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Guerra dell’acciaio, Ilva: Turani spiega da dove è partita

Guerra dell’acciaio, Ilva: Turani spiega da dove è partita

Guerra dell’acciaio, Ilva: Giuseppe Turani spiega da dove è partita

MILANO – Guerra dell’acciaio e Ilva. Anzi la guerra è già scoppiata: fabbriche occupate, traffico bloccato, falò e proteste molto forti. Giuseppe Turani racconta gli antefatti questo articolo pubblicato anche su Uomini & Business.

Tutto ruota intorno alla vicenda mai risolta della Ilva, il più grande stabilimento siderurgico d’Europa, con lo stabilimento più grande a Taranto e altri minori sparsi in giro per l’Italia.

La ragione del contendere è molto semplice: alcuni lavoratori, soprattutto quelli della Fiom, lamentano che non ci sia chiarezza sul futuro del gruppo. La storia dell’Ilva, come molti ricorderanno, è complessa. Lo stabilimento di Taranto, di proprietà della famiglia Riva, era stato giudicato troppo inquinante. E a un certo punto era stato sequestrato dalla magistratura, che aveva nominato dei nuovi amministratori mentre intentava azioni giudiziarie contro i Riva.

E già a questo punto va rilevata una stranezza tutta italiana: il più grande complesso siderurgico d’Europa gestito dai dei magistrati, probabilmente validissimi, ma certo inadatti al difficile compito.

Al capezzale dell’Ilva corrono poi un po’ tutti: sindacati, organizzazioni ambientaliste, Regione, Governo.

Paradossalmente, la posizione più chiara e più netta è quella dei Verdi pugliesi: Taranto inquina e continuerà a inquinare, qualunque cosa si faccia. Quindi va chiusa. Al suo posto bisogna chiamare medie e piccole imprese che non facciano siderurgia.

Nessuno, però, sposa questa soluzione estrema e un po’ folle: la siderurgia serve. Come si fa a chiudere un complesso come quello di Taranto?

Si fanno allora piani, comitati, ma di importante non succede niente. Tranne una cosa: poiché lo Stato non può gestire Taranto (e probabilmente non vuole nemmeno) si decide che la cosa migliore è cederla a un privato. Poi penserà lui a discutere con le associazioni ambientaliste, la regione, i lavoratori, i magistrati.

Però i mesi passano e non accade nulla. Di privati non se ne vedono (e sarà anche difficile vederli con tutte le grane che quello stabilimento si è attirato addosso). Insomma, la siderurgia italiana vive da mesi in una specie di limbo, senza sapere come e quando potrà venirne fuori. Quindi si invocano piani del governo, ma credo che il governo sia il primo a non sapere dove sbattere la testa.

Così i lavoratori perdono la pazienza e cominciano a occupare, a accendere falò, a bloccare autostrade. Forse esiste una soluzione, ma per ora è nella mente degli dei.

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