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Il quarto capitalismo italiano: cos’è, quali sono le sue origini? analisi di Giuseppe Turani

Il quarto capitalismo italiano: cos'è, quali sono le sue origini? analisi di Giuseppe Turani

Il quarto capitalismo italiano: cos’è, quali sono le sue origini? analisi di Giuseppe Turani (nella foto)

Il quarto capitalismo italiano: cos’è, quali sono le sue origini? Giuseppe Turani va indietro di 11 anni, in questo articolo, “Il decollo del quarto capitalismo” pubblicato anche su Uomini & Business, uscito la prima volta lunedì 1 maggio 2006 su Affari & Finanza di Repubblica.

Passo dopo passo il ‘quarto capitalismo’ si fa strada. Oggi può già contare in piazza Affari su oltre 140 titoli quotati. Quasi una Borsa per conto proprio. Una Borsa che dieci anni fa non c’era e che non aveva nemmeno diritto di cittadinanza. Siamo di fronte cioè a un fenomeno nuovo che, mese dopo mese, sta disegnando la nuova mappa del mondo degli affari italiano. Per capire che cosa è il ‘quarto capitalismo’ bisogna fare un passo indietro e vedere che cosa sono (o sono stati) gli altri che lo hanno preceduto. La cosa in realtà è abbastanza semplice. Il primo capitalismo è quello dei padri fondatori, dell’avvio dell’industrializzazione italiana. I nomi sono noti a tutti: Agnelli, Pirelli, Falck, Marzotto, ecc. Insomma, il capitalismo che poi diventerà il capitalismo delle grandi famiglie e, più tardi, quando siamo ormai vicini al crepuscolo, si chiamerà anche “l’ala nobile del capitalismo italiano”: quel che ne è rimasto è, grosso modo, raccolto in Mediobanca e nel patto di sindacato della Rcs.
Si tratta, sia pure a grandi linee, di un capitalismo ormai in crisi. In qualche caso i vecchi proprietari hanno passato la mano e di loro resta solo il nome. Nei casi migliori si tratta di un capitalismo che gioca in difesa. Insomma, un futuro dietro le spalle. Non è più qui l’elemento propulsivo della società italiana. Il secondo capitalismo, sempre per continuare a usare questa formula, è quello che storicamente viene poco dopo, a partire dagli anni Trenta, e cioè il capitalismo di Stato: l’Iri. A questo primo blocco si aggiungerà, dopo la guerra, l’Eni di Mattei. Ma poi ci saranno anche l’Efim e, per un brevissimo periodo, l’Egam (che doveva occuparsi di miniere, ma sono finiti in galera e l’ente è stato sciolto prima del tempo). E, naturalmente, a partire dall’inizio degli anni Sessanta l’Enel, come risultato della nazionalizzazione dell’industria elettrica italiana. Il secondo capitalismo è stato massacrato dalla politica delle privatizzazioni (ne sono uscite tutte le banche), ma ne rimangono ancora grandi pezzi. L’Eni e l’Enel, sia pure con grandi quote azionarie in mano ai privati, sono società ancora presenti e molto potenti.
Il terzo capitalismo arriva dopo e è quello, forse, più interessante e più attuale. Fra l’altro è quello da cui poi parte il quarto. Il terzo capitalismo è quello degli Sessanta e Settanta. E’ il capitalismo ruspante, raso terra, in parte anche sommerso, di cui con Giuseppe De Rita del Censis si andava a cercare le tracce e i campioni in giro per l’Italia appunto in quegli anni. Il terzo capitalismo, in un certo senso, è un capitalismo clandestino, che sembra quasi non aver fatto storia, anche se poi non è proprio così. In un certo senso è il terreno di coltura da cui spunta fuori poi il quarto capitalismo, che oggi è probabilmente la realtà più in movimento della società italiana.
Poco a poco dal mondo semiclandestino del terzo capitalismo cominciano a uscire delle forme che prendono via via sostanza. Si tratta, in primo luogo, delle “multinazionali tascabili”. Cioè di società di medie dimensioni che però lavorano su scala internazionale e che sono organizzate esattamente come le multinazionali più grandi e più famose. La capostipite di queste multinazionali è la Merloni (oggi Indesit Group) per la quale la definizione fu inventata molti anni fa. Ma, poi, sono arrivate anche le altre: dalla Tod’s alla Luxottica, per passare alla Brembo e alla Pininfarina. E così via. Tutte società che nel frattempo hanno assunto dimensioni più che discrete e che quindi sono transitate ai piani alte della Borsa e che oggi (in parte) siedono addirittura nel consiglio di Mediobanca o della Rcs. Insomma, sono entrate nell’establishment. A fianco di quel che rimane dell’ “ala nobile del capitalismo italiano”, cioè del primo capitalismo. Con un termine perso a prestito da un altro settore culturale, potremmo dire che queste multinazionali tascabili si sono già integrate nel sistema Italia.
In seguito sono apparse altre realtà a fianco delle multinazionali tascabili. Società magari con meno pretese, ma comunque vivaci, in crescita, in genere con buoni risultati di bilancio, molto presenti all’estero. E ormai superflessibili, al punto che qualcuno le ha definite “sarti su misura” perché riescono a fare esattamente il prodotto che il cliente vuole, pur lavorando nella meccanica, nell’impiantistica, nel tessile, ecc. Moltissime di queste realtà hanno dimensioni molto ridotte e quindi in parte sono, di nuovo, quasi clandestine, difficili da individuare e da raccontare. Il loro insieme rappresenta quello che si è deciso di definire come il quarto capitalismo. Come il nuovo che ancora sembra che non ci sia, anche se poi c’è e è ben vivo.
La scoperta di adesso è che ben oltre 140 di queste piccole società (le small cap, cioè a piccola capitalizzazione) sono già presenti in Borsa. Zitte zitte, cioè, hanno abbandonato la quiete delle loro sedi appartate, quasi sempre fuori dai grandi centri urbani, e si stanno affacciando sul palcoscenico principale, quello di piazza Affari. Nella tabella qui a fianco (ndr: non disponibile) pubblichiamo un po’ di dati che le riguardano. E si può vedere che molte di loro hanno corso parecchio in Borsa. E infatti gli operatori più prudenti segnalano che probabilmente dentro il comparto delle small cap si nasconde quasi certamente una qualche bolla azionaria di una certa rilevanza. Ma adesso, qui, non è questo che conta mettere in rilievo. Quello che conta è notare come dentro la “quarto capitalismo” quotato ci sia un po’ di tutto. Praticamente sono rappresentati tutti i settori. E è importante che, comunque, queste aziende si siano quotate. Quotarsi significa portare i propri bilanci in pubblico, significa sottoporsi al giudizio degli analisti e degli investitori, del mercato.
Ci si può domandare perché abbiamo fatto questo. Di solito quando un’azienda sceglie di andare in Borsa c’è una ragione precisa e sempre un po’ sospetta: ha bisogno di soldi. Se si tratta di soldi per finanziare una nuova fase espansiva, ok, tutto a posto. Ma, qualche volta, si tratta semplicemente di bisogno di soldi per far quadrare i conti. Una cosa va comunque rilevata e subito. Nel caso delle trenta maggiori società italiane quotate (industriali, bancari, finanziarie e assicurative) la quota azionaria non flottante (non sul mercato, cioè, rinchiusa nei forzieri degli azionisti di controllo) è sotto il 40 per cento. Nel caso delle società medie (le multinazionali tascabili ormai cresciute) la quota non flottante è poco sopra il 60 per cento. Nel caso, infine, del “quarto capitalismo” che stiamo illustrando si arriva, come quota non flottante, al 70%. Non si tratta di una cosa fortuita. Dietro c’è una storia. In genere le aziende del “quarto capitalismo” sono andate in Borsa non per bisogno di soldi per chiudere dei debiti, ma per una ragione in apparenza molto banale. Si tratta sempre di aziende familiari e nelle aziende familiari, prima o poi nascono delle divergenze. Nel senso che qualcuno non è interessato al business dell’azienda e vuole i suoi soldi per andarsene altrove a cercare la fortuna. Per pagare questi “alternativi” spesso, quasi sempre, non rimane che portare l’azienda in Borsa, con i soldi che si ricavano dalla quotazione si liquida il familiare che se ne vuole andare e poi si prosegue.
In altri casi, al familiare in fuga si consegnano un po’ di azioni e poi penserà lui a disfarsene. Probabilmente è per questo che oggi troviamo più di 140 società del “quarto capitalismo” in Borsa. L’importante è che siano lì, con i loro conti e i loro andamenti. A ricordarci che qualcosa sta avvenendo nella società italiana. Non siamo solo in presenza di aziende del primo capitalismo che si difendono a fatica. C’è anche del nuovo, per quanto ancora piccolo e non del tutto formato. In chiusura va detto che, per ora, il “quarto capitalismo” è molto affollato, ma senza molto peso specifico. Se consideriamo solo le azioni flottanti, cioè circolanti in Borsa, le trenta maggiori società del listino superano, come capitalizzazione, tutte insieme, i 320 miliardi di euro. Quelle medie sono sopra i 54 miliardi mentre il “quarto capitalismo” supera di poco gli 11 miliardi di euro. Risultati non molto diversi fornisce la capitalizzazione integrale (quote flottanti e quote di blocco). Le trenta maggiori società valgono oltre 520 miliardi di euro, il “quarto capitalismo” non arriva a 40 miliardi.
Ma non importa. Sono aziende giovani e avranno il tempo di crescere. Per ora, la cosa veramente interessante è che sono lì, sul listino di piazza Affari. Lontano dai loro rifugi in provincia, dal commercialista del paese, dall’occhio benevolo del parroco e del farmacista. Insomma, queste piccole aziende, di cui molti continuano a ignorare tutto, per una ragione o per l’altra, hanno iniziato il loro lungo viaggio dentro il capitalismo moderno. E tutte le mattine le loro quotazioni sono stampate sui giornali e sono oggetto di commenti da partedi quelli che ne hanno comprato le azioni. Alcune di loro, probabilmente, sono destinate a diventare importanti e famose.

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