Lucio Fero

Francia e Italia lontanissime: lì rinascita Macron, qui…dissoluzione terminale

Francia e Italia lontanissime: lì rinascita Macron, qui...dissoluzione terminale

Francia e Italia lontanissime: lì rinascita Macron, qui…dissoluzione terminale

ROMA – Francia e Italia, elezioni nello stesso giorno. Legislative in Francia, Comunali in Italia. Elezioni ed elettorati che parlano lingue e conoscono linguaggi assai diversi tra loro, ma al fondo non è una Babele. Al fondo si capisce che Francia e Italia sono politicamente (socialmente chissà) lontanissime. La distanza è quella che separa un organismo che nasce da uno che attende di morire. Lì con e attorno a Macron una totale scomposizione e rinascita del sistema politico (di quello sociale si vedrà). Qui una dissoluzione terminale del sistema politico cui nessuno, elettorato compreso, si sottrae e di cui sono tutti complici.

In Francia il partito En Marche che tra il voto di ieri e i ballottaggi tra due settimane avrà in Parlamento circa 400 seggi sul totale di 577 un anno fa non esisteva. Un mese fa Macron diventa presidente della Repubblica a suffragio diretto e ora con il suo partito avrà abbondante maggioranza in Parlamento.

Chi è Macron, cosa è En Marche? L’anti sistema finalmente trionfante? Per nulla. Allora una socialdemocrazia della spesa e delle tasse che si afferma sotto le spoglie di un nuovo leader? Per niente. Allora una destra dell’ordine che trova un capo giovane e presentabile? Tutt’altro.

Macron è quel 30/40 per cento di elettorato, paese e gente (c’è in ogni nazione, Italia compresa) che non sta né con gli anti sistema né con la destra rifascisteggiante (così è anche se così non si dice) né con le sinistre del tassa e spendi (oramai spendi non più in favore degli operai ma di fatto in favore delle burocrazie e lobby, spendi non più per la retribuzione ma per  una sorta di rendita d’assistenza).

Questo 30/40 per cento della popolazione e dell’elettorato ha saputo e voluto riconoscersi o comunque provarci con un uomo nuovo, fuori dai parametri della politica francese. Nuovo ma non inesperto, nuovo ma in Italia Macron sarebbe stato bollato come uno delle peggiori “caste”: la finanza, l’università…I francesi questo lo sapevano ma (ed è qui una prima grande diversità tra la loro opinione pubblica e la nostra, tra la loro cultura della cosa pubblica e la nostra) in Francia l’incompetenza non è virtù civile come da noi.

Quindi 30/40 per cento dell’elettorato che vota Macron e capacità di Macron di far votare per un partito nuovo, che non esisteva. E qui sta forse una delle chiavi del successo. L’altra, tutta politica, sta nell’aver messo all’angolo, anzi agli opposti angoli il 20 per cento di francesi che vota la destra sovranista, anti Europa e anti immigrati e figlia di Vichy e Petain e il 15 per cento dei francesi che vota per Melenchon, riedizione contemporanea del Pcf, il più tetragono (e ottuso) dei partirti comunisti d’Europa (fino a che è durato, dura ancora ma è una minuzia residuale).

Da quell’angolo, da quegli angoli politici chiamati tradizionalmente estrema sinistra ed estrema destra (in Italia per capirci Salvini, Meloni, Bersani, Sinistra Italiana e anche Pisapia) Macron non li ha fatti più uscire e lì li h inchiodati perché a prendere i voti del centro della società ci ha pensato lui. Macron ha preso i voti del Partito socialista francese (il Pd italiano?) letteralmente prosciugandolo (aveva 300 parlamentari, ne avrà firse 30). Macron ha preso parte dei voti dei gollisti francesi (Forza Italia italiana?) che restano al 20 per cento circa ma calano pur beneficiando del crollo della Le Pen che scende sotto il 14 per cento.

Macron ha quindi compattato, mobilitato e convinto il centro della società che…si può fare. Si può fare difendersi e cambiare nello stesso tempo. Con Macron e attorno a Macron la Francia smonta il suo sistema politico e riparte, riprova, letteralmente rinasce. Processo politico e sociale aiutato da una legge elettorale che lo consente: il doppio turno dove al primo si vota per il più vicino alle tue idee e al secondo eventualmente per il meno lontano. Doppio turno che dà a chi ha la maggioranza relativa dei voti la maggioranza assoluta dei seggi in Parlamento. Doppio turno che esclude quasi per definizione i governi di coalizione, quelli che spesso impropriamente in Italia chiamiamo sempre e comunque inciuci.

Il doppio turno di collegio, il ballottaggio a due o a tre o comunque solo per chi supera una certa percentuale di voti ottenuti al primo, il premio in seggi ad una soglia credibile, ogni forma di maggioritario che consenta di avere un governo, anzi una società intera, non di spartizione il popolo italiani li ha rifiutati e respinti a grande maggioranza il 4 dicembre 2016. Che ne fosse consapevole o meno l’elettorato che votava contro Renzi votava anche per la proporzionale, intesa sia come legge elettorale sia come legge di sopravvivenza del ceto politico, sia come legge appunto di spartizione sociale e universale. Il proporzionale…cioè un tavolo per tutti e per tutto dove tutti si siedono e qualcosa c’è, in proporzione per tutti.

Questa cultura, questa interpretazione ampia, questo valore, uso e costume del “proporzionale” è stata la scelta del referendum. Da lì (ovviamente anche prima ma lì l’accelerazione e l’ineluttabilità) quella che Giovanni Orsina su La Stampa definisce la “dissoluzione terminale” del sistema politico italiano. Dissoluzione terminale: quando si voterà, sistema tedesco o le due leggi esistenti di risulta dopo taglio da forbici di Corte Costituzionale, si voterà con metodo proporzionale. E quindi nessuna governabilità vera sarà praticabile perché in Italia vigono due tabù. Il primo: M5S non si allea con nessuno. Il secondo: la sinistra, se è vera sinistra, non fa accordi con Berlusconi. Proporzionale più questi due tabù fanno appunto dissoluzione terminale del sistema politico.

La prova, la piccola ma inconfutabile controprova, viene dalle comunali appena votate. Una legge elettorale che prevede il ballottaggio consente sia pure nell’infinita palude di sigle e liste di avere tra 15 giorni sindaci e maggioranze. Una legge elettorale col doppio turno consente al centro destra di unirsi e andare molto meglio del previsto, alla sinistra di mascherare la sua divisione (ma la pagherà al secondo turno) e ricorda a M5S che gli italiani lo amano molto quando si tratta di affidargli al loro protesta e rabbia, meno quando si tratta di affidargli le chiavi di casa.

Ma quando si voterà per le politiche non ci sarà nessuna legge del genere, ci sarà la proporzionale. E ci saranno quelli che giustamente Orsina chiama “leader residuali”. Residuali per diverse vie e motivi sia Berlusconi che Renzi, entrambi purtroppo o per fortuna ma comunque di fatto non proponibili come guida a quel 30/40 per cento di italiani che un po’ somigliano al 30/40 per cento dei francesi che stanno con Macron.

Leader residuali Berlusconi e Renzi, leader improponibili Salvini o Di Maio. E buona parte di quel 30/40 per cento italiano cugino del 30/40 per cento francese che sta con Macron ingabbiato dentro il voto al Pd e altra parte priva del coraggio civile di svincolarsi da un voto Forza Italia e una legge elettorale proporzionale che punisce chi ci provasse in Italia a fare come Macron.

Con molto senno di poi Renzi due-tre anni fa invece di scalare e tenersi il Pd avrebbe forse dovuto liberarsi del Pd e liberare il Pd da se stesso, comprendere che il Pd diventava gabbia e che era il caso di tentare un En Marche italiano ancora prima di quello francese. Ma forse no, forse En Marche italiano avrebbe fatto due passi e poi sarebbe ruzzolato sgambettato dallo stesso elettorato, dalla stessa volontà popolare. Perché Italia e Francia sono lontanissime non solo nel sistema politico, nelle leggi elettorali, nel ceto dirigente…a separarle e di molto c’è una storia di secoli. Storia nella quale in Francia hanno elaborato e costruito e perfino usurato il concetto di cittadino e cittadinanza, qui da noi ancora a stragrande maggioranza ci chiediamo se sia roba che si mangia.

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