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Sanità, nato senza gambe genitori pronti a far causa. A chi?

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ROMA – L’home page di un grande quotidiano (La Repubblica) informa e titola: “Parma, nasce senza gambe, genitori pronti a far causa”. Seguono brevi cenni della vicenda: il neonato Bryan, la mamma Monica, l’Ospedale Maggiore, una gravidanza in gran parte seguita da un medico privato, ecografie che non avrebbero rilevato il grave handicap del nascituro.

Seguono soprattutto nel testo della notizia le frasi e gli argomenti degli avvocati che hanno preso in mano la cosa e stanno per trasformarla in causa, insomma stanno preparando le carte per andare in Tribunale. Gli avvocati fanno il loro mestiere, nulla da dire. Anche se, specie quando si tratta di vicende legate alla sanità, ci mettono spesso, sempre più…come dire, eccesso di zelo.

A dire comunque degli avvocati in questa vicenda del bimbo nato senza gambe c’è materia abbondante per fare causa. Ci permettiamo di chiedere: causa a chi?

Al medico privato che ha seguito per lungo tempo la gravidanza e per negligenza o imperizia non avrebbe visto e avvertito la deformità, alle strutture sanitarie dove successivamente la donna è andata per farsi seguire e partorire, ad ecografi e ginecologi e a tutti quelli con un camice bianco che abbiano incontrato mamma Monica durante la sua gestazione.

Tutti questi saranno chiamati in causa come responsabili e autori di un danno. Danno a chi? Non al piccolo e sfortunato Bryan, nessuna diagnosi precoce gli avrebbe evitato l’infermità, nessuna medicina conosciuta al mondo sa neanche lontanamente come ridare le gambe ad un feto nel ventre materno.

Non è Bryan dunque il danneggiato. E allora il danno ai genitori. Quale danno? Non certo quello di una mancata guarigione, in ogni modo era impossibile far nascere il bambino integro. Non certo quello di una menomazione indotta da male pratiche di mala sanità: la deformità non è attribuibile ad errori medici.

Il danno allora è quello di aver consegnato ad una coppia che si aspettava un figlio integro un figlio invece gravemente menomato. I genitori che si rivolgono ad avvocati ad avvocati si rivolgono perché considerano questo un danno.

Fossero stati avvertiti, se ne deduce, sarebbero ricorsi all’aborto. Sarà questa la tesi degli avvocati a sostegno delle richieste di risarcimento che verranno insieme alla causa? Era secondo legge e scienza medica possibile un aborto nei tempi in cui la menomazione poteva essere diagnosticata nel feto?

Risponderanno giudici e medici. Qui ci si sofferma sulla natura profonda del risarcimento che sarà richiesto. Risarcimento per cosa, di cosa? Della e dalla mala sorte di un figlio menomato e/o dalla impossibilità di abortire per non averlo così menomato? A chi o a che cosa si fa causa? A Dio per chi ci crede, alla natura, al destino, al fato, al caso per chi crede o si affida a queste altri “cassetti” e costringere in cui l’umano tenta di infilare ciò che vive? O alla medicina, al potere, ai medici, allo Stato, alla scienza, alla sanità pubblica e privata…?

Pare proprio che la causa in ultima istanza sia rivolta contro tutte queste entità e fondata sul fatto, anzi pensiero, anzi cultura secondo i quali c’è un  diritto naturale a che tutto vada bene e vada secondo le aspettative. Che ci sia questa cultura è un fatto e pure incontrovertibile. Che sia questo diritto è una balla, una menzogna, una pretesa, una prepotenza, uno dei peggiori vizi della società.