Lucio Fero

D’Alema, la rossa primavera del 10%: di vittoria in vittoria, Veltroni aveva il 34%

D'Alema, la rossa primavera del 10%: di vittoria in vittoria, Veltroni aveva il 34%

D’Alema, la rossa primavera del 10%: di vittoria in vittoria, Veltroni aveva il 34% (foto d’archivio Ansa)

ROMA – D’Alema, carta canta: ha visto, compulsato (commissionato?) studi. Dicono, dice, che una lista “rossa”, insomma di sinistra vera, con lui regista e magari Emiliano leader e Bianca Berlinguer madrina farebbe alle elezioni 10 e passa per cento. D’Alema Massimo, detto leader massimo, annuncia quindi la nuova rossa primavera e il nuovo sol dell’avvenir: 10 per cento alle elezioni, magari 11 per cento. Carta canta, compagni.

Se e quando sarà, sarà un’altra tappa del glorioso cammino, di vittoria in vittoria sotto la guida del leader massimo che, parole sue, ha sentito il dovere di correre al capezzale del partito malato. Lui non avrebbe voluto, lui si occupava del mondo…ma in Italia c’è da liberare la sinistra dall’usurpatore tiranno, c’è da tenere le fila e far da guida al CLR (Comitato di Liberazione da Renzi). E quindi D’Alema indica la via e l’obiettivo: 10, magari 11 per cento.

Walter Veltroni che fino a che ha potuto Massimo D’Alema ha boicottato e sgambettato e non di rado anche deriso, Walter Veltroni aveva il 34 per cento. Già il 34 per cento alle elezioni è quel che raccolse Veltroni. E si disse che aveva perso e si disse e si praticò se ne dovesse andare col capo cosparso di genere. E si disse avesse pagato il prezzo dell’alterigia politica del voler proporre niente meno che lo scandalo di un Pd che volesse bastare  se stesso, governare da solo.

Era il 34 per cento e D’Alema disse che rovina, che sconfitta. Ora, di vittoria in vittoria, D’Alema promette il 10 per cento.

Dieci per cento, magari undici e poi per farci cosa? Per fare, è ovvio, la sinistra di una coalizione di governo. Coalizione con chi? Ma è ovvio la sinistra più il centro. E il centro chi è? Renzi che si sarà fatto il suo partito e la sua lista, insomma il Pd dopo la scissione. E i centristi e magari l’aggregato arancion Pisapia, questo però non è centro, è sinistra. Insomma il 10 per cento invocato da D’Alema serve, se va bene, per fare quello che se lo fa Renzi è “inciucione” ignobile.

In una intervista a La Stampa il sempre splendidamente spocchioso Massimo Cacciari, oltre a vaticinare il già accaduto (“nessuna sinistra vince elezioni oggi in Europa”) una giusta la dice: “il massimo e il meglio che oggi può fare un politico è dire la verità”. Il massimo e il meglio perché dire la verità, anche un grammo di verità non lo fa nessuno, viene evitata la verità come la peste.

Ora che infili bugia su bugia un Salvini o una Raggi o un Brunetta è quasi nel mansionario dei tre. E’ ovvio, stanno lì per questo. Sono i campioni del mai la verità ma lo sport lo praticano tutti: i Renzi, i Grillo, i Berlusconi, le Meloni, gli Alfano…tutti fuggono dalla verità.

Ma anche qui, c’è modo e modo. D’Alema e molti dei suoi compagni per molto tempo sono passati come persone seriose e anche un po’ serie. Magari presuntuosi, magari narcisi, magari architetti di elaborate strutture resistenti come paglia al vento…ma seriosi e anche un po’ seri. Beh, se era così, D’Alema questa “primogenitura” se l’è venduta per un piatto di lenticchie o magari non era così.

Dire che occorre e urge la scissione se Renzi va al voto con questa legge elettorale è bugia neanche tanto nobile. La legge elettorale che oggi D’Alema giudica pericolosa e dannosa è la legge elettorale che la minoranza del Pd, lui compreso, hanno coccolato, accudito e fatto nascere opponendosi con ogni mezzo all’Italicum. Oggi piangono sui difetti esiziali del proporzionale ma sono loro che hanno ucciso il maggioritario.

Dire che la scissione è un atto di libertà contro l’usurpatore tiranno che non fa fare il Congresso del Pd è una menzogna davvero poco nobile (ed è eufemismo). E’ stata la minoranza del Pd ad ammonire Renzi dopo il 4 dicembre a non farlo subito il Congresso. Sono stati i D’Alema a dare lo stop al Congresso perché altrimenti Renzi magari in Congresso e si faceva ricandidare premier. E ora quello che hanno detto appena ieri che il Congresso subito era prevaricazione dicono che è tirannia che legittima la rivolta il Congresso non subito.

La verità? La minoranza Pd ha cambiato idea sul Congresso e lo vuole prima delle elezioni perché con la legge disegnata dalla Corte Costituzionale ci sono cento posti da capolista sicuri o quasi che chi sta lì viene eletto in Parlamento. Se le liste le fa Renzi, ne beccano una decina, se le liste le fa il Congresso magari ne beccano 20 o anche 30. La gloriosa battaglia per la democrazia interna è una legittima battaglia per i posti in lista. Ma dire la verità, mai.

Proporzionale, maggioritario, Mattarellum, monocameralismo, Congresso, fisco, spesa pubblica, Pubblica amministrazione, scuola…i costruttori della nuova rossa primavera hanno dismesso su tutto l’obbligo e l’impaccio della coerenza, da tempo cambiano trincea e posizione a seconda di dove si posiziona il nemico. E il nemico principale è per loro il liberismo più o meno neo, insomma Renzi e quel poco di riformismo reale che Renzi ha capito e tentato.

Non a caso D’Alema nella sua analisi di fase ingloba tra i suoi elettori futuri quei milioni di ex elettori Pd che Pd non hanno votato più per Jobs Act e Buona scuola. La nuova rossa primavera dichiara che il suo blocco sociale è quello refrattario e resistente alla modificazione dell’esistente. Questa è la scelta politica. Due paroline sul metodo: questa della socialdemocrazia (oggi liberismo) come nemico principale si è già sentita. Qualcuno l’aveva già detta e indicato come linea d’azione. Si chiamava Stalin. Sembra proprio che la storia grande e piccola si diverta con noi qui e oggi al gioco del non si butta via niente: l’enormità di Trump che ripesca e riusa la selezione etnica alle frontiere e il lillipuziano rinculo della rossa primavera italiana alla lotta al social-liberismo.

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