Blitz quotidiano
powered by aruba

Davigo, manifesto del giustizialismo ottimo e abbondante

La foto di di Lucio Fero

Leggi tutti gli articoli di Lucio Fero

ROMA – Piercamillo Davigo, oggi ai vertici Anm (sindacato dei magistrati), ieri nel famoso e benemerito Pool milanese di inquirenti su Mani Pulite, ha prodotto un chiaro e intellegibile, onesto e sincero manifesto del giustizialismo ormai maturo dopo un quarto di secolo di crescita e sviluppo. Un giustizialismo ottimo e abbondante.

Molti i capitoli del manifesto culturale e anche un po’ operativo. Eccone i più significativi.

La obbligatorietà non tanto dell’azione penale quanto del contrasto-controllo tra poteri dello Stato. Dice Davigo che la magistratura non si sente né in guerra e neanche in lotta contro la politica, però aggiunge che una “pace totale” tra i due poteri dello Stato si realizza solo in una “monarchia”. Monarchia per definizione assolutista. Quindi, secondo corretti canoni della democrazia liberale, equilibrio dei e tra i poteri dello Stato. Ma anche, secondo teoria e prassi decennale della Anm, magistratura che fa da argine alla politica buona cosa, politica che fa da argine alla magistratura pessima e dittatoriale cosa. Nell’equilibrio dei poteri dello Stato manca, per statuto giustizialista, la reciprocità.

La “prudenza” pubblica come una sorta di pre-sentenza civile e sociale di fatto emanata non da un Tribunale ma da un magistrato inquirente. Dice Davigo: se il mio vicino di casa è rinviato a giudizio per a, non gli faccio incontrare mia figlia di sei anni…Nessuno infatti lo farebbe. Ma estendere, come Davigo fa e teorizza, questo principio di precauzione anche alla politica? Certo, argomenta Davigo. Anzi sarebbe la chiave che apre la porta di una politica migliore di quella schifosa che c’è. Se la politica allontanasse, espellesse tutti i raggiunti da rinvio a giudizio…se non proprio da avviso di garanzia. Se la politica facesse da sé e da sola come i vicini fanno col rinviato a giudizio per a…vi sarebbero su piazza conclude Davigo solo politici buoni e onesti.

Nessuno può negare che la politica da decenni selezioni, arruoli, ospiti i peggiori esponenti della società incivile. E quindi ha ragione Davigo a lamentare la totale assenza di auto controllo da parte della politica in particolar modo nei confronti della corruzione. Però il metodo selettivo eletto da Davigo strumento di pulizia e rettitudine è di fatto il metodo dell’epurazione mediante sospetto. Sospetto che può, anzi deve, essere acceso da un magistrato senza neanche il fardello di doverlo poi sostanziarlo con una sentenza di colpevolezza. Il politico sospetto di corruzione va trattato come il sospetto di a, messo al bando. Bene. E il magistrato i cui rinvii a giudizio si siano ripetutamente risolti in assoluzioni è anche lui sospetto e sospettabile di qualcosa? Assolutamente no, anche qui non c’è reciprocità: il politico è di per sé società incivile, il magistrato è ipso facto società civile. Uno può emettere sentenza sociale anche in forma di sospetto e questa sentenza deve avere effetto perché quell’uno è un potere positivo. L’altro non può emettere legge senza che la legge stessa sia gravata di sospetto perché questo altro è in sé e per sé potere dello Stato sì ma potere negativo.

Siamo al cuore del giustizialismo ottimo e abbondante, quello che pompa così forte e saldo da consentire a Davigo anche qualche “azzeccagarbugliata” sulle intercettazioni. Dice Davigo: in una intercettazione c’è l’incontro con un trans, tutti dicono scandalo, buco serratura, sfregio privacy, e se quell’intercettazione l’ha voluta la difesa perché fa da alibi..? Qui Davigo gioca con l’intelligenza altrui: ciò che gli inquirenti danno da pubblicare delle intercettazioni non è il trans-alibi, è il trans stigma. Conversazioni ordinarie e ovvie, purché a un capo del filo ci sia uomo o donna “di potere” sono date da pubblicare come indubbio indizio di “cricca” e malaffare. Nessun filtro di congruità o plausibilità è esercitato né dal magistrato inquirente né dagli organi di stampa. La stessa idea di filtro è esposta al pubblico ludibrio. Davigo sa come funziona e non dovrebbe aver bisogno di narrare la favola dell’intercettazione come materiale neutro che il magistrato non maneggia. Più credibile e condivisibile un Davigo che dicesse: intercettazioni strumento fondamentale per le indagini, guai a chi le tocca. La difesa invece per vie ed esempi obliqui delle intercettazioni come strumento non delle indagini o del processo penale ma del processo sociale in società è quel che di fatto orgogliosamente Davigo perora.

Il cuore, il cuore del giustizialismo ottimo e abbondante: non il tenere la politica sotto controllo che è cosa buona e giusta, non il mandarli a processo talvolta anche rischiando di sbagliare che anche l’indagine sbagliata è fisiologia e non patologia di un potere. Il cuore del giustizialismo è come spiega Davigo, l’uomo e il magistrato che ai tempi si assegnò la missione di “rivoltare l’Italia come un calzino”, proprio quel “calzino” a giudizio politico e non giuridico non ancora “rivoltato”. Il giustizialismo assegna alla giustizia ormai un controllo di merito sulla legislazione stessa. E ciò in seguito alla teorizzazione, tutta politica, della politica stessa come attività in sé potenzialmente “criminogena”.

Se suppongo e stabilisco, per via di sociale e politico convincimento, che maneggio e allocazione di pubblico denaro è di per sé attività sospetta se non peggio, allora ne consegue che lo stesso Parlamento è luogo potenzialmente fortemente criminogeno. E se il legiferare è sospettabile in sé ne va da sé che chiunque partecipi al processo legislativo sia lobby nel senso di interesse oscuro e losco. Arrivando così al paradosso in atto per cui sulla stampa e nelle carte giudiziarie le telefonate tra legiferanti e portatori di interessi sono attività sospetta mentre le stesse parole e argomenti in sede di audizioni parlamentari sono attività istituzionale, benemerita e richiesta da forze e rappresentanze sociali. Già perché tutti chissà perché dimenticano che prima di ogni legge si consultano, spesso a furor e favor di popolo, i rappresentanti degli interessi toccati o in attesa. E tutti plaudono. Ma se si telefonano…

Il giustizialismo 3.0 (2.0 sa già di vecchio) non è “in galera chi ruba”. Anzi, in galera ci vanno poco i ladri di pubblico denaro politici e non. Fosse questo, fosse davvero controllo severo e punizione rapida della corruzione, sarebbe giustizialismo ottimo. Ma non è solo questo, anzi non è neanche questo: è l’idea, anzi l’ideologia, anzi ormai la pratica di un presidio di merito della magistratura sull’attività dell’esecutivo e del legislativo (leggi buone e cattive secondo “giustizia”). E sull’attività medico, scientifica, ambientale…e su ogni attività. Questo è il giustizialismo abbondante, anzi debordante.