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Renzi, ancora 55 giorni: conto alla rovescia per il governo

La foto di di Lucio Fero

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ROMA – Renzi, gli restano 55 giorni, solo 55 giorni da capo del governo di fatto e di diritto, solo 55 giorni se il 4 dicembre vince il No al referendum. E’ conto alla rovescia per il governo in carica, tra neanche due mesi può già essere un governo dimissionario e in carica per il “disbrigo degli affari correnti”. Se vince il No al referendum neanche due mesi per Renzi ancora leader.

Neanche due mesi, e poi tra 55 giorni con un No vincente al referendum l’Italia può archiviare anche Renzi.

Come ha fatto ai tempi con Bossi e Di Pietro, dovevano essere i prodotti e le nuove guide emerse dal terremoto Tangentopoli, durarono qualcosa, fecero quasi nulla, qualche danno, più d’uno, ballarono qualche stagione e ora sono pensionati della politica sostanzialmente dimenticati, spuma riassorbita su quella che doveva essere la grande onda dell’Italia onesta (?) che si disfaceva della Dc, del Psi, del Psdi, del Pli, del Pri. Doveva essere una grande rivoluzione, “rivoltare l’Italia come un calzino” come disse Camillo Davigo del Pool giudiziario della Procura di Milano. Gli italiani applaudivano ma poi fecero sapere in ogni modo, anche elettorale, che la grande rivoluzione doveva sì essere, ma a impatto zero. Ognuno si doveva tenere protezioni e status, insomma tutta questa voglia di cambiare i connotati al paese non c’era. Tangentopoli, Poool Milano, Bossi, Di Pietro…archiviati.

Archiviato poi perfino Berlusconi e la sua “rivoluzione liberale”. Disse Berlusconi scendendo dal cielo dei soldi a miracol mostrare alla politica, disse: arricchitevi! E non state tanto a badare alle regole e ai regolamenti, arricchitevi! E gli italiani dissero: bene, bravo, finalmente, nostro eroe. Ma per far funzionare la baracca, anche Berlusconi governando, gli italiani avrebbero dovuto imparare ad arricchirsi cambiando modo. Non più bassa produttività e tanto sindacato. Non più niente investimento di tasca propria e tutta imprenditoria intrecciata, incistata alla banca e poca o niente tecnologia e restiamo piccoli così comandiamo, non più banche che spalmavano soldi sul territorio degli amici, non più milioni e milioni di pensioni piccole magari ma facili facili da avere, non più esenzione fiscale per certe categorie e troppo tasse per altri, non più Pubblica Amministrazione pagata per i suoi difetti, non più rendite difese dalle corporazioni…Non vollero gli italiani cambiare modo di arricchirsi e poiché neanche Berlusconi fu capace del doppio miracolo di fare arricchire ancora un paese e una società che consideravano un diritto prezioso immobilità e arretratezza, Berlusconi fu archiviato.

Archiviato come Prodi che due volte provò a praticare il peccato mortale per la sinistra: governare. Decidere, scegliere, toccare qualche interesse, cambiare le cose, aggiornare il paese. Peccati mortali, bestemmie, oscenità, Prodi archiviato.

Ed ora può toccare, sta per toccare a Renzi di essere archiviato. In costante attitudine e disponibilità e coerenza con il rifiuto, la reazione di rigetto, che almeno dagli inizi degli anni ’90 (ma anche da prima) la maggioranza del paese e della società riservano ad ogni forma di riformismo reale. Sia nella versione, anzi nelle versioni di destra (tatcheriana o iper global), sia nelle versioni di sinistra (europeista, redistributrice di risorse ma avendo assunto il compito di produrre ricchezza) ogni riforma grande o piccola del sistema sociale è stata avversata, condannata, respinta, archiviata. Da circa trenta anni. E anche da prima. Le ultime riforme l’Italia le ha accettate e consentite negli anni ’70 del secolo scorso. Poi per un ventennio circa ha goduto i frutti di quelle riforme. Quindi ha deciso che era più comodo vivere di rendita, debito, protezione invece che di produzione, ricchezza, investimento.

Coerentemente quindi il paese annuncia nei sondaggi di voler archiviare anche l’ultimo tentativo, quello di Renzi. Renzi colpevole di aver voluto cambiare le regole del mondo del lavoro, di aver voluto cambiare lo stato delle cose nella scuola e nella Pubblica Amministrazione, di aver tentato di dare una forma diversa alle regole delle professioni e dell’impresa e della finanza. Prima ancora del giudizio sulla efficacia di questi tentati cambi, la gran parte del paese ha trovato intollerabile appunto il cambio.

Così è fatta l’Italia di donne, uomini, imprese, sindacati, lobby, partiti politici, blog sul web: gran corteo e assembramento e gran richiesta gridata di cambiare, cambiare, cambiare e insieme sdegnato e sdegnoso rifiuto di muovere una foglia, una virgola delle cose come stanno. Non è una novità, sono trenta anni e anche più. E infatti un brividino corre sotto pelle alla pubblica opinione nella sua parte più militante; dai, 55 giorni ancora e facciamo fuori anche Renzi. Così forse impareranno finalmente che la riforma la facciano a loro sorella e non all’Italia. Stanno infatti imparando tutti i partiti, sono quasi tutti per un ritorno alla legge elettorale proporzionale, quella che sì è una garanzia di governi riformisti neanche per immaginazione, neanche a parole.