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Fortuna Loffredo: se è stato lui, quale pena non è “poco”?

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ROMA – Fortuna Loffredo, sei anni, più volte violentata e per supremo disprezzo e punizione per essersi una volta ribellata gettata giù dal sesto piano, gettata a morire come immondizia sul selciato. Fortuna, se è stato lui, l’uomo che oggi è in cella e accusato dagli inquirenti, se è stato lui, quale pena mai non sarà troppo “poco”?

Lui si chiama Raimondo Caputo, è accusato di ripetuti abusi sessuali sulle figlie della sua convivente oltre che del calvario e martirio inflitti a Fortuna. Il nome importa poco, uno così, se davvero è colpevole, qual è la pena “giusta”.

Esistono due principi di civiltà che la gente dimentica, trascura e svaluta volentieri. Uno dice che la pena al colpevole non deve essere vendetta. L’altro che qualunque colpevole può riabilitarsi e deve essere aiutato a farlo. Principi di civiltà da difendere contro i sempre numerosi forcaioli, manettari e “buttatori di chiavi” dopo averli messi in gabbia…

Principi di civiltà, ma non dogmi assoluti. Esistono casi, e quello di Caivano è purtroppo tra questi, in cui il ritorno un giorno in libertà dell’ assassino di Fortuna, se è stato lui e se quelle sono state le motivazioni e le modalità, sarebbe ferita, offesa, vulnus alla società tutta, alla decenza umana e civile. E quindi anche alla giustizia.

Uno così, se ha fatto quello di cui è accusato, non può, non deve essere riabilitato alla vita civile. Ha perso, se davvero colpevole, quel diritto. E’ uscito talmente fuori dalla comunità umana da non poter esercitare il diritto di rientrarvi. Uno così, se davvero colpevole, per lui la giustizia per essere giusta deve fare un’eccezione ad almeno uno dei due sacri principi: vendetta no, ma riabilitazione nemmeno.

Altrimenti ogni pena inflitta al colpevole sarà di fatto troppo “poco”. Non si può uscire di galera dopo 10 o 20 anni dopo aver buttato una bambina giù dal palazzo perché resiste all’ennesimo stupro. Non si può, non deve essere consentito da nessuna giustizia che la vita del colpevole prosegua altrove che in carcere.

Neanche se hai vissuto a Caivano…Una singolare e massiccia narrazione da parte di stampa e tv tende a stabilire nesso di causa-effetto tra degrado urbano, spaccio di droga, criminalità diffusa e ciò che accadeva in quella palazzina: i bambini violentati, la complicità di mamme e nonne, l’omertà a copertura dei fatti della tribù. Questo rapporto causa-effetto come tale non esiste. Al contrario la radice va cercata in cultura e riti di clan e tribù.

Comunque nulla può attenuare, né il degrado o la miseria o la droga o la sub cultura possono attenuare la responsabilità individuale di chi sistematicamente stupra bambine e poi, ad un accenno di rifiuto, le elimina come scarti umani. Nulla. Quindi l’unica pena che non sia troppo poco è che quell’uomo, se colpevole, non torni mai più nel con civile. Sapranno un Tribunale e poi i magistrati che verranno emetterla e mantenerla questa sentenza?