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Mafia Capitale, Carminati querela giornalisti e perde. “Non è diffamazione ma giornalismo di inchiesta”

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ROMA – “Il fine del giornalismo di inchiesta non è contrastare o perseguire specifici comportamenti ma promuovere una presa di coscienza nell’opiniome pubblica di questo o quel particolare fenomeno avente un intrinseco disvalore morale o sociale… In altre parole il giornalismo di inchiesta individua temi di interesse pubblico, li analizza anche criticamente e li sottopone all’opinione pubblica..”.

Questo il cuore della sentenza con la quale il tribunale di Roma ha respinto la denuncia per diffamazione, con relativi richiesta di danni, avanzata da Massimo Carminati, attualmente in carcere, nei confronti di Bruno Manfellotto, giá direttore de L’Espresso,e Lirio Abbate, uno dei cronisti costretti a vivere “Sotto scorta” per Le sue inchieste contro mafie e corruzione, assisti dagli avvocati Virginia Ripa di Meana e Vanessa Giovannetti.

Nel numero del settimanale uscito il 12 dicembre del 2012, a copertina ed una dettagliata inchiesta, erano dedicate ai ” 4 Re di Roma”,ai loro affari, ai loro intrecci con la malapolitica, ai loro precedenti penali, alle inchieste allora in corso e che hanno poi portato ai clamorosi sviluppi dell’inchiesta su “Mafia capitale”.

Nel 2012 Carminati e gli altri presunti Re, non erano ancora in carcere e la denuncia contro Manfellotto, Abbate e l’Espresso, rientrava, probabilmente, nella stategia della minaccia preventiva, rappresentata da quelle querele temerarie che hanno l’obiettivo di fermare sul nascere le inchieste piú insidiose, di ammonire gli altri cronisti a non ripercorrere gli stessi itinerari e magari di lanciare anche un messaggio alle fonti fiduciarie per indurle ad un “prudente silenzio”.

In questo caso il piano è fallito, il tribunale ha disattivato la denuncia ed ha condannato Carminati al pagamento delle spese processuali. La novità sta nelle motivazioni laddove si definiscono e si precisano le funzioni e le modalitá di esercizio del diritto di cronaca. I giudici, nel ribadire i valori racchiusi nell’articolo 21 della Costituzione, hanno voluto distinguere tra il giornalismo di informazione e il giornalismo d’inchiesta o investigativo ribadendo la necessitá di tutelare chi si propone di informare e di contrastare “Fenomeni aventi un intrinseco disvalore morale o sociale…”.

Parole importanti da leggere insieme anche a queste altre che ricostruiscono lo specifico del giornalismo investigativo:” L’attivita svolta da Abbate..si basa su quanto acquisito in via diretta da fonti riservate e su riscontri incrociati effettuati in ordine al Carminati, alle sue peculiari relazioni passate, ai suoi noti trascorsi giudiziari, al fine di valutare l’attendibilitá del resoconto fornitogli dalle predette fonti riservate..”.

Non solo dunque il riconoscimento del diritto della pubblica opinione ad essere informata, il pubblico interesse, ma anche un pieno riconoscimento dei diritti del giornalismo di inchiesta e della sua specificitá, in linea con le sentenze della Corte europea. Una buona notizia dunque anche se non possiamo e non dobbiamo dimenticare che esistono sentenze di altro segno e,soprattutto, che si é persa ogni traccia della nuova legge sulla diffamazione, nascosata da mesi e mesi in un cassetto del Senato.

Ancora oggi i cronisti italiani, gli unici n Europa, rischiano il carcere per la diffamazione, mentre i ” querelanti temerari” rischiano di essere condannati al pagamento delle spese processuali, qualche migliaia di euro e nulla piú. Sino a quando non saranno costretti, in caso di sconfitta processuale, a lasciare la meta del risarcimento chiesto all’editore e e al giornalista, costoro non esiteranno a riprovarci e continueranno a molestare non solo il diritto di cronaca, ma anche e soprattutto il diritto dei cittadini ad essere informati sulle diverse forme di inquinamento che rischiano di inquinare e distruggere la civile convivenza e lo stesso ordinamento democratic