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Sanremo va, portafoglio no, Renzi galleggia

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ROMA – Sanremo va, in quantità. Da dieci a dodici milioni di italiani ogni sera lo guardano in televisione. E’, a suo modo, l’Italia che resiste. Che resiste in un eterno presente. Eterno perché, tutto sommato e molto più di quanto non ci venga spontaneo ammettere e constatare, un presente più che accettabile, anzi confortevole. Era il 1968 e i giovani studenti di allora che occupavano le Università avevano orrore di Sanremo, del Festival, della sua musica e della sua liturgia televisiva. Ne decretavano la morte imminente, 48 anni fa…

Sanremo va, non solo in quantità. Sanremo riflette e in Sanremo si specchia un qui e adesso fatto di piacevoli abitudini, reddito medio soddisfacente, risparmio accumulato molto, garanzie di welfare notevoli, assistenza pubblica perfino esagerata. Un qui e adesso dove la sinfonia del tempo libero è libera di correre dolce, dove c’è la certezza dell’appuntamento del Festival, dove il Festival è una festa collettiva. Dove insomma la qualità della vota è punteggiata di problemi e qualche guaio ma complessivamente è alta e garantita. A suo modo il Festival di Sanremo è un  piccolo “tagliando” di questa garanzia.

Sanremo va, in quantità e qualità negli stessi giorni in cui il portafoglio non va. Non va il portafoglio di chi investe, non va il portafoglio di chi risparmia. Soprattutto non va il portafoglio di chi attende che il portafoglio ricominci ad andare e vada come prima, più di prima. L’intero pianeta è percorso da un problema enorme di cui si intravedono solo e soltanto soluzioni minime. Il problema è: la macchina produttiva, l’economia detta “reale”, la manifattura, l’agricoltura, i servizi, quella che chiamiamo la “crescita” non ce la fanno a pagare e sostenere i costi della qualità e livello di vita di cui un terzo della popolazione mondiale gode e un altro terzo è a un passo dall’ottenere.

I costi di questa qualità e livello di vita sono di fatto basati sulla cosiddetta economia di “carta”, che neanche di carta è più. Economia elettronica, economia finanziaria. Economia del debito. Questa è l’architrave che sostiene e che di fatto garantisce che il portafoglio vada. Ma dentro la planetaria economia del debito c’è ormai da quasi un decennio un “baco”. Un baco manifesto: l’economia del debito su decisa pressione dei popoli e dei governi si alimenta della crescita progressiva del debito stesso. E’ la crescita progressiva del debito che paga e garantisce diritti sociali e patrimoni economici. Nella crescita progressiva del debito come comandamento e precetto c’è però la consapevolezza del “peccato”, una sorta di peccato originale. Tutti in qualche modo sanno che qua e là, prima o poi, poi o prima, qualcuno non pagherà e qualcuno non sarà pagato.

Quindi il portafoglio non va, e non solo quello di chi perde in Borsa il 20 per cento in un mese. Non va il portafoglio di chi si attende dal risparmio accumulato consistente redditività, non va il portafoglio di chi investe in produzioni. Non va, nonostante dovrebbe andare, eccome. Le materie prime costano poco, il denaro non costa niente: dovrebbe andare e non va. Il futuro, il domani promette, annuncia, anzi assicura che non andrà come il presente si attende da lui.

L’italiano medio mediamente seduto a vedersi la sera con calma soddisfazione Sanremo neanche giustamente ci pensa di essere l’immagine, la forza tranquilla di un presente somaticamente diverso dal futuro prossimo, dal domani. Tutta l’impalcatura del modo di vivere cui temiamo e siamo abituati è messa in tensione dall’impossibilità di finanziarla se non con il debito, ma il debito è la struttura di cui periodicamente una putrella, una trave cede.

E in mezzo, tra la relativa serenità e agiatezza del presente e la sostanziale insostenibilità della pretesa e attesa che il domani gli somigli come goccia d’acqua e pure depurata, i governi, la politica, la gente. E le rispettive impotenze. In una lettera a La Repubblica Matteo Renzi dice con grande franchezza e immediatezza che la politica economica, e non solo economica, dell’Unione Europea negli ultimi otto anni è sbagliata e nociva. Mentre quella americana è stata corretta e utile. Dice Renzi: là, negli Usa, investimenti pubblici e niente vincoli di bilancio. Risultato: occupazione e Pil crescenti. Qua, in Europa, austerità e vincoli di bilancio. Risultato: occupazione e Pil stagnanti. Aggiunge Renzi: i pochi che sono andati non male sono i paesi che hanno ignorato o violato i dogmi dell’austerità.

Quindi Renzi è chiaro, occorre fare come in Usa, sostanzialmente investire in deficit. Negli Usa però c’è un sistema economico/sociale tanto efficace nel trasmettere lo stimolo finanziario quanto crudele e spietato nelle garanzie e costi sociali. Per dirla alla grossa negli Usa stampi cento dollari a deficit pubblico e di questi cento ne arrivano al sistema produttivo novanta. Perché negli Usa sono bassi i costi della burocrazia, della protezione sociale, del welfare, dell’assistenza, del clientelismo, della corruzione. E alti sono i tassi di produttività e, se si vuole, sfruttamento del lavoro. In Europa se stampi cento euro a deficit ne diventano economia reale forse quaranta. Il resto se ne va nelle voci suddette molto più alte in Europa che negli Usa.

Quindi, per fare in Europa come negli Usa si può fare ma il debito diventa stellare e qualche “stella” inevitabilmente diventa asteroide che cade su questa o quella terra e ne estingue il portafoglio. E’ questa l’impotenza di fatto dei governi. Quanto ai partiti politici nella quasi totalità si tengono lontani dal reale, dalla verità. Raccontano all’elettorato e ai gruppi sociali quello che elettorato e gruppi sociali vogliono sentirsi dire. Nella politica l’impotenza ad azioni reale sulla realtà è strutturale, voluta, cercata, apprezzata…votata. La gente? Che può fare la gente? Nulla se prima non accetta il dato di fatto che il presente è il risultato di settanta anni che così ricchi e giusti dalle parti nostre l’umanità non ha mai visto mai. E che quindi il domani, cara e grazia se…Ma molta della gente si sente addirittura in credito con il passato e il presente, pensa di avere da reclamare e ottenere di più, molto di più. E così vive e celebra l’impotenza del cieco e sordo che mena botte da orbi all’aria intorno a sé e a chiunque gli faccia da prossimo.