Blitz quotidiano
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Immigrati. Fermarli? Frontiere controllate, accoglienza civile, riportarli a casa, altro che spaghetti a Damasco

Clandestini, l’ultina idea per fermarli è portare delle fabbriche nei Paesi di Asia e Africa da dove provengono. Per Giuseppe Turani, dire “Ci occuperemo dell’ Africa” è uno slogan privo di sensoe argomenta la tesi in questo articolo pubblicato anche su Uomini & Business con un titolo ironico e sprezzante: “Spaghetti a Damasco”.

Li aiuteremo da soli, faremo noi, ci occuperemo dell’Africa, dice il nostro premier. Viene in mente quando Salvini, quello delle ruspe, lanciò lo slogan “Aiutiamoli a casa loro”. Fu sommerso, giustamente, da una valanga di critiche: disegno velleitario, insensato, impossibile.

Ma adesso si pensa che si possa fare, l’Italia da sola, visto che non pare ci siano altri disponibili all’impresa. E i fan più fan applaudono: spezzeremo le reni alla  Germania e anche ai traditori francesi, che pure erano venuti al summit di Atene “anti-austerità”. Che quel summit fosse solo una sparata propagandistica lo avevamo detto subito, per la verità: una riunione anti-austerità con i paesi meno austeri di tutta Europa che chiedono la fine dell’austerità, da loro mai praticata. Nulla di più ridicolo. Ma la politica consente anche questo. E poi, diciamolo, di un po’ austerità in meno ci sarebbe bisogno.

Ma l’Africa? L’ Italia che si  occupa dell’ Africa. Che cosa vuol dire. Abbiamo il potere e l’autorità di andare giù e imporre la pace fra le fazioni rivali che si stanno sparando addosso dalla notte dei tempi? Ma, trascurando questo dettaglio non secondario, abbiamo la forza per fare quello che gli americani fecero in  Europa dopo la guerra con il piano Marshall? O pensiamo che basti trasferire qualche fabbrica di spaghetti a Damasco, sotto le bombe, per risolvere tutto?

Con i debiti e la situazione economica che abbiamo, e sgangherati come siamo, forse potremmo occuparci di tre villaggi non troppo abitati. Non certo dell’Africa. Un continente con più di mezzo miliardo di persone e attraversato da problemi quasi inimmaginabili.

E allora? Propaganda, battute. Se si vuole  tornare con i piedi per terra, possiamo fare poche cose.

1- La prima sarebbe controllare le nostre frontiere, in modo da essere sicuri che entri solo chi vogliamo che entri davvero. E già questa sembra un’impresa titanica. Purtroppo abbiamo delle frontiere immense, lunghissime. E sfido chiunque a dire che siamo in grado di controllarle sul serio. Ma questo è un punto cruciale.

2- Poi stabilire che cosa facciamo di quelli che entrano. Fino a ieri il calcolo furbesco era quello di lasciarli scappare verso il Nord Europa, da loro immaginato più accogliente. Ma adesso quei paesi stanno chiudendo le porte e sorvegliano le loro frontiere con cura. Quindi ce li teniamo qui, alla rinfusa, non sapendo bene che farne e in sostanza non facendone nulla.

Tutto questo è molto sbagliato. Lasciando perdere “aiutiamoli a casa loro”, quello che possiamo fare è organizzare meglio, qui l’accoglienza di quelli che abbiamo deciso di accogliere davvero. Gli altri vanno rispediti a casa. Si salvano perché è giusto non far affondare nessuno in mare. Ma poi si rimandano a casa. Tutti nel mondo, e in Africa, devono capire che l’Italia non è una passeggiata a mare dove si regalano gelati, ma un paese moderno, dove non si entra se  non si è invitati.

Sei mesi di politica “severa” e gli arrivi perderanno di forza (quasi nessuno punta sulla Spagna, ad esempio, perché li  cacciano).

Nel frattempo, potremo occuparci dei nostri  guai e, secondo le nostre possibilità, anche di quelle dell’Africa.

Se invece perdura l’attuale confusione alla fine non ci occuperemo di niente.