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Roma, metro. “Gli ho gridato maledetti stranieri, me ne pento”

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ROMA – Roma, la metro. Non ci si sale sopra con tranquillità. E’ sporca, lenta, inaffidabile. Un guasto non è una sorpresa, è quasi la regola. Ed è faticosa, ostile: scale sporche, vagoni uguale. Ovunque senso, atmosfera di insicurezza e abbandono. No, non ci si sale sopra con tranquillità, è un servizio pubblico in degrado permanente.

Ma c’è un altro motivo per cui sulla metro non ci si sale sopra con tranquillità, un motivo che tutti vivono e conoscono, un motivo che però si fa fatica a dire. E il motivo che toglie la tranquillità, che mette in costante attenzione se non ansia, quel motivo è la gente, la pessima gente che in metro facilmente incontri.

Ci piace pensare che questa pessima gente sia fatta, composta soprattutto se non esclusivamente da “altri”. I neri, gli stranieri, gli sbandati, i mendicanti…Lo ha pensato d’istinto anche l’anziana mamma dell’uomo pestato e ridotto in fin di vita in metro dai due cui aveva chiesto di non fumare. Elena Vazzaz ricorda e confessa a Rinaldo Frignani che la intervista sul Corriere della Sera: “Avevano la pelle scura, ho gridato maledetti stranieri, ora me ne pento”.

Già perché quelli che hanno mandato in coma suo figlio Maurizio di Francescantonio picchiandolo e picchiandolo fino a letteralmente sfondargli la testa, le “bestie” come spesso si sente dire nei racconti a posteriori della gente comune, erano italiani eccome. Italiani e feroci. Italiani e crudeli. Italiani e massacratori senza un motivo che non sia la violenza per la violenza.

Perché non è questione di italiani o stranieri. La tribù della pessima gente ingrossa di numero e la compongono umani di ogni nazionalità e colore. Pessima gente dedita alla prevaricazione, che ama e venera la prepotenza. Pessima gente sulla metro e anche nel traffico. E anche al mercato o all’uscita dal cinema. E anche al parco dei bambini. Pessima gente come se ci fosse una scuola che li prepara ad essere tali, come se ci fosse una fabbrica che li produce in serie.

Roma città incattivita in cui la favola antica e buona della bonarietà è appunto solo favola con indosso le ragnatele del tempo. Roma città astiosa. Roma città difficile da vivere dove il senso stesso della sicurezza ogni giorno degrada, scivola un gradino più in basso.

Ci si abitua, certo. A Roma ci si è quasi abituati al fatto che quando piove “non ce se move”. Se a Roma piove i trasporti pubblici e privati diventano subito incognita, quasi avventura. Quando piove a Roma, basta che a Roma piova e chi a Roma vive si trova un po’ come il cavernicolo ai tempi che in caso di pioggia non sapeva se poteva andare a caccia o gli conveniva restare nella caverna.

Ci si abitua, si dà la colpa al “governo ladro” e si vede che qualcosa, qualcuno ci sta sfilando di tasca l’idea stessa, i vantaggi stessi della vita associata. Roma è così, ogni giorno di più, ogni giorno meno civile. Non so altrove, di certo non è solo Roma. Sempre più abitata da pessima gente.

Ma cosa fa la gente pessima? Girano alibi: la crisi economica. No, non si muore di fame né a Roma né in Italia. La paura, le paure fanno la gente pessima? La televisione ebete? Il web ignorante? La politica analfabeta e irresponsabile? La scuola che si è arresa? La famiglia dove è religione farsi solo e soltanto i fatti propri? Sì, forse, anche no. La sicurezza del vivere, la sicurezza perduta è anche questo annaspare, non sapere perché e chi peggiora la gente. Solo il come si sa, basta, ad esempio, salire in metro.