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Pensioni reversibilità coppie di fatto: ma omo sì, etero no

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ROMA – Pensione di reversibilità, cioè quando il titolare del trattamento pensionistico muore e una parte più o meno grande dell’assegno che percepiva va al partner superstite o ai parenti più prossimi, insomma il marito/moglie o i figli. Per avere diritto alla pensione di reversibilità occorre essere sposati, ovviamente sia con rito civile che religioso. Alle coppie di fatto oggi la pensione di reversibilità non viene riconosciuta.

Oggi, ma domani, presto ci saranno le Unioni Civili, cioè le coppie di fatto finalmente riconosciute dalla legge. Coppie di fatto in cui il partner potrà legalmente assistere l’altro/a in ospedale, in materia di cure mediche, in tema di ereditarietà, nel subentro in contratti di affitto…Insomma le Unioni Civili fanno finalmente e giustamente dei partner in unioni di fatto dei parenti tra loro. Tra loro e anche di fronte alla legge.

Dunque anche la pensione di reversibilità? Dunque sì, anzi no. Nella legge che si va a votare così come è adesso la pensione di reversibilità c’è per le coppie di fatto omosessuali. Non c’è per le coppie di fatto eterosessuali. La discriminazione alla rovescia viene spiegata e motivata con due argomenti. Primo: gli eterosessuali possono sempre contrarre matrimonio e così accedere alla pensione di reversibilità. Mentre alle unioni omosessuali la legge non riconosce status giuridico equivalente al matrimonio.

Secondo e forse più sostanzioso argomento: le coppie di fatto omosessuali sono oggi censite a quota settemila. Forse nella realtà saranno di più e saranno destinate a crescere una volta legali. Ma anche a volerle moltiplicare per dieci (il che è eccesso statistico) si arriva a settantamila coppie. Quindi una cifra tra settemila e settantamila pensioni di reversibilità potenzialmente da pagare da parte dell’Inps o meglio delle casse pubbliche.

Le coppie di fatto eterosessuali invece con più precisione vengono stimate a quota un milione e mezzo. Vero è che molte di queste “evolvono” verso il matrimonio, ma anche a volerle ridurre di un terzo sottraendo gli “sposandi” restano un milione di coppie di fatto eterosessuali, un milione di pensioni di reversibilità potenziali da pagare.

Come che sia valutabile in termini etici, costituzionali ed economici questa discrepanza (di fatto è il caso di dirlo) di trattamento tra soggetti in base alla diversa scelta , questa dello squilibrio quantitativo/qualitativo tra coppie di fatto omo ed eterosessuali è stato e resta fin dall’inizio il “baco” della legge Cirinnà.

In nome delle aspettative di settemila (settantamila?) coppie gay che fieramente la vogliono è stata introdotta la genitorialità come diritto prevalente. Insomma il diritto del partner gay ad adottare il figlio naturale del suo compagno/a. Sondaggi d’opinione e vicende politiche dicono in maniera netta e inequivocabile che questa genitorialità diritto prevalente non è riconosciuta come tale dalla maggioranza della pubblica opinione e del Parlamento. Chi ha scritto la legge fin dalla prima riga e fin dal primo momento avrebbe dovuto saperlo e calcolarlo. Altrimenti è dilettantismo politico e legislativo.

La battaglia, gli agguati, i dubbi, i volta faccia e le speculazioni in nome dell’interesse di partito intorno e sulle aspettative di settemila coppie gay stanno tenendo di fatto in ostaggio e comunque in intollerabile ulteriore stand by le aspettative di un milione e mezzo di coppie di fatto eterosessuali. Settemila contro un milione e mezzo…l’interesse generale su cui si ricalca una buona legge non è solo e sempre un così evidente e mastodontico fatto aritmetico. Stavolta però pare proprio di sì: dare tutti i diritti di legge a un milione e mezzo e dare quasi tutti i diritti a settemila è buona e giusta legge quando l’alternativa è tenere tutti fuori dal perimetro di tutti i diritti.