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Borse, spread, banche: qualcosa grossa cede. Nessuno sa cosa

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ROMA – Borse, europee, asiatiche, americane, insomma del pianeta. E spread, cioè la misura di quanto ci si fida della solvibilità degli Stati, del fatto che gli Stati pagheranno i loro debiti, tutti e fino in fondo. Banche, in Italia e in Europa e anche in Giappone e in Cina da cui prendono le distanze, se non proprio fuggono, gli azionisti, cioè quelli che hanno investito denaro nelle banche stesse. Da un mese e mezzo almeno è un’emorragia planetaria di soldi.

La Borsa italiana ha chiuso sotto del 3,2 per cento. Dall’inizio dell’anno ha perso tra il 20 e il 25 per cento del suo valore complessivo. Francoforte, Parigi e Madrid e Londra e Wall Street viaggiano tra perdite del 10 fino al 20 per cento nello stesso periodo. Le Borse asiatiche, cinese e giapponese in prima fila, sono sotto circa del 15 per cento. E non è per nulla detto che la “correzione” sia finita, anzi.

Fossero solo le Borse, in fondo fino a un certo punto è economia finanziaria e se il capitale finanziario prende un bagno fino a un certo punto non ne va della salute economica e sociale della gente comune. Ma se le Borse prendono la polmonite allora meno capitali per le aziende, per la produzione, il lavoro, l’occupazione, i salari…

Fossero solo le Borse e comunque dovrebbero fermarsi nella discesa altrimenti ci tirano tutti giù. Ma non si fermano…E allora arrivano gli spread, l’indice del dubbio che risale. Il dubbio che uno Stato non ripaghi prima o poi parte o tutto del suo debito pubblico. E quindi chi presta soldi agli Stati vuole più interessi per farlo e quindi lo Stato si indebita ancora di più e quindi quello Stato non ha soldi per welfare ed aiuti da spalmare qua e là sulla popolazione (e sull’elettorato). E quindi contro quello Stato si sviluppa protesta e astio sociale…

E, insieme, parente stretto della risalita degli spread, il sospetto sulla solidità delle banche o almeno sulla redditività dell’investire sulle banche.

Borse, spread, banche: qualcosa di grosso scricchiola sul pianeta, qualcosa di grosso minaccia di cedere. Ma cosa? Quel che è peggio è che nessuno lo sa cosa, cosa sia che scricchiola e fa scricchiolare.

Il prezzo basso del petrolio? Alibi, di solito il prezzo basso delle materie prime è ricostituente e non veleno per economia, redditi, consumi, investimenti. La frenata cinese? Alibi, se la Cina passa dal più 10 per cento di media del Pil al più sette per cento non è certo economia in crisi. La paura di nuove guerre? Certo, ma quando mai non c’è stata? Qualche decimale in meno negli aumenti di occupazione negli Usa? Risibile, gli Usa viaggiano a tassi di disoccupazione che tendono al minimo fisiologico.

E allora cosa è? Nessuno lo sa cosa è. O almeno nessuno sa dargli contorni, fattezze, dimensioni a questa cosa che è…Che è dentro, nelle fibre del sistema economico mondiale. Economie e società fondate, anche nei loro splendori e valori, anche nelle loro conquiste e diritti, fondate sul debito. E non solo fondate sul debito che sarebbe, è ovvio e fisiologico. Fondate non solo e soltanto sul debito ma sulla espansione costante e irrinunciabile del debito. E’ su questa espansione del debito che poggia la macchina sociale ed economica del pianeta.

Ma dentro, nelle sue fibre, questo obbligo di espansione del debito porta la non separabile e sopprimibile consapevolezza che prima o poi qua e là tocca…Tocca a qualcuno non vedersi ripagati i propri crediti, tocca a porzioni di debito di non venire onorate, pagate. Dalla crisi del 2007 e di nuovo in questo inizio 2016 questa consapevolezza che non tutto sarà ripagato e che qualcuno prima o poi qua e là farà default non si è mai spenta. E ora si è accampata di nuovo tra Borse, spread e banche. In un planetario gioco dello io speriamo che mi scanso in tempo e speriamo non tocchi a me ma a qualcun altro. Ecco, così vive l’economia del pianeta: senza il debito, e debito crescente, non respira. Ma respira aria inquinata che inevitabilmente, periodicamente ammazza qua e là prima o poi qualche polmone.