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Roma e Lazio: quando tifo organizzato non merita campionato

La foto di di Lucio Fero

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ROMA – Roma e Lazio squadre di calcio giocano domenica alle 15 il loro derby, la partita tra due squadre della stessa città. Lo giocheranno in uno stadio da ottanta/novantamila posti che per l’occasione non ospiterà più di 20/30 mila spettatori. Gli altri, i “tifosi organizzati” della Roma a della Lazio si spargeranno raggruppati e organizzati in vari luoghi della città a guardarsela la partita ovunque e tutti insieme ma non allo stadio. Non è un episodio, è il culmine di una storia ormai lunga più di un anno.

Il “tifo organizzato” allo stadio a vedere la partita delle Roma e della Lazio non ci va. E boicotta chi ci va. Da più di un anno, non è una partita, è un campionato e passa che va così. Dice il “tifo organizzato” che lo fa per protesta, protesta contro la limitazione, niente meno, della libertà del tifoso.

Alle corte e alle strette non vogliono barriere e divisori nelle curve che considerano loro territorio. Vagheggiano  da molti mesi di libertà di movimento impedita e di libertà di scegliersi il posto a sedere coartata. In realtà non vogliono posti fissi per mantenere la libertà di non essere identificati a mezzo incrocio biglietto nominativo-telecamere. Questo almeno il motivo vero e consapevole di coloro che guidano la protesta e la mobilitazione anti stadio.

I più, come spesso capita, credono e vogliono credere di combattere una battaglia di principio. E il principio è: lo stadio è mio, allo stadio si fa come dico io, come diciamo noi e non come dice il Questore o chissà chi. In nome dell’assolutezza di questo principio da mesi e mesi il “tifo organizzato” di Roma e Lazio non accetta trattative, compromessi, non cerca e non vuole soluzioni. Vuole solo le barriere vengano abbattute come fosse il Muro di Berlino e che sulle loro metaforiche macerie si stampigli la legge dello stadio: “Qui comanda il tifo organizzato”.

“Tifo organizzato” che negli anni e anni che ha comandato e ha avuto totale potere sullo stadio lo ha trasformato in un luogo pericoloso e acido di umori. Rischio di una “puncicata” (lieve coltellata) all’afflusso o deflusso. Rischio lieve ma persistente, connaturato all’andata allo stadio. Spaccio e trionfo di prepotenza sulle gradinate: chi fa parte dei gruppi bene, gli altri obbediscano o sloggino. Meet-up ricorrente e rituale di incroci tra tifo organizzato e micro (anche media) criminalità organizzata. Sfoggio rituale di violenza ritualizzata, spesso neanche tanto ritualizzata.

E disprezzo, fastidio, boicottaggio di fatto al tifo, ai tifosi non organizzati, a quelli che vanno per vedere la partita, urlare, gioire, maledire, soffrire, esultare. Di questa gente di normali tifosi il “tifo organizzato” ha fatto negli anni quasi pulizia etnica allo stadio Olimpico di Roma. Dello stadio di calcio il “tifo organizzato” ha fatto un deserto o quasi e non perché allo stadio non ci va ma perché ha reso una pena andarci, un imbarazzo portaci un figlio.

Va avanti così da un anno e passa e quindi è ora di prenderlo in parola questo tifo organizzato, di prendere atto delle sue azioni e del loro significato, in fondo di quel che vogliono. Un “tifo organizzato” come quello di Roma e Lazio ha mostrato di non voler e di non meritare un campionato. Non glielo ha tolto e non glielo toglierà nessuno il campionato. Se lo sono tolti da soli. Meriterebbero che venissero loro consegnate le curve, senza le partite.