Blitz quotidiano
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Italia crescita zero da 15 -20 anni, chi ci ha governato? Provate a rispondere da soli…

Crescita zero della economia in Italia da 15 anni. Giuseppe Turani si chiede perché. Da quindici anni la crescita italiana è bloccata, irrisoria.

Dal suo articolo, pubblicato anche su Uomini & Business, mancano i nomi degli indiziati, di quelli che hanno occupato la poltrona di primo ministro negli ultimi 20 anni, chi ha probabilmente azionato il freno e chi ha sbagliato tutto invece di sbloccarlo. In realtà la stasi della nostra economia ha avuto inizio prima, a metà degli anni ’90.

Ecco i nomi, che si sono inseguiti e alternati: Silvio Berlusconi, Lamberto Dini, Giuliano Amato, Romano Prodi, Massimo D’Alema, Silvio Berlusconi, Romano Prodi, Silvio Berlusconi, Mario Monti, Enrico Letta. Al povero Renzi l’improba fatica di rimettere in moto la macchina Italia.

Turani mette in guardia contro i facili ottimismi.

A forza di non fare niente, o di fare cose sbagliate, forse siamo arrivati al capolinea, contro un muro di cemento armato: l’Italia non cresce o cresce per valori irrisori, quasi irrilevanti. L’allarme viene da Confindustria, che stima per il nostro paese un aumento del Pil pari allo 0,7 per cento per quest’anno: praticamente quello già acquisito nei primi sei mesi, come se da da luglio qui fossimo tutti in vacanza.

Ma il peggio dovrebbe arrivare nel 2017, quando la crescita stimata dagli economisti di Confindustria dovrebbe essere solo lo 0,5 per cento. E, aggiungono, per tornare ai livelli di benessere pre-crisi (2007) di questo passo si dovrà aspettare il 2028. Si tratta di una data talmente lontana che si poteva scrivere tranquillamente: forse mai.

Fino a non molto tempo fa si riteneva che la “velocità di crociera standard” dell’Italia fosse intorno all’1 per cento all’anno. Non molto, ma una discreta base da cui partire per fare meglio. Ma adesso ci viene spiegato, e quelli di Confindustria non sono affatto pessimi economisti, che nemmeno questo è più sicuro.

E aggiungono che questo paese non cresce da 15 anni. Negli altri grandi paesi europei nello stesso periodo di tempo il Pil è aumentato fra il 23,5 per cento (Spagna) e il 18,2 per cento (Germania). Noi siamo arretrati dello 0,5 per cento.

In soldoni questo significa che oggi la macchina Italia produce 7-8 mila miliardi in meno di reddito di quello che faceva nel 2000, quindici anni fa.

Ma allora si può fare qualcosa, e in fretta? La risposta purtroppo è no. Alle spalle di questi numeri ci sono quarant’anni anni di errori e di cose non fatte.

E nell’arsenale dei maestri dell’economia non esiste alcuna diavoleria in grado di ribaltare la situazione. Questo paese, fatto così come è, avrà grosso modo i risultati previsti dalla Confindustria (come del resto accade appunto da 15 anni) e da altri studiosi, qualche decimale in più o in meno.

E bisogna essere sinceri: nemmeno un po’  di flessibilità contabile in più servirà a molto, di nuovo ci si sposterà di questo decimale.

Il problema, quindi, non è cambiare politica economica o ministro dell’economia, ma cambiare il Paese.

Con una vecchia carriola non si possono correre gran premi a Monza. Questa è la verità.


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