Lucio Fero

Niccolò Ciatti. Erano 300, italiani. Ed erano 300 vigliacchi

Niccolò Ciatti. Erano 300, italiani. Ed erano 300 vigliacchi

Niccolò Ciatti. Erano 300, italiani. Ed erano 300 vigliacchi

ROMA – Niccolò Ciatti, erano 300 quelli che disposti su due ordinate file fanno ala e pubblico al suo omicidio. Erano 300 quelli che il video registrato dalle telecamere inquadra in sequenza, ordinati in lunghe file, come ai botteghini di uno spettacolo. Erano 300, circa, almeno, più o meno. Ed erano in gran parte italiani. Come ha poi raccontato uno egli amici di Niccolò che era lì con lui quella alla discoteca, almeno su quel piano della maxi discoteca, era “una serata italiana”.

Non hanno fatto nulla per fermare il pestaggio e l’omicidio. Nulla, non un passo o un gesto. E questo si vede, di questo si è scritto e detto. Si è detto che sono rimasti lì, impotenti. E si è giustamente detto e scritto anche che altro che impotenti.

Potevano, si è scritto, ma per scelta più o meno conscia la loro “naturale” reazione è stata impugnare uno smartphone e inquadrare, ritrarre la scena. Restando immobili a filmare. Filmare, si è visto e scritto, è stata la misura della loro umanità. E infatti, ordinati e compatti, filmano. Filmano prima ancora che guardare. Filmare più che guardare, è stato scritto, è la nuova cifra antropologica.

E’ stato poi visto e giustamente scritto che stanno tutti, disposti su due ali, a formare il geometricamente perfetto stadio e spalto. Stanno lì a guardare l’omicidio in diretta stando a due metri: non troppo lontano perché possano non vedere da vicino, non troppo vicino perché possano essere toccati d quanto accade.

I 300 o giù di lì sono la folla che si ferma sul ciglio della strada ad osservare l’incidente stradale e , possibilmente, anche i feriti e i morti se sono ancora sull’asfalto? No, non sono questa comunissima vertigine dell’animo umano. Non illudiamoci, quei trecento sono un’altra cosa.

Sono quei 300, è stato scritto, il prodotto, il risultato, l’esemplificazione del contemporaneo modo di percepire il reale e di fruire dell’esperienza empirica. Un reale che è sempre mediato dal comunicato, oramai quasi mai vissuto direttamente (vedi turisti o tifosi che non guardano il Gran Canyon o il gol con gli occhi ma solo attraverso l’obiettivo). Di qui la capacità di percepire il reale (il pestaggio mortale) solo come spettacolo e solo come spettatori. Può darsi, forse, anche. Ma non facciamola troppo complessa e difficile.

Quei 300 giovani italiani che si dispongono in ordinate e immobile file di spettatori mentre ammazzano uno di loro a calci e pugni, quei 300 giovani italiani che impugnano il telefonino mentre uno di loro è a terra e sta per ricevere il colpo mortale, quei 300 giovani italiani che si danno una barriera immaginaria che impedisce loro di varcare la distanza di due metri dal macello di uno di loro, quei 300 che non fanno un passo, che non sentono dentro di loro nulla che li obblighi e irresistibilmente li spinga a mettersi in mezzo sono soprattutto e semplicemente 300 vigliacchi.

Da dove nasca e in quali radici affondi la loro viltà, se sia particolarmente coltivata e irrorata oggi come o più di ieri è interessante questione sociologica e culturale. Interessante, ma non dirimente questione. Non ci sono ceceno esperti di arti marziali che tengano o ideologia e prassi dello smartphone o fenomenologia della conoscenza via social che facciano da convincenti alibi.

In 300, se massacrano di botte uno dei tuoi, se ci mettono più di dieci secondi a farlo, se in 300 si ha il tempo di mettersi in fila e cerchio a guardare, se non ci si mette in mezzo in 300 contro tre, allora si è vigliacchi. Chiunque sia stato adolescente e giovane, chiunque abbia visto o sia stato coinvolto in una lite, in una rissa lo sa che è così e non altrimenti. Non raccontiamici bugie: quei 300 erano giovani italiani, ed eran vigliacchi.

 

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