Lucio Fero

Elezioni a che servono davvero (da noi): a contarsi e a ricontarsi e a ricontarsi…

Elezioni a che servono davvero (da noi): a contarsi e a ricontarsi e a ricontarsi...

Elezioni a che servono davvero (da noi): a contarsi e a ricontarsi e a ricontarsi… (foto d’archivio Ansa)

ROMA – Elezioni a che servono davvero lo esemplifica il giorno dopo il primo turno delle Comunali 11 giugno 2017. Eccolo in sequenza il giorno dopo con Grillo che avverte: ci date per morti ma vi illudete. E ha ragione. Con Salvini che proclama: i voti decisivi li ho portati io. E ha ragione. Con Berlusconi che capisce che per un sindaco leghista si vota magari anche volentieri ma per un premier leghista nessuno o quasi voterebbe. E ha ragione. Con Renzi che calcola il Pd come il partito che finora elegge più sindaci e manda più candidati ai ballottaggi. E ha ragione.

E ancora il giorno dopo con commenti e analisi che celebrano la “rinascita del bipolarismo” con grande enfasi e sorpresa…Niente meno, il “bipolarismo” in un sistema elettorale (quello per i sindaci) che prevede un ballottaggio…a due! Come stupirsi e annunciare la rinascita della gambe del tavolino di fronte al quale si è seduti solo perché solo allora si è guardato in basso e le si è viste le gambe del tavolino.

Tutto vero, il centrodestra unito vale e forse supera un centro sinistra disunito e rissoso e forse vale anche più di M5S quando si vota per i sindaci e forse anche per le Regioni. Tutto vero, M5S non regge il confronto alle amministrative. Tutto vero, ma che c’entra? Niente con quello che si crede di capire da queste elezioni.

Per le Comunali si è votato con un sistema a ballottaggio e vince chi ha un voto in più. Sistema che è stato esplicitamente rifiutato da chi ha votato No al referendum di dicembre scorso. Per le politiche si voterà con il sistema opposto, il proporzionale. E si fa finta di dimenticare o peggio si dimentica davvero che diverso è il sistema elettorale, diversa è l’offerta politica, diversa è l’opzione di voto, diversa è la scelta dell’elettore.

Se c’è maggioritario, allora incentivo il voto al partito che può vincere. Se c’è proporzionale, incentivo al voto di stretta appartenenza se non di nicchia. Se c’è ballottaggio, allora c’è voto per il meno lontano e voto contro il candidato giudicato peggiore. Se non c’è ballottaggio, allora tutto questo non c’è. Il sistema di voto modifica l’offerta politica e la scelta degli elettori. Ma si finge di dimenticarlo o peggio se n’è persa la nozione.

Così i commenti sulle Comunali italiani hanno il valore di commenti sul voto francese dove si dicesse che Macron con il suo 32 per cento deve fare una difficile coalizione o con i socialisti al dieci per cento o con i gollisti al 21 per cento. Dimenticando che in Francia il doppio turno di collegio assegna ad En Marche di Macron i due terzi del Parlamento.

Si parla, si scrive e si dichiara alquanto a “spiovere” qui da noi a proposito di significato e senso di risultati elettorali. Ma in fondo una ragione c’è: da noi le elezioni servono davvero soprattutto ad una cosa, contarsi. E, dopo essersi contati, ricontarsi. E poi ricontarsi ancora. Siamo il paese dove si chiedono elezioni anticipate il giorno dopo che si è votato, il paese dove ad un quarto di secolo nessuno ha fatto altro che campagna elettorale. Al punto che sembra nessuno sappia fare altro.

Le elezioni ci servono dunque a contarci, anzi e “fare la conta” come fanno i ragazzini e, come fanno i ragazzini, c’è sempre qualcuno che non ci sta e dice che bisogna rifarla la conta. Nessuna sorpresa quindi alla fine che alla fine si sia persa anche la capacità di far di conto, tanto…si rifà.

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