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Fo, Dylan: è il Nobel, sembra il Pallone d’oro

La foto di di Lucio Fero

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ROMA – Dario Fo premio Nobel per la letteratura muore poche ore prima che il Nobel per la letteratura da quel di Stoccolma sia assegnato a Bob Dylan. La gustosa coincidenza viene subito gustata e delibata come tale dalla comunicazione arguta e infatti Mentana dal suo telegiornale battezza il link: “Due irregolari”. La formula dei “due irregolari” convincerà anche Massimo Gramellini su La Stampa che la stamperà appunto nel suo quotidiano Buongiorno. Due irregolari? Sì, forse, certo. Ma che c’entra? Nulla. Irregolari dove, come? Nell’arte, nella musica, nella commedia, nella poesia, nella militanza, nella ideologia? Enrico Mentana e i cento, mille, diecimila Mentana tutto mischiano nel polpettone, è il loro mestiere, il nostro mestiere. Però qualche, diciamo così, sintesi brillante, ce la potevamo risparmiare

Sorge poi a lato della commemorazione del Nobel defunto e a saluto del Nobel insignito altra querelle: testi e note di un cantante sono o no letteratura? Già, a voler guardare non solo nel caso di Dylan ma anche in quello di Fo: ballate e gramelot sono o no letteratura? In senso classico, secondo classici e aurei parametri la risposta è no. Però questo no non tiene conto, sembra voler ignorare quelle che qui chiamiamo le pagine della vita. Quelle pagine che altre forme artistiche oltre alla scrittura sanno scrivere e comporre in un libro. La corporazione degli scrittori si poteva risparmiare la mobilitazione, ha un po’ il sapore dei tassisti contro Uber.

Non poteva poi mancare (purtroppo) il dibattito politico sui due Nobel. Si vede in televisione il figlio Jacopo di Dario Fo che parla, parole interrotte da singhiozzi commossi. Pensi sia il dolore acuto per la scomparsa del padre, piangeresti anche tu al suo posto. Poi ascolti le parole e sono, a dire di Jacopo Fo, lacrime per la persecuzione cui sempre è stato sottoposto il papà. Persecuzione pubblica, continuata, lunga una vita. Strana persecuzione quella di un uomo insignito di un Nobel, riconosciuto come grande artista, omaggiato da critica e pubblico, chiamato maestro. Jacopo in questo caso e per sua scelta più cittadino che figlio una qualche oncia di vittimismo di troppo se lo poteva risparmiare.

Così come tutti potremmo risparmiarci l’equazione obbligatoria chissà perché tra grande artista e maestro, guida ideale. Dario Fo grande attore, giullare come amava chiamarsi anche lui, grande uomo di teatro, grande personalità, una vita di grandi creazioni teatrali. Ma guida ideale proprio no, almeno non per chi sta dentro e con i valori dell’Occidente liberale e democratico. Come con lucidità (e qualche coraggio all’indomani della morte) scrive Mattia Feltri su La Stampa, Dario Fo è stato coerentemente tutta la vita contro l’Occidente, i suoi valori, le sue democrazie, i suoi Parlamenti, la sua cultura liberale.

Stucchevole e inacidita l’esegesi postuma di quanto fosse stato davvero repubblichino di Salò e quanto no. Il fatto è che allora Dario Fo era contro le “plutocrazie” e il passaggio all’essere poi contro “gli imperialismi” non fu così arduo. Il capitalismo come nemico, le democrazie rappresentative come inganno per ingabbiare i popoli e la loro volontà, la storia come collana di complotti: questo è più o meno sempre stato il bagaglio ideale di Dario Fo. Da cui scaturiva una missione, una energia creativa che ha dato vita a grande teatro. Ma grande scuola ideale proprio no. Quindi viva il Nobel all’artista Fo, non fu allora e non può essere oggi il Nobel all’ideologo Fo.

E Bob Dylan è le note di una vita, è la colonna sonora degli anni Sessanta. E’ quel decennio americano e mondiale in cui la libertà è il valore primo, la prima cosa da vivere. E’ la speranza, anzi la certezza della speranza, è storia di una generazione. Una appunto, quelle che sono venute dopo non intendono questa melodia dell’animo e dell’intelletto e non per colpa loro. Quindi grazie Stoccolma per aver dato un Nobel ai passi salienti della “recherche” di una generazione. Ma 50 anni dopo non sarà appunto solo e soprattutto melanconia?

Chiacchiere di troppo e chiacchiere in libertà, suscettibilità di clan e lobby, tifoserie e slogan, panegirici su modello pre confezionato: è il Nobel, ma sembra il Pallone d’oro.