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Pd, le radici dell’odio. Quasi una lotta di classe

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ROMA – Pd, c’è odio dentro questo partito. Odio di iscritti, simpatizzanti, militanti, perfino votanti questo partito contro altri iscritti, simpatizzanti, militanti, perfino votanti. Odio, è questa la parola giusta, a misura di quel che provano. Non avversione, dissenso, contrasto, scontro e neppure la disistima basta. No, è odio. E’ questo che scorre tra Massimo D’Alema e Matteo Renzi, tra Pier Luigi Bersani e Luca Lotti, tra quella che a fatica accetta di essere chiamata la minoranza e invece rivendica di essere la sola vera anima e natura del Pd traviata e stuprata dagli impostori al comando e quella che è la maggioranza ed è pienamente certa che gli altri sono solo dei sabotatori orma mal travestiti da compagni con idee diverse.

Quando, di chiunque siano le responsabilità, una parte di un partito politico si augura come sommo bene la sconfitta elettorale del partito perché da questa “distruzione eccellente” possa partire la defenestrazione del despota…

Quando, di chiunque siano le responsabilità, ogni gesto, mossa, pensiero e azione dell’altro non è errore, omissione, opinabile scelta ma disgrazia collettiva, sciagura, rovina…

Quando l’esplicito e reciproco augurio, proponimento, progetto e sogno è la cancellazione, la sparizione politica dell’altro perché verità, giustizia e dignità possano sopravvivere…

Quando tutto questo c’è è odio, odio politico. E tutto questo c’è tra il partito di Renzi e quello di Bersani/D’Alema.

Odio le cui radici è vano cercare nel campo della politica raccontata, visibile, mostrata, narrata e commentata.

Lo “Scandalo Verdini” è fiction: chi oggi lo denuncia come intollerabile ha fatto governi e leggi finanziarie con Berlusconi e tutto il suo partito. Governi e finanziarie, altro che leggi sulle Unioni Civili o riforme del Senato.

Il “Tradimento dell’Ulivo” è fiction se denunciato da chi ha affossato due volte due i governi dell’Ulivo. Per ritrovare quell’ Eden perduto allearsi oggi con chi lo ha avversato, svuotato, abbattuto?

Le “leggi di destra”, Job Act e Italicum erano nel programma del Lingotto, quando il Pd era Veltroni e nessuno dissentiva, tanto meno inorridiva di fronte a tesi congressuali che volevano un Pd riformista, riformista nel senso di cambiare i connotati, almeno alcuni, al sistema.

No, non sono qui le vere radici dell’odio, anche se ognuna di queste “fiction” narra con efficacia l’odio.

Allora in notazioni come quella di Emanuele Macaluso che lega lo “intollerabile gruppetto di arroganti alla guida del Pd” pronunciato da Massimo D’Alema al giorno in cui Matteo Renzi scelse la Mogherini all’incarico per cui D’Alema si sentiva perfetto? Certo, la storia, anzi la spuma della storia, è fatta anche dalle increspature dei rancori, degli umori. Matteo Renzi è un provocatore di cattivi umori altrui, perfino parte non piccola del suo elettorato, potenziale o no, lo trova teatrante spudorato. Ma questa è appunto spuma della storia profonda, la radici dell’odio non sono nelle pozzanghere dell’animo umano, anche quando queste sono nere.

L’odio nasce da una storia vera che è la storia del paese e della sinistra. Dal dopo guerra fino all’inizio degli anni ’80 la sinistra, segnatamente il Pci, rappresentò e difese il lavoro salariato, quello che in fabbrica e nei campi contribuiva alla creazione della ricchezza nazionale molto più di quanto non ricevesse in termini di reddito e diritti. Da rilevare, per chi non lo ricordasse, come nei decenni ’50 e ’60 e ancora all’inizio degli anni ’70 il pubblico impiego fosse bacino del voto democristiano se non di destra.

Poi l’Italia sociale comincia a cambiare i connotati, diventa l’Italia della spesa pubblica. Crescono i gruppi e gli interi ceti sociali che trovano status e reddito nella spesa pubblica. E progressivamente la sinistra assume la rappresentanza maggioritaria di questi gruppi. Parallelamente, prima in forma episodica poi costante, i lavoratori salariata dell’impresa privata o i disoccupati cominciano a votare per Berlusconi, Bossi, oggi Salvini e Grillo.

Così la sinistra, che resta nei testi e nei programmi riformista (del fisco, della Pubblica Amministrazione, del mercato del lavoro, della giustizia) si trova sempre più ad avere una base, una “costituente” elettorale che riformista non è per nulla. Anzi teme il cambio delle cose esistenti come la peggior iattura (il pubblico impiego, il personale della scuola, i dipendenti pubblici dei governi ed enti locali). Questa contraddizione viene contenuta, tappata, rimossa, talvolta risolta per lungo tempo dal ruolo di contenimento-distribuzione svolto dai sindacati.

E soprattutto viene, si fa per dire risolta, dalla sinistra con l’elaborazione di una ideologia: quella del ruolo e natura della sinistra come erogatrice e appunto distributrice della pubblica risorsa. E’ pura ideologia (il termine non contiene accezione negativa, è solo tecnico) che per essere tale ha bisogno di un’opera di amputazione-rimozione anche rispetto alla dottrina classica della sinistra. Questa, comunque la si voglia denominare, nel secolo scorso si poneva il problema di chi e come produce la ricchezza, non solo quello del dove si alloca la ricchezza e come la si fa scorrere sul territorio sociale.

Ma l’Italia, dopo aver prodotto molta ricchezza per il trentennio 45/75, comincia a veder calare la sua produttività e in parallelo aumentare il suo debito pubblico. La sinistra elabora dunque ideologia coerente alla realtà che non intende in alcun modo modificare. O, se lo intende, non può. Perché a fermarle la mano non sono tanto le destre quanto i suoi stessi elettori.

Quindi, coerentemente, la sinistra cresce un modello di militanza e di adesione che si basa sull’assunto ideologico per cui ogni spesa pubblica è santa e giusta e ogni tassa che la paghi è necessaria. Finendo per allevare un intero ceto di amministratori e politici che a questo dogma sinceramente credono. E finendo quindi per assumere la rappresentanza dei gruppi sociali indifferenti alla produttività, alla competizione, alla produzione stessa di ricchezza.

Quando arriva Renzi questi gruppi sociali avvertono una minaccia. Una minaccia che, niente meno, viene da dentro. Di fatto Renzi non fa molto, la spesa pubblica resta quella che era prima della crisi 2007/2008. Ma Renzi dice, da dentro casa, che aumentare sempre la spesa pubblica non è il socialismo. Dice che i lavoratori precari per dargli un lavoro occorre rendere più facile assumerli nella casa di chi da decenni predica e gestisce la lista d’attesa, quella per cui il sano destino del precario è attendere che poi un giorno arriverà la posizione, magari privilegiata e insostenibile, che il suo predecessore si era procurato.

Gruppi sociali interi, quelli del “perché a me non tocca quello che ha avuto lui?”, quelli delle “piante organiche” nella Pubblica Amministrazione innaffiate e colte dai sindacati, quelli delle “risorse per il territorio”…si sentono minacciati e gridano alla “macelleria sociale”. Che magari qua e là in Italia c’è ma non riguarda certo loro. Il fatto è che questi ceti si sentono minacciati in casa.

E allora anche qui soccorre un’ideologia. Spesso sono rispettabile e coerente gente che si sente di sinistra. E sinistra vuole dire valori, interesse pubblico, ragione e ragione della Storia, storia giusta. Quindi non la possono vivere come fisiologico contrasto di interessi tra ceti sociali. Per metabolizzarla devono narrarla soprattutto a se stessi come tradimento, come invasione aliena di casa propria, di Renzi come Berlusconi.

Le radici dell’odio sono alla fine e al fondo in qualcosa che, mutato il secolo, ha qualche fattezza della lotta di classe. Diciamo di ceto, per non esagerare. Lotta di ceti contrapposti dentro lo stesso partito. Dentro lo stesso partito chi prova a tentoni a rappresentare i ceti produttivi, salariati e non, benestanti e non, e chi rappresenta da tempo e con efficacia i ceti della condizione acquisita a prescindere dalla produttività, salariati e non, benestanti e non. Dentro uno stesso partito tra queste due entità esiziali l’una all’altra, qualunque siano i cognomi in ballo, non vi può che essere odio. Eccole le radici.