Lucio Fero

Musei, Tar Lazio boccia direttori stranieri: funzionano e, orrore, usano Skype

Musei: Uffizi, si cambia arriva un tedesco
Musei: Uffizi, si cambia arriva un tedesco

Musei: Uffizi, si cambia arriva un tedesco

ROMA – Musei e parchi museali italiani, una delle maggiori ricchezze del paese e storicamente una delle risorse culturali ed economiche meno valorizzate e messe a frutto dalla Pubblica Amministrazione che dovrebbe governarla e invece ama custodire il suo abbandono. Un paio di anni fa il governo ebbe un’idea che, alla luce della recente sentenza del Tar del Lazio, aveva l’inguaribile difetto di essere ottima. Il governo infatti realizzò un bando per direttori dei Musei italiani esteso anche agli stranieri. Insomma, si cercano direttori bravi e competenti senza limiti di frontiere.

Ci fu il bando e arrivarono direttori stranieri, ben sette. Recentemente su tutti i quotidiani (tema ripreso anche da Blitz) è stato tracciato il bilancio della loro attività: aumento rilevante dei visitatori, degli incassi, delle iniziative, del prestigio dei Musei loro affidati. Insomma i direttori stranieri funzionavano, funzionano eccome. Sollecitata da tale pubblico scandalo la magistratura amministrativa del nostro paese ha deciso che era ora di correre ai ripari e ha sentenziato che no, mica si può fare, non vale: il direttore di un Museo italiano mica può essere straniero.

Poggiando la sua ineffabile leva su immancabili ricorsi di coloro che avevano partecipato ma non vinto il bando (in Italia chiunque perde qualcosa o comunque arriva secondo e non primo fa ricorso al Tar, dopo sei scudetti di fila alla Juventus c’è da attendersi un ricorso al Tar dovesse profilarsi anche il settimo), il Tar del Lazio ha con la sua comprovata sapienza smontato la legittimità della forma e quindi la sostanza di una innovazione, riforma, atto di governo, di saggezza, cultura e buon senso che funzionavano.

Occhiuto il Tar ha scrutato e ha visto che durante i colloqui con i candidati direttori qualche volta, orrore, si è ricorsi ad una comunicazione via Skype. E,  guarda caso, per parlare con i candidati fuori dai confini. Circostanza secondo il Tar sospetta e comunque invalidante della procedura. Vale la pena di informare che Skype si usa anche per parlarsi città su città e che diffidare del mezzo è come annullare un concorso perché ci si è iscritti via email e non con il fax.

Ma lo sanno al Tar cosa è Skipe e cosa è la comunicazione al tempo di Internet. Lo sanno, fanno finta di essere nell’Ottocento, massimo Novecento per dirla alla Troisi. Fanno i finti obsoleti là al Tar per arrivare a quel che interessa davvero e sta davvero a cuore alla magistratura amministrativa di questo paese, alla cultura che la anima, alla professionalità e professione che incarna: tenere fermi, immobili, garantiti e protetti nella loro staticità il paese, l’amministrazione, la società, le carriere, i ruoli, le competenze, le ripartizioni…tutto.

I direttori dei Musei stranieri hanno peccato due volte contro il paese immobile e le innumeri caste che lo vogliono immobile. Primo peccato, sono stranieri. Peccato grave ma in fondo espiabile. Secondo e imperdonabile peccato: sono stati bravi nel loro lavoro, hanno funzionato, hanno fatto e fanno bene. E questo no, questo proprio non si tollera come da sentenza Tar.

Tar che stavolta abbina alla tradizionale funzione di soddisfare il bisogno nazionale di “rifare la conta” (in qualunque campo l’Italia adulta ripropone la reazione infantile del rifare la conta quando la conta non ha premiato chi chiede di rifarla) anche quella più impegnativa e seria di dare voce e rendere giustizia all’Italia che si fa male da sola e va fiera di questo inalienabile diritto acquisito.

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