Blitz quotidiano
powered by aruba

Delitti e pene: ammazza per gelosia, bastano 11 anni?

La foto di di Lucio Fero

Leggi tutti gli articoli di Lucio Fero

ROMA – Delitti e pene, i Tribunali hanno la loro misura, la gente spesso ha tutt’altro metro, nella gran parte dei casi il buon senso giuridico litiga con il senso comune. L’ultimo caso: Vincenzo Di Mauro. Nel 2.000 uccide per gelosia un uomo perché “insidiava” la sua ragazza. Viene condannato a 11 anni di detenzione. Li sconta gli anni di galera. Poi esce e forse, molto probabilmente, fa il bis: Luana Finocchiaro viene trovata strangolata e gli inquirenti sospettano, fortemente sospettano, sia stato lui a punirla per averlo lasciato e respinto.

Allora la domanda: se uno ammazza, toglie la vita ad altro essere umano per “gelosia”, in realtà per brama e pretesa di pos nei confronti di una donna o di un uomo che ritiene “cosa sua”, basta, è commisurata al delitto la pena di 11 anni?

Undici anni non sono pochi se davvero li si sconta in una galera. Undici anni sono un tempo calibrato con ragionevolezza ed equità se si suppone al condannato debba essere lasciata la possibilità di avere una vita dopo la condanna, di rifarsi, come si dice, una vita dopo aver pagato il proprio debito. Undici anni sembrano dunque una pena “giusta”, giusta a prescindere dalla correttezza giuridica la cui misurazione esula da queste righe.

E però il condannato che potrà rifarsi una vita ha tolto definitivamente una vita. Per “pareggiare” la sua vita dovrebbe essere parimenti azzerata. Ma questa contabilità è quella della vendetta, non quella della giustizia.

E però non tutti i delitti, non tutti gli omicidi chiedono la stessa pena, chiamano la stessa giustizia. La “gelosia” per cui Vincenzo Di Mauro uccise un “rivale” come e quanto pesa, su quale piatto pesa della bilancia della giustizia? Su quello dei “futili e abietti motivi” come recita il gergo dei Tribunali e su quello delle “attenuanti” perché così va il mondo e così sono fatti gli umani, soprattutto uomini?

In questo caso, e in molti altri, è lecito nutrire il dubbio che l’esigenza di garantire un futuro dopo la pena abbia compresso oltre misura la necessità di repressione e sicurezza. Uccidere per gelosia, in realtà per feroce rivendicazione di pos di un corpo e una mente altrui, è delitto socialmente da reprimere con il massimo della pena. Se non lo fai, poi rischi appunto il tragico bis. Venti anni di galera forse non avrebbero salvato la povera Luana ma di certo avrebbero meglio “spiegato” che per rivendicare il pos della “propria” donna non si può uccidere.

Sì, spiegare, perché l’amministrazione della giustizia è anche pedagogia sociale. Se ogni giorno e per ogni dove “spieghi” che qualunque “bisogno” ha un qualche diritto di cittadinanza, se così fa la politica, la televisione, il governo, l’opposizione, il sindacato, la corporazione, il comitato…Allora succede che chi abita nelle case del Comune di Roma a 10 euro al mese chieda e ottenga “pena” minima perché è pensionato. Allora succede che chi investe in strumenti finanziari se va male chieda “pena” minima e che le perdite sue le ripiani lo Stato. E finisce per succedere anche su altro ma non troppo diverso piano che uomini killer delle compagne si aspettino dalla società e dai Tribunali pene minime e che un omicidio dei più crudeli e prepotenti, quello per “gelosia”, sia punito in una misura e maniera tale da rendere possibile il bis.