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Francia 2017. Alain Juppé risorto potrà fermare Marine Le Pen (cioè Grillo + Salvini)?

La foto di di Giampiero Martinotti

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«Il francese è triste, depresso, e parla male di se stesso». Guido Piovene lo diceva quasi settant’anni fa, nel maggio 1947, ma sembra quasi di sentir parlare un contemporaneo, se non fosse per l’assenza di un aggettivo : infelice. Da quando Alain Finkielkraut ha imposto nel dibattito delle idee la sua Identité malheureuse, quel termine è diventato un ritornello amato-odiato e utilizzato da tutti. Alain Juppé, il favorito dei sondaggi per le imminenti primarie del centro-destra, lo ha sfruttato e capovolto, facendo dell’identité heureuse, l’identità felice, uno slogan di campagna anti-depressivo.

Tristi, depressi e infelici, così appaiono i francesi a poco più di sei mesi dalle presidenziali. In fondo, non c’è niente di nuovo, lo sono da decenni. Secondo lo storico e politologo Marcel Gauchet, « i francesi sono depressi perché sanno che il loro futuro non sarà mai più all’altezza del loro passato ». Al tempo stesso, questa consapevolezza porta in sé qualcosa di   significativo : il rifiuto di rassegnarsi. Abituati da secoli a vivere all’ombra di uno Stato protettore, popolo per definizione politico, cioè convinto che la politica possa e debba gestire e trasformare la società, i francesi si sentono spiazzati. Non è solo la globalizzazione, nella quale sono più a disagio di altri, a destabilizzarli. E nemmeno l’immigrazione, la difficile convivenza con la comunità musulmana, il terrorismo che colpisce alla cieca. Lo smarrimento francese riassume in forme più palesi quello di tanti paesi europei. E’ il vedersi sfuggire di mano la possibilità di controllare il proprio destino, di cui la politica è stata, in Occidente, lo strumento principale.

Non si spiega altrimenti il paradosso di un Paese che non ha più alcuna fiducia nei politici, ma che a ogni scadenza presidenziale si appassiona al dibattito, riempie i comizi di militanti attenti e spesso infervorati, ritrova il gusto del dibattito e dello scontro. Come se tristezza, depressione e infelicità lasciassero il passo alla speranza di trovare l’uomo provvidenziale capace di ridare gusto al futuro.

Si dice che i francesi amino i re per il gusto di poter poi tagliare le loro teste. La stessa regola vale per i presidenti. Certo, Jacques Chirac è popolare, ma solo perché è vecchio, malato e fuori gioco. Nicolas Sarkozy, che pure nel 2007 aveva sollevato un’ondata di speranze dopo dodici anni di immobilismo chirachiano, è detestato al di fuori del circolo dei suoi fan e il povero François Hollande suscita solo indifferenza. Secondo i sondaggi, più dell’80 per cento dei francesi non vuol vedere l’attuale capo dello Stato e il suo predecessore candidati nella primavera prossima, ma i due fanno di tutto per restare nell’arena, alimentando la disaffezione verso un personale politico di scarso spessore e di magri risultati.

Non sorprende, quindi, che un quarto dell’elettorato trovi rifugio nelle braccia accoglienti di Marine Le Pen, abile nel riciclare, sotto un manto rispettabile, i vecchi arnesi identitari dell’estrema destra e nel coniugarli con una proposta politico-economica molto vicina alle tesi della sinistra radicale. Una politica intelligente, visto che il suo serbatoio di voti si trova in quello che fu l’elettorato comunista e fra quei ceti popolari che hanno abbandonato definitivamente un Partito socialista più attento alle questioni di società che a quelle sociali.

Sorprende invece il ritorno in auge di Alain Juppé, primo ministro nel 1995 e cacciato a furor di popolo : prima dalla piazza e poi dal voto. A 71 anni, sembra diventato il grande saggio capace di mettere d’accordo moderati orripilati da chi strizza l’occhio al Fronte Nazionale e progressisti orfani di un leader e di una linea politica. Il 20 e il 27 novembre, alle primarie della destra, Juppé potrebbe spuntarla contro un Sarkozy sempre più affannato nel rincorrere le idee dell’estrema destra. I sondaggi dicono che il vincitore di quelle primarie entrerà all’Eliseo in maggio, un buon motivo per seguirle con più attenzione del solito.