: “Sono un conservatore in un paese in cui non c’è niente da conservare”. Ecco l’autoritratto di Leo Longanesi. Insuperabile.

In queste poche parole la sintesi della vita e dell’opera di un uomo che è riuscito a rappresentare al meglio il peggio del carattere italiano, non senza un intimo compiacimento nel far parte della razza degli “apoti”, come diceva Prezzolini, di coloro cioè che non se la bevono ed ai quali è difficile se non impossibile far credere ciò che non è. E così, cioè nella maniera più vera e realistica, aderente al suo carattere, lo rappresenta nella godibilissima e brillante biografia dedicatagli dal giovane Francesco Giubilei, che da intellettuale “irregolare” si è imbattuto in Longanesi restandone come folgorato, al punto di riprendere gli stilemi dello scrittore romagnolo e definirsi egli stesso, alla sua verdissima età, “conservatore”.

Dagli esordi nel mondo del giornalismo, alla fine, tra trionfi e delusioni, coincisa con l’avventura del “Borghese”, una delle riviste più attraenti del Novecento, Longanesi è riuscito, come dimostra Giubilei, a non farsi mai ingabbiare. A costo di passare per incoerente e presentare le sue contraddizioni come virtù, riuscì sempre a sfuggire agli incasellamenti anche quando sembrava piegarsi all’ordine costituito. In realtà non gli premeva altro a Longanesi che di affermare una certa idea dell’Italia che pur viveva sotto la crosta dell’ossequio formale al potente di turno e delle mode che venivano accettate più per pigrizia che per convinzione. La sua idea di una nazione, per quanto “barbara”, come avrebbe detto l’amico-nemico Malaparte, ma pur sempre vitale al punto di reinventarsi con una velocità sorprendente, era quella borghese e conservatrice, vale a dire informata ai valori del galantomismo ed ad un senso di appartenenza che, nel fondo dell’anima popolare, comunque sopravvivevano.

In “Omnibus” e nell’ “Assalto”, nell'”Italiano” e nel “Borghese”, nelle scelte editoriali e nelle avventure politiche Longanesi perseguì sempre e soltanto questo scopo: ricreare le condizioni morali, civili e culturali attorno alle quali ricomporre l’Italia migliore. E’ buon segno che a ricordarcelo oggi sia un giovane studioso. Che, inconsapevolmente, né enfatizza le intelligenti contraddizioni al punto da confermarlo attuale oggi quando sembra proprio che i “vizi” italici denunciati da Longanesi siano diventati il carattere autentico degli italiani.

(Il libro di Francesco Giubilei può essere acquistato a questo link, quello di Buttafuoco qui)