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Pensione, vuoi andarci prima dei 66? Se hai 64 anni puoi

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ROMA – Pensione, andare in pensione, prendere la pensione: un traguardo, una speranza, un obiettivo, talvolta perfino un’ossessione. Oggi la legge Fornero consente di pensionarsi a 66 e passa anni di età, presto il limite salirà di fatto a 67. E’ una legge odiatissima perché prima della Fornero ci si andava di fatto  a 59/60 anni di età. Legge odiatissima perché obbliga a lavorare anni in più. Legge senza la quale probabilmente se non sicuramente in tempi rapidi per le pensioni non ci sarebbero stati più soldi: con un paese che invecchia (età media a 45 anni) e si riempie di anziani, l’età pensionabile  60 anni equivale a scegliere di tenere in pensione non un terzo dei cittadini come oggi ma addirittura la metà.

Ma resta la gran voglia, talvolta la necessità di andare in pensione prima dei 66 e passa anni. Bene, dal 2017 chi vuole farlo o chi è costretto a farlo potrà andarci prima del tempo anagrafico. I nati fino al 1953, quindi quelli che avranno 64 anni di età potranno pensionarsi e prendere a fine mese l’assegno pensionistico. Chi glielo paga? Le assicurazioni o le banche, con la garanzia dello Stato. Si potrà andare in pensione prima prendendo l’assegno per gli anni di anticipo in forma di prestito da banche e assicurazioni.

Già, ma banche e assicurazioni non sono opere pie e non fanno beneficenza. Se prestano, vogliono garanzie e interessi. La garanzia la mette lo Stato, anzi l’Inps: se il pensionato diventato tale a tutto titolo non restituisce il prestito in rate ventennali è l’Inps che copre il rischio. E gli interessi sul prestito chi li paga?

Nessun pensionando che sia disoccupato per aver perso il lavoro o aver esaurito cassa integrazioni, mobilità etc…Se un ex lavoratore è tale non per sua scelta, se è un soggetto “debole” sul mercato del lavoro, gli interessi sul prestito che gli fanno le banche o le assicurazioni li paga lo Stato. Il cosiddetto “esodato” non per sua scelta, quello che si trova ad affogare nel guado tra lavoro che non c’è più e pensione che non c’è ancora va in pensione due/tre anni prima e non paga pegno.

Se invece il lavoratore volontariamente sceglie di lasciare il lavoro ce ha ancora e va in pensione prima, il prestito che riceve se lo paga di tasca sua. Calcoli provvisori alla mano, andare in pensione a 64 anni invece che a 67 tramite un prestito che ti paga appunto l’assegno a fine mese costerà da zero a quindici per cento della pensione potenziale. Dipenderà dalla condizione sociale ed economica di chi vuole andarci prima. Non sarà uguale per tutti perché non è certo uguale la condizione di chi perde il lavoro e di chi il lavoro lo lascia.

Dovendo solo coprire i rischi e gli interessi sul prestito per chi anticipa in condizioni obbligate (gli altri la libertà di andare in pensione prima la ottengono ma se la pagano) lo Stato conta di metterci 600 milioni, massimo un miliardo. E così i conti della Previdenza non sballano, avesse pagato tutto l’Inps sarebbero stati dieci miliardi introvabili e perfino ingiusto trovarli a danno di altri per pagare non solo la necessità ma anche la voglia di pensione anticipata.

Non ci sono penalizzazioni sull’importo della pensione, quella che era resta. La somma che costituisce gli anni di anticipo il lavoratore pensionando la ottiene in prestito ce in parte restituisce, non c’è taglio all’importo della pensione. Un sistema che la donna della Cgil ha detto “ni” che somiglia tanto a un sì. Per la prima volta da anni Susanna Camusso ha detto che va quasi bene, niente penalizzazioni, niente tagli, libertà di scelta, sussidio pubblico a chi è obbligato in quanto disoccupato, pensione a 64 anni a chi non può farne a meno e/o a chi lo sconto sugli anni se o paga come facesse un mutuo per la casa.

Un meccanismo razionale, coerente, calibrato, equo. Nei limiti del possibile una risposta concreta e utile a un bisogno e a una domanda sociale. Vuoi scommettere che qualcuno dirà che è complotto e regalo alle banche e alla finanza? Scommessa vinta