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Costituzione: meglio riformarla o lasciarla così imperfetta?

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ROMA – Angelo Panebianco è uno strenuo sostenitore della riforma costituzionale voluta dal trio Renzi-Boschi-Verdini. Ancora una volta torna dalle colonne del Corriere della Sera a sostenere la sua posizione favorevole al sì al prossimo referendum di ottobre, dividendo in tre gruppi coloro che voteranno no alla riforma.

Nel primo gruppo ci sarebbero i contrari a priori ad ogni riforma costituzionale. Nel secondo gruppo quanti con il referendum vogliono far fuori Renzi e nel terzo gruppo coloro che, pur disponibili ad affrontare un discorso sulla riforma, hanno individuato “sbavature e difetti vari del testo approvato dal Parlamento”.

Con i primi due gruppi Panebianco non intende parlare e le sue argomentazioni si rivolgono soltanto al terzo gruppo. Per costoro il suo messaggio è questo: la riforma non è perfetta, ma nessuna riforma è mai perfetta, perché sempre frutto di una mediazione parlamentare.

Quindi, se non si vuole una costituzione imposta dall’alto, bisogna accettare questa, pur con le sue imperfezioni, perché altrimenti “sarà la fine di ogni speranza di rinnovamento della democrazia italiana”, come avrebbe sostenuto in una intervista, sempre al Corriere della Sera, l’ex Presidente Napolitano.

Temo che il professor Panebianco continui a fare confusione e a rifiutarsi di vedere i termini esatti dello scontro politico in atto.

Premesso che mi pare del tutto inutile ritornare sull’argomento, già ampliamente dimostrato da decine e decine di costituzionalisti, sulla dannosità o quanto meno inutilità di una riforma sgangherata del bicameralismo (cosa che già di per sé dovrebbe indurre a votare no), la questione principale da tenere costantemente presente agli occhi soprattutto da parte di chi studia con attenzione la vita e la struttura di una democrazia, ma che Panebianco continua a non vedere, resta quella della legittimazione della Costituzione.

Se essa è, come dovrebbe essere, la legge fondamentale di una comunità nazionale, non può che essere espressione della larga maggioranza dei cittadini che compongono quella comunità. E’ evidente, quindi, che una Costituzione può definirsi democratica soltanto quando abbia una legittimazione democratica, ovvero quando sia stata discussa e approvata da un’assemblea costituente che sia effettivamente rappresentativa di tutto il popolo e quindi eletta con un sistema rigidamente proporzionale. Cosi è stata scritta e approvata la Costituzione del ’48.

Ma cosi non è per la riforma Renzi-Boschi-Verdini, che è stata approvata a maggioranza ridotta (e già questo la delegittima) da un Parlamento anch’esso delegittimato da una sentenza della Corte Costituzionale che ha dichiarato incostituzionale la legge elettorale in base alla quale è stato formato. Su questo aspetto il professor Panebianco sorvola ampiamente.

Circa poi la sua rassicurante affermazione che “non c’è nessuna democrazia autoritaria alle porte”, forse dimentica che questa pseudo riforma costituzionale deve essere letta insieme alla riforma della legge elettorale, che assicura la maggioranza del Parlamento ad una forza politica di minoranza e che trasforma la Camera in un’assemblea di nominati. Con questa legge elettorale sarà il Capo del Governo e Segretario del maggior partito di minoranza a “nominare” la maggioranza del Parlamento.

Tutto questo a Panebianco non interessa. Si limita a concludere che “Renzi non è Erdogan”. Gli dobbiamo credere sulla parola? La saggezza popolare ci insegna che l’occasione fa l’uomo ladro.

Ps: Per quanto poi riguarda il gruppo di quelli cui non importa molto della Costituzione e che vogliono “fare fuori Renzi”, con i quali Panebianco non vuole parlare, ci permettiamo di includere tra costoro lo stesso Renzi, al quale della Costituzione non importa molto, proprio perché ha impostato l’appuntamento referendario in un plebiscito sulla sua persona. Panebianco non se n’è accorto?