Giampiero Martinotti

Macron ha già rivoluzionato la Francia in 340 giorni: l’Europa spera

Macron ha già rivoluzionato la Francia in 340 giorni: l'Europa spera

Macron ha già rivoluzionato la Francia in 340 giorni: l’Europa spera

PARIGI – Ci sono voluti 340 giorni per rivoluzionare il quadro politico francese e ridare un filo di speranza all’Europa che non si lascia sedurre dal populismo. Emmanuel Macron ha ottenuto un’ampia maggioranza parlamentare, inferiore alle attese nate dopo il primo turno ma senz’altro sufficiente per avere mano libera. Adesso, il presidente che ha saputo sconfiggere a sorpresa il vecchio mondo poltico e i nuovi populismi ha tutte le leve del potere in mano. Può applicare il suo programma senza bisogno di contrattazioni, nemmeno con i suoi alleati centristi del Modem, ma deve anche fare i conti con la realtà: il paese, come dimostra l’altssima astensione (57,5%), si è dimostrato legittimista, è forse indulgente verso un giovane capo dello Stato che finora non ha commesso passi falsi, ma non gli ha dato carta bianca. Macron è stato scelto perché era l’unico personaggio al contempo fuori dai partiti e lontano dall’avventurismo di estrema destra e di estrema sinistra.

La sequenza politica cominciata il 12 luglio dell’anno scorso con il primo grande meeting di En Marche! e conclusasi domenica 18 giugno resterà in ogni caso in tutte le memorie. Mai si erano viste rotolare, in così pochi mesi, le teste di tutti i baroni che hanno guidato la Francia nell’ultimo quarto di secolo: due ex presidenti umiliati (Nicolas Sarkozy e François Hollande), tre ex primi ministri bocciati senza pietà (Alain Juppé, François Fillon, Manuel Valls), una selva di giovani e meno giovani dirigenti politici trombati senza patemi d’animo.

La nuova Assemblea nazionale è composta in gran parte da neofiti che non hanno mai occupato uno scranno parlamentare, solo un quarto degli uscenti ha ritrovato il suo posto e per la prima volta la componente femminile, sia pur inferiore alle attese, rappresenta il 38,6 per cento. Un rinnovamento così vasto lo si era visto solo nel 1958, quando il generale de Gaulle prese il potere in piena guerra d’Algeria. I 350 deputati macronisti avranno di fronte un’opposizione indebolita e divisa: i Repubblicani reggono l’urto (130 eletti), ma al loro interno molti parlamentari sono inclini al dialogo con il presidente; i socialisti e i loro partitini alleati, con 45 seggi, rischiano di scomparire fra chi sarà risucchiato dalla maggioranza e chi volerà nella braccia dell’estrema sinistra, che con 27 deputati ottiene un buon successo. Marine Le Pen entra per la prima volta in parlamento ma con solo sette accoliti, troppo pochi per poter creare un gruppo parlamentare.

A Macron è bastato meno di un anno per rivoluzionare il paesaggio politico. Il 12 luglio 2016, malgrado i sorrisi di sufficienza di quasi tutta la stampa e del mondo politico, aveva lanciato ai suoi sostenitori della prima ora: «Nessuno fermerà questo movimento. Lo porteremo insieme fino al 2017 e fino alla vittoria». Conquistato il potere con una facilità sorprendente, deve ora dimostrare di saperlo esercitare, tanto più che fino alle europee del 2019 non ci sono appuntamenti elettorali. Tre complicati esercizi aspettano il capo dello Stato e il suo primo ministro, Edouard Philippe: riformare la normativa che regola il mercato del lavoro rapidamente e senza suscitare una protesta di massa; moralizzare la vita pubblica e varare una riforma costituzionale che dovrebbe sopprimere quasi un terzo dei deputati; rispettare il tetto del 3% di deficit con un delicato riequilibrio del carico fiscale e una riduzione della spesa pubblica. Un triplo salto mortale. Se riuscirà nell’intento, potrà presentarsi in Europa (e a Berlino) con le carte in regola e una patente di serietà. E dopo le elezioni del 24 settembre in Germania, l’asse franco-tedesco, con l’appoggio di Roma e

Madrid, potrebbe avviare sul serio quel rilancio della costruzione europea i cui contorni restano sfumati, ma la cui necessità è riconosciuta da tutti.

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