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Libia, la guerra inventata, quella possibile, quella segreta

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ROMA – Libia, nella testa, occhi e orecchie degli italiani ci son tre guerre. Una è inventata e però è la protagonista in televisione, sui giornali e in Parlamento. L’altra è quella possibile ma, appunto perché possibile, ancora non c’è nella realtà. La terza è la guerra segreta, che c’è, ed è giustamente e sanamente segreta.

La guerra inventata. Inventata perché impossibile. Se invece che seguir le interviste di Renzi o gli allarmi di Brunetta o i moniti di Berlusconi o i mamma mia di Di Maio o gli “io so ciò che non si sa” di Grillo, se invece di appendersi alle frasi dell’ambasciatore americano, se invece che scrutare come entomologi al microscopio le dichiarazioni del ministro Pinotti o Gentiloni…Se invece di giocare a Risiko (sì, questa l’ha detta Renzi ma è buona lo stesso) si adottasse un minimo, minimo per carità, criterio, vaglio e setaccio di plausibilità. Se senza essere particolarmente esperti o informati di cose militari ci si fermasse un momento a considerare la geografia e le proporzioni…

La Libia non la invadi, tanto meno la controlli, con cinquemila soldati e neanche con diecimila. Qualcuno vuole avere la bontà di ricordare al consistenza dei contingenti militari che andarono in Afghanistan o in Iraq? Centinaia di migliaia di uomini, eppure non bastarono. Quindi, chiunque lo sussurri o chiunque se ne riempia la bocca, un piano, il “piano” dei cinquemila italiani a sbarcare per prendersi la Libia è semplicemente una balla, una balla perché impossibile. Così come è impossibile, impensabile che un qualunque esercito europeo assegni a se stesso il compito di prendere e tenere la Libia. Questa è la guerra inventata, l’unica peraltro di cui si parla.

Poi c’è la guerra possibile, e non è, non sarebbe una gran fatica parlarne. Anche perché molto è ovvio e tanto è stato pubblicato. Una cerniera navale nel Golfo di Libia, un presidio delle installazioni petrolifere in mare. Se richiesti da un governo libico e se assistiti da una forza armata libica, il presidio e la protezione di un aeroporto, di un terminale petrolifero. E gli uomini e i mezzi per l’autodifesa di questi presidi. Questo e non altro vuol dire i cinquemila.

Terza, la guerra segreta. Giustamente segreta. Fatta di azioni mirate di corpi speciali. Di colpisci e sparisci. Di droni e incursori. La guerra che non può che essere segreta perché non puoi dibattere in Parlamento o in televisione dell’obiettivo che andrai a colpire, che fai glielo telefoni? E non può che essere segreta perché le opinioni pubbliche preferiscono, anzi non vogliono sapere. Vogliamo essere difesi, anche militarmente, ma in segreto per carità.


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