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In Italia sono 1,5 mln quelli che vivono di politica. Ecco dove sta la corruzione

ROMA – Lo sapevate che in Italia sono un milione e mezzo quelli che vivono di politica? Un numero spropositato, pari quasi a quello dei metalmeccanici che sono pochi di più: 1,7 milioni. Giuseppe Turani, in un articolo pubblicato anche su Uomini e Business con il titolo “Le ali della corruzione” riflette su questo numero, dietro il quale, è inutile girarci attorno, si annidano corruzione e sprechi.

Si riparla di corruzione italiana. Ne riparla un soggetto autorevole e cioè la Banca centrale europea. A quanto poi ammonti questa corruzione non si sa. Girano diverse stime, ma ovviamente sono solo ipotesi. Comunque si sa che è tanta e si sa anche da dove nasce e come si potrebbe fare per combatterla.

In Italia sono un milione e mezzo le persone che vivono di politica: deputati, senatori, consiglieri e presidenti regionali, sindaci, asri, più tutta la pletora dei loro assistenti. Nel mucchio vanno messi anche gli amministratori (si fa per dire) delle quasi otto mila società che appartengono a comuni, regioni, ecc. Una sorta di immenso Iri spezzettato sul territorio, con aziende che, di norma, sprecano soldi.

Un milione e mezzo di persone sono tanta roba. Solo un po’ meno dei metalmeccanici, che in Italia sono in tutto 1,8 milioni.

Tutta questa gente che cosa fa? Diciamo che per almeno la metà 700-800 mila si dedica soprattutto a far “scorrere” le pratiche, insomma a agevolare gli affari, a riscuotere piccole tangenti (sull’asfaltatura della vostra strada, sulle mensa per l’asilo die vostri bimbi, ecc.). Poi ci sono quelli che fanno gli affari in grande, ma lì la magistratura ogni tanto arriva e mette giù un po’ di manette. Quelli “piccoli” (700-800 mila) agiscono invece indisturbati: inseguirli sarebbe troppa fatica e costerebbe troppo allo Stato.

Il primo rimedio contro la corruzione, quindi, sarebbe quello di dimezzare quelli che in Italia vivono di politica.

Una qualunque, discreta, società di consulenza manageriale potrebbe dirvi che metà, appunto, di quel milione e mezzo di persone che vivono di politica non servono a niente: il paese potrebbe funzionare benissimo anche senza di loro. Stanno lì solo perché sono amici di amici e perché “producono” un po’ di soldi in nero per le loro famiglie e per la politica.

E sono una specie di costo invisibile, ma che comunque si paga, ormai insopportabile. Tutti loro infatti, oltre a uno stipendio o a gettoni di presenza, poi “portano a casa” anche il frutto delle piccole tangenti sulla riverniciatura della scuola o sul rifacimento della fontana della piazza principale.

Insomma, abbiamo almeno 700-800 mila persone il cui lavoro principale è appunto gestire la corruzione. Se questa stima vi sembra troppo alta, dimezzatela pure. Ne restano sempre 300-400 mila, un esercito.

La seconda ragione di corruzione sta nel regime delle autorizzazioni: una catena quasi infinita. Sembra più di 20 per aprire una scuola o per sistemare un chilometro di fibra ottica. E, come ha detto il Pm Carlo Nordio, ogni porta che va aperta per fare qualcosa è un’occasione perché qualcuno pretenda una tangente. Diciotto funzionari, magari, sono onesti e fanno solo il loro dovere, gli ultimi due, invece, possono essere tentati di far pagare un “dazio” non previsto dalle normative.

Anche in questo caso la soluzione è semplice (a dirsi): semplificare, semplificare e ancora semplificare. Avere una caterva di norme non ha risparmiato all’Italia una sorta di devastazione edilizia, ad esempio. Anzi, è solo servita a far incassare un sacco di tangenti a tanti solerti asri. E così via.

In conclusione, la lotta alla corruzione non è impossibile. Basta che ci siano pochi soldi pubblici in giro, poca gente che li maneggia e pochissime norme.

Il che significa però fare un terremoto politico. Chi pagherà più manifesti e i “santini” del deputato in cerca di rielezione?