Giampiero Martinotti

In Francia è “Macronmania”: maggioranza ampia alle elezioni?

In Francia scoppia la "Macronmania": maggioranza ampia alle elezioni?

Emmanuel Macron (Ansa)

PARIGI – Theresa May ha appena perso la maggioranza assoluta ai Comuni, mentre Emmanuel Macron si appresta a ricevere un mezzo plebiscito all’Assemblea nazionale. La posta in gioco nelle due elezioni legislative è ovviamente molto diversa, ma il confronto tra le due sponde della Manica mostra quanto brilli oggi la stella Macron nel firmamento europeo. Il voto di oggi, domenica 11 giugno (secondo turno il 18) dovrebbe consacrare il trionfo del neo-presidente, la disfatta di tutti i partiti tradizionali e la nascita di un nuovo panorama politico.

All’indomani della vittoria del 7 maggio, i politologi, compresi quelli nostrani, ci avevano spiegato che non ci sarebbe stata una luna di miele tra Macron e i francesi (Oltralpe lo chiamano stato di grazia) e che per il suo movimento, nato appena un anno fa, sarebbe stato difficile avere una maggioranza parlamentare. Rilette a une mese di distanza, quelle analisi fanno sorridere: Macron ha un tasso di popolarità, secondo l’indagine del Journal du Dimanche, inferiore solo a quello del generale de Gaulle e di Nicolas Sarkozy. E gli ultimi sondaggi dicono che avrà una maggioranza compresa tra 370 e 400 deputati su 577. I software dei politologi, insomma, non era ancora stati aggiornati.

La Macronmania che si è diffusa in tutta Europa è palpabile in Francia. I rari militanti dei partiti tradizionali che ancora fanno volantinaggio hanno le facce tristi degli sconfitti. Leader e semplici iscritti sono convinti che il paese, come ha sempre fatto in passato, voglia dare una maggioranza parlamentare al presidente, lasciargli la chance di mettere in opera il suo programma e di vedere se i risultati saranno all’altezza delle aspettative. Anche per questo l’astensione potrebbe superare il 45 %: a disertare le urne sarebbe soprattutto l’elettorato anti-Macron.

Finora, il capo dello Stato ha dimostrato un’insospettabile capacità di incarnare il proprio ruolo. Ha superato con disinvoltura le prime prove diplomatiche al vertice della Nato e al g7 ; ha nominato un governo con un buon equilibrio tra neofiti e politici navigati ; ha saputo evitare i tranelli dell’inesperienza, malgrado una battuta scema sui migranti delle Comore ; è riuscito a non farsi coinvolgere nel dibattito sulle accuse contro un ministro, Richard Ferrand, suo braccio destro durante la campagna elettorale, sospettato in un’indagine che riguarda la sua carriera di dirigente d’azienda.

Ma questo è ancora niente. La vera rivoluzione di Macron è un’altra : il panorama politico francese è stato terremotato, tutte le vecchie strutture stanno crollando. Come accadde da noi nel 1992-94 per mano della magistratura e come fu Oltralpe nel 1958, quando l’arrivo al potere del generale de Gaulle, durante la guerra d’Algeria, spazzò via la IV Repubblica. Macron non è de Gaulle e le circostanze sono ben diverse, ma a lui va il merito di aver dato una risposta democratica ed europeista alla crisi e al discredito dei partiti tradizionali, assediati dai populismi di destra e di sinistra.

Il voto per il rinnovo dell’Assemblea nazionale sarà insomma l’ultimo atto di una sequenza politica cominciata alla fine dell’estate scorsa. Una sequenza che ha visto finire negli archivi della storia tutti i leader che hanno dominato la scena politica degli ultimi venti-trent’anni (Sarkozy, Juppé, Fillon, Hollande, Valls). I loro partiti sono a pezzi : il Ps dovrebbe ottenere appena 25-30 seggi, il peggior risultato da mezzo secolo in qua ; la destra democratica avrà un risultato migliore (120-150 deputati), ma subito dopo il voto rischia di spaccarsi tra chi caldeggia un dialogo costruttivo con il presidente della Repubblica e chi vuole una svolta a destra.

Anche i partiti estremisti sono in crisi : il risultato inferiore alle attese di Marine Le Pen ha aperto una crisi profonda nel Fronte nazionale, spaccato sulla linea da seguire e dalle rivalità personali. I sondaggi dicono che forse non riuscirà nemmeno a costituire un gruppo parlamentare, per il quale occorrono 15 deputati. Quanto a Jean-Luc Mélenchon, leader della sinistra radicale e protestataria, le speranze sono tenui : avrà appena una ventina di deputati, pochi per presentarsi come il leader incontestato dell’opposizione e della gauche.

Aspettiamo il voto prima di trarre tutte le conclusioni, ma i pronostici della vigilia ci preannunciano un’Assemblea nazionale « macronista » e in gran parte composta da volti nuovi. Le parole pronunciate quindici giorni fa da Martine Aubry, storica leader socialista, sembrano un profetico requiem : “Ho 66 anni e ho l’impressione che tutto quel che ho fatto nella mia vita è rovinato, umiliato. Tutto quello in cui ho creduto. Oggi non so come parlare ai francesi”, ha detto con le lacrime agli occhi.

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