Giampiero Martinotti

Emmanuel Macron, dalla Francia un po’ di ottimismo ma tra un mese…

Emmanuel Macron, dalla Francia un po' di ottimismo ma tra un mese...

Emmanuel Macron (nella foto con la moglie Brigitte) dalla Francia un po’ di ottimismo ma tra un mese…

PARIGI – Un uomo solo attraversa la corte del Louvre, accompagnato dalle note dell’inno europeo. Costeggia il palazzo dei re che fin dal Duecento ritma la storia di Francia. Passa a fianco della piramide di vetro voluta da François Mitterrand, che nel 1981 risalì la strada che porta al Panthéon accompagnato dallo stesso Inno alla gioia beethoveniano.

I simboli sono semplici da capire: la Francia, la sua storia secolare, l’ Europa. Un’immagine che ci affida, una volta tanto, un messaggio ottimistico: uno dei Paesi più euroscettici e pessimisti ha eletto, con il 66 % dei suffragi, il candidato più europeista oggi immaginabile.

L’arrivo di Emmanuel Macron all’ Eliseo, al termine di una pazzesca campagna elettorale, apre una fase politica mai vista prima. Il 14 maggio François Hollande consegnerà le chiavi del Paese a un uomo di 39 anni, con scarsa esperienza politica, arrivato al potere appoggiandosi a un movimento creato appena un anno fa per « unire i progressisti di destra e di sinistra ». Una novità assoluta e non solo Oltralpe.

Dopo Austria e Olanda, anche la Francia ha tenuto a distanza il populismo, malgrado la Brexit e la vittoria di Trump avessero alimentato le speranze di Marine Le Pen. Certo, la leader dell’estrema ha quasi raddoppiato i voti rispetto a suo padre nel 2002 e ha ricevuto più di dieci milioni di consensi. Ma ha mancato i suoi due obiettivi : essere in testa al primo turno e superare il 40 % al ballottaggio.

Subito dopo l’annuncio della sconfitta ha annunciato una rifondazione del suo partito, forse una sorta di Fiuggi transalpina, un’idea che troverà molti oppositori, compresa la nipote Marion. Ma al di là delle probabili beghe interne, il suo risultato dimostra quanto sia forte il malessere della Francia, minata dalla disoccupazione di massa, costellata da territori periferici abbandonati da Stato, partiti e sindacati, afflitta da una deindustrializzazione superiore a quella di quasi tutti i suoi grandi vicini (Italia compresa), incapace di disegnare un futuro per una buona parte dei suoi giovani. Trent’anni di insuccessi delle politiche di destra e di sinistra con cui Macron dovrà fare i conti, se non vuole precipitare rapidamente nell’impopolarità dei suoi predecessori.

Il neo-presidente arriva all’ Eliseo con un programma ancora vago, se si esclude l’idea di riformare entro l’estate il mercato del lavoro attraverso una serie di decreti-legge. Vittima del suo stesso successo, ha faticato per mettere rapidamente in piedi un progetto che tenta di unire liberalismo e protezione sociale. Una sorta di versione aggiornata del blairismo condita con una scommessa: rispettare i parametri di Maastricht per convincere la Germania a rilanciare l’eurozona, la sua coesione politica e le sue economie.

Angela Merkel sembra disposta a dar fiducia al giovane neo-presidente, forse già prima delle elezioni tedesche del 24 settembre: a Berlino, l’onda Le Pen era temuta più che in qualsiasi altro Paese europeo e anche i più rigidi guardiani dell’ortodossia, come il ministro delle Finanze, Wolfgang Schäuble, sanno che è venuto il momento di rompere l’immobilismo. Macron, molto sostenuto da tutta la stampa tedesca, può essere l’interlocutore ideale.

Per esserlo davvero dovrà tuttavia superare due ostacoli. Il primo è la formazione del nuovo governo, in qualche modo la vetrina del neo-eletto e delle sue intenzioni. Bisognerà trovare un delicato equilibrio fra politici sperimentati e volti nuovi, uomini e donne, fra destra centro e sinistra. Il nome del primo ministro, che probabilmente conosceremo il 14 maggio, subito dopo l’insediamento all’Eliseo, avrà la sua importanza.

Il secondo ostacolo saranno le elezioni politiche dell’ 11 e 18 giugno. Nella storia della V Repubblica, il Paese si è dimostrato legittimista e ha sempre dato al presidente appena eletto una maggioranza parlamentare. Questa volta niente è scontato : En Marche! è più un movimento che un partito, ha poche radici nel tessuto socio-politico del Paese. Eppure, dovrebbe poter riuscire a spuntare almeno una maggioranza relativa.

I primi sondaggi usciti nella serata di domenica lo danno in testa, ma bisogna prenderli con le molle, perché il corpo elettorale sarà molto diverso : nel 2012, tanto per fare un esempio, la partecipazione era passata dal 79,48 per cento al primo turno delle presidenziali al 57,22 per cento al primo turno delle politiche. In pratica, dieci milioni di elettori in meno. Un astensionismo che spariglia le carte e rende le previsioni ancora difficili, tanto più che molti parlamentari socialisti e moderati saranno tentati dall’idea di salire sul carro del vincitore.

Comincia insomma un esperimento politico inedito non solo in Francia. I primi passi, come al solito, saranno determinanti e l’inesperienza sarà un nemico in perpetuo agguato. Macron ha promesso di continuare a perseguire quell’audacia che l’ha portato al potere : « È quel che l’Europa e il mondo aspettano da noi. Aspettano di nuovo che la Francia li stupisca ». In effetti, queste presidenziali ci hanno stupito al di là di qualsiasi aspettativa e nel vedere Macron al Louvre abbiamo tutti tirato un respiro di sollievo.

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