Lucio Fero

Fabrizio Corona, Domenico Diele: quelli del “non sopporto il carcere”. E stampa e politica reggono il gioco

Fabrizio Corona, Domenico Diele: quelli del "non sopporto il carcere". E stampa e politica reggono il gioco

Fabrizio Corona, Domenico Diele: quelli del “non sopporto il carcere”. E stampa e politica reggono il gioco

ROMA – Fabrizio Corona, Domenico Diele, entrambi in carcere ed entrambi nel giro di poche ore hanno fatto sapere tramite avvocati che “non ce la fanno più”. Che “non sopportano più la carcerazione”. Ed entrambi hanno lanciato appello-grido: “Fatemi uscire”. Più o meno quello che pensano e provano tutti i detenuti. Più o meno lo dicono tutti ai loro avvocati. Ma dei più il grido, se c’è, resta muto. Nessun consigliere regionale o parlamentare va a trovare in cella un detenuto qualsiasi e giornali e televisioni non è che stanno lì telecamere e titoli pronti.

Però, però…di qualcuno il grido si raccoglie e si diffonde. Stampa, televisioni e politici reggono il gioco quando il qualcuno che “grida” è qualcuno non anonimo e, soprattutto, quando è un qualcuno in qualche modo del giro. Del giro, della compagnia di giro della comunicazione, spettacolo, show. La tribù della politica e quella dei giornalisti riconosce un’affinità con questi “qualcuno” e quindi si regola di conseguenza.

Funziona così: a poche, pochissime ore dall’arresto di un “qualcuno” si avvia a trovarlo in carcere uno che in carcere può entrare a termine di legge. Insomma ci vuole un politico, anche un politico qualsiasi, anche di “territorio” va bene. Il politico si trova facile, nella missione ci guadagna pubblicità e citazione. Il politico serve anche a far entrare in carcere chi in carcere non ci potrebbe entrare a far visita al fresco detenuto come fosse un parente, insomma il politico serve a far entrare il giornalista. Spesso infatti è il giornalista che cerca il politico. E insieme entrano in carcere nella finzione a tutti nota del giornalista “assistente” del politico.

L’ipocrisia accettata come regola chissà perché prevede che il giornalista “intervisti”, cioè faccia da registratore vivente su cui si stampano le parole del detenuto (un po’ confezionate magari, ma solo un po’ tanto per l’estetica della comunicazione). Ma che il tutto figuri come parole riportate fuori dalla cella dal politico perché, si sa, il giornalista non potrebbe andare ad intervistare in cella il “detenuto da titolo”.

Il quale detenuto ovviamente ci sta, confessa la sua sofferenza, magari attesta il suo rimorso, invariabilmente chiede perdono a mezzo stampa, magari qualche lacrima sulla condizione carceraria (insieme al giornalista) e invariabilmente un fatemi uscire, sto male. Variabili sul consolidato copione: la disponibilità ad incontrare i parenti della vittima (di solito questo lo suggeriscono gli avvocati perché fa attenuante, anche se è di fatto un ricatto ai parenti della vittima cui si intima: non mi vuoi perdonare?). Oppure un ricordare e ribadire i propri lunghi anni innocenti o ancora, i più audaci e sfacciati, implorare la scarcerazione rafforzando al richiesta con una sorta di “devo lavorare, non mi rovinate.”

Stanno sempre tutti male in carcere, questo e vero. Stanno male in carcere gli anonimi e i senza nome per stampa e televisioni, stanno male quelli in cella per spaccio e droga e stanno male i ladri e gli assassini e i truffatori (in galera questi pochi per la verità). Stanno male quelli che prima facevano gli impiegati e quelli che prima facevano nulla e quelli che facevano i delinquenti. Stanno male tutti ma stampa, televisioni e politica reggono il gioco del “non ce la faccio più, fatemi uscire” solo ai Corona, Diele e i loro “fratelli” di ruolo e notorietà.

E nel reggere il gioco non si fanno distinzioni e sottigliezze, basta che sia uno che “fa titolo”. E così sono giorni che si legge, si ascolta, si posta, si vedono i “non ne posso più fatemi uscire” di Corona e Diele che si danno cambio e staffetta nei notiziari e affini. Corona e Diele fratelli di titolo. Anche se Corona la galera se l’è fatta e i reati per cui è stato condannato sono odiosi ma, come dire, non ripugnanti. Corona faceva soldi con le foto di gente nota che…non pubblicava. E faceva soldi a palate rubando al fisco. Non è un innocente, tanto meno una vittima. Ma galera se l’è fatta e, come si dice, non ha ammazzato nessuno.

Con Domenico Diele invece il gioco del “non ce la faccio, fatemi uscire” raggiunge vette di impudenza. E’ in cella da pochi giorni. Ha causato la morte, ammazzato una donna investendola con l’auto in autostrada. Auto che guidava dopo sospensione della patente per guida avendo usato droga. Auto che aveva continuato a guidare con patente sospesa e, di nuovo fermato alla guida sotto droga, patente revocata. E lui di nuovo a guidare e chi se ne frega e di nuovo sotto droga. E per non farsi mancare nulla auto senza assicurazione. E come scusa, alibi, nella sua testa in qualche modo un’attenuante, attribuisce l’incidente al fatto che guardava, guidando, il display dello smartphone.

Domenico Diele, un “soggetto socialmente pericoloso refrattario al rispetto delle regole del vivere associato” secondo la definizione del magistrato che pure in qualche modo lo “grazia” chiedendo per lui domiciliari e non arresti vetri. E lui, invece che ringraziare la sorte per la grazia ricevuta, eccolo dopo pochi giorni di carcere gridare lui all’ingiustizia, al diritto negato, allo Stato infame che non trova il braccialetto elettronico per mandarlo a casa. Eccolo passare da irresponsabile che causa morte altrui a povero cristo sbattuto ai piombi. E tutto e solo perché è uno della fiction tv, uno del giro. Quindi stampa, televisione e politica gli reggono il gioco del “non ce la faccio più, fatemi uscire”. Reggere il gioco a uno così…

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