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Alberto Muraglia, mai un “furbetto” con le palle

La foto di di Lucio Fero

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ROMA – Albero Muraglia, ultimo e valido interprete e custode di una diffusissima e molto amata tradizione: il vittimismo. Vittimismo sfacciato e insieme tremebondo, la lacrima tremolante al ritmo del “tengo famiglia” sul ciglio che fino a ieri era stato all’occorrenza tracotante. Il proclamarsi “agnello sacrificale” di…di un complotto ovviamente. Perché è tradizione ormai popolare in questo paese essere vittime di qualcuno che ordisce complotti, ce l’ha con noi, ci tira in mezzo. Non c’è cittadino che non sia vittima, milioni di vittime…(ci deve essere una popolazione nascosta, un’altra popolazione che organizza i complotti, altrimenti non tornano i conti, neanche quelli demografici).

Alberto Muraglia, il licenziato a Sanremo perché timbrava il cartellino e non andava a lavorare (licenziato per questo e non perché timbrava in mutande, la questione è di truffa allo Stato e non di estetica) si dichiara “agnello sacrificale” e “capro espiatorio” di “qualcosa più grande di lui”. Agnello e capro di chi? Di tutti quelli che non capiscono e vogliono la sua rovina: le leggi, la stampa, il Comune, chi ha indagato…Alberto Muraglia si racconta “costretto” a timbrare in mutande perché faceva casa e bottega. “Costretto”, capito? Lui faceva un favore allo Stato presentandosi così al lavoro (di solito dopo aver timbrato si va a lavorare…no?).

E quando la moglie o la figlia timbravano al posto suo, ecco Muraglia che spiega: “Venivano a chiamarmi per dire che la pasta era pronta…passando timbravano”. La “pasta”, cosa c’è di più familiare e umano in un racconto italiano? Lo andavano a chiamare lui inchiodato al posto di lavoro perché la pasta era cotta, il desco pronto per il desinare e, passando, un gesto gentile per l’uomo di casa, timbriamogli il cartellino che fatica già così tanto e magari la pasta si scuoce nel piatto…

La pasta, le mutande, la famiglia, il complotto, l’agnello, il capro…Ci fosse mai in Italia, nelle cronache italiane, un furbetto, un astuto, un furbone che poi preso sul fatto non piagnucola. Mai un furbetto con le palle, con il coraggio civile di assumersi una responsabilità, con la decenza di non affastellare ogni scusa, anche la più improbabile. Alberto Muraglia magari quando parla ci crede davvero a quel che dice, pensa davvero di essere una vittima, una vittima del nemico più crudele, della circostanza più malefica: l’esser stato beccato. Contro questo insulto della sorte protesta e chiede protezione. Magari gli italiani ci cascano, in fondo, se beccati, fanno tutti così.