Lucio Fero

Lauree facili, tardive, inutili. L’Università che ci piace e ci fa comodo

Lauree facili, tardive, inutili. L'Università che ci piace e ci fa comodo

Lauree facili, tardive, inutili. L’Università che ci piace e ci fa comodo (foto d’archivio Ansa)

ROMA – Lauree facili, tardive, inutili. E’ questo il bilancio Ocse presentato alla Luiss relativo all’operato e all’uso e al prodotto finale dell’istruzione universitaria italiana.

In realtà lo studio Ocse dei tre aggettivi che caratterizzano gran parte delle lauree che si conseguono in Italia uno non lo pronuncia. Non dice lo studio lauree facili. Lo dice la realtà, lo dice la preparazione bassissima e le competenze praticamente inesistenti acquisite da chi consegue una triennale, lo dice l’inadeguatezza non solo al mercato del lavoro ma anche alla comprensione di concetti e testi non elementari di molti che in tasca hanno una qualche laurea.

Di certo sono lauree tardive: in media in Italia la laurea si consegue a 25 anni di età. Poiché la scuola secondaria superiore finisce o dovrebbe finire a 18 anni e poiché la maggior parte dei corsi di laurea prevede una durata di quattro anni e poiché ineluttabilmente 18 più 4 fa 22, ci sono in media tre anni di troppo per laurearsi. Una sorta di fuori corso standard abbondante. E stiamo parlando di media statistica, quindi stante i molti che finiscono l’Università a 22/23 anni ce n’è pletora che si trascina e strascina fino ai 28/30 di anni lacrimando su inesistente Università difficile.

Lauree inutili. Non perché sbilanciate quelle italiane dalla parte delle lauree umanistiche, niente meno che il 39 per cento del totale nel 2.015. Lo sbilancio quantitativo a favore delle scienze umane è una consolidata caratteristica degli studi universitari italiani e quindi delle lauree conseguite. Poca cultura scientifica nella società, pochi in proporzione che si laureano in studi scientifici e tecnici. Contribuisce poi allo sbilancio antica e persistente spinta alle studentesse perché prendano una laurea per insegnare. Lo sbilancio c’era anche decenni fa.

C’è ancora, persiste e soprattutto peggiora. Perché una cosa è una laurea in filosofia o lettere antiche che avrà pochi diretti sbocchi lavorativi (diretti no, ma persone e personalità così formate le aziende non le respingono, anzi). Altra cosa è la cosiddetta (non si può che dire cosiddetta, altri aggettivi sarebbero più appropriati) laurea in scienza delle comunicazioni o denominazioni varie del giornalismo, comunicazione e affini. Giornalismo, comunicazione e affini: attività che richiedono competenze tecniche e tecnicalità di base acquisibili da chiunque dotato di senno in un semestre al massimo di misto teoria-pratica. Farci sopra un corso quadriennale è impostura culturale che non diventa tale solo perché la platea dei dottorandi in …nulla è felicemente consenziente a laurearsi in appunto nulla.

Queste lauree non sono solo inutili perché le aziende editoriali pensionano molto più che assumere giornalisti. Sono inutili perché creano degli instabili sociali: convinti di essere risorsa umana specializzata e invece di fatto risultando mano d’opera senza competenza alcuna. Tanto meno quella linguistica. E non vi è nulla di meno guaribile di una percezione falsata di ciò di cui si ha diritto rispetto alla propria capacità e preparazione. Lauree così e soprattutto i loro danni li si ritrovano con evidenza ad esempio nel nuovo ceto politico. La triennale o quella in scienza della comunicazione sono quasi i tratti identitari di una montante antropologia sociale. La si può vedere ben presente e rappresenta in pòarlamento e in televisione, nei partiti e nei talk show. Ad essa appartengono a pieno titolo aspiranti presidenti del Consiglio e scalpitanti conduttori di format di seconda serata…

Lauree facili, tardive, inutili. Ma prima di assegnare colpe, uno sguardo allo specchio. E’ questa l’Università che ci piace e ci fa comodo. La vogliono così gli studenti democratici e di sinistra che non vogliono numero chiuso, barriere. La vogliono aperta a tutti l’Università. Che poi sia vuota loro non importa, l’importante sia aperta. Singolare ma diffuso modo di interpretare il diritto allo studio per tutti (il che era democratico e di sinistra) azzerandolo per tutti (il che è corporativo e di sinistra mica tanto).

La vogliono così l’Università le famiglie degli studenti contente che un “pezzo di carta arrivi” alla fine prima o poi. Sono le famiglie che hanno vigilato dalle elementari perché maestre e prof piallassero tutto e tutti e mai vi fossero ostacolo, selezione, merito. Continuano con coerenza.

La vogliono così l’Università i baroni che la governano e i precari che vi stanno attaccato come cozze, anche alla loro precarietà. La vogliono così i sindacati per cui l’immobilità di ogni cosa è la suprema legge e l’infinita divinità. La vogliono così i politici peraltro talmente incompetenti in materia da non sapere cosa altro volere neanche se volessero.

La vuole così l’Università che abbiamo la gente, opinione pubblica od elettorato come lo si voglia chiamare. Provate a proporre sul serio alla gente lauree difficili, veloci, utili. Cioè corsi ed esami che fanno selezione, penalizzazione per i fuori corso, valorizzazione e diffusione del pensiero scientifico e vedrete cosa risponderà il paese dei ricorsi al Tar se c’è una bocciatura a scuola, dell’Università aperta a tutti, dei no vax coccolati da mezza  politica e della scienza che è o imbroglio o affare ai danni della gente secondo comune sentimento popolare.

 

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