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Scuola, bocciato uno su due. Caporetto dei prof precari

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ROMA – Scuola, c’è un Concorso nazionale in corso. Concorso per andare in cattedra. Ci sono, anzi c’erano, 71.448 candidati e decine di migliaia di posti da assegnare. Tutti i candidati sono dotati di “abilitazione all’insegnamento” (vedremo poi ottenuta come). Di questi settantamila e passa candidati, nella stragrande maggioranza prof precari da sistemare in cattedra appunto, il 52,2 per cento, esattamente 32.036, non è stato neanche ammesso agli orali. Troppo evidentemente ignoranti e incompetenti come ha rivelato la prova scritta. E’ la Caporetto dei prof precari.

Già, ma cosa è Caporetto? Molti dei candidati non avrebbero saputo rispondere. Nei loro scritti si legge su Tuttoscuola (una sorta di informata enciclopedia della scuola italiana) “scarsa capacità di comunicazione scritta, in termini di pertinenza, chiarezza e sequenza logica”. Insomma non sanno scrivere, non sanno quel che scrivono, non tengono il filo di un ragionamento. E ancora “carenza di elaborazione di un testo in modo organico e compiuto”. Cioè faticano di fronte a un concetto, scrivono male perché pensano male e viceversa.

Inadatti alla comunicazione scritta e alla concettualizzazione e anche spesso fieramente ignoranti. Strafalcioni in storia, geografia (neanche le capitali d’Europa), in matematica. Per non dire delle discipline tecniche. In pos di un italiano tanto elementare da far supporre agli esaminatori fossero candidati di lingua straniera. Immersi in un sub cultura che li porta in sede di esame ad esibirsi in testi scritti con cmq e ke al posto di comunque e che…Oppure a non comporre la prova scritta con alcun testo ma solo con la frase: “Sono una madre di famiglia con tre figli in cerca di posto fisso…”.

Rischio di 23 mila cattedre vuote titola il Corriere della Sera perché con tanti bocciati…Ma chi davvero ha riempito quelle cattedre negli anni passati? Stiamo drammaticamente scoprendo come abbiamo fabbricato i prof precari e che cosa abbiamo fabbricato. Abilitazioni all’insegnamento concesse solo sulla base della frequenza a corsi organizzati soprattutto per distribuire un po’ di denaro pubblico e raccattare un po’ di consenso: una specie di “sei politico” concesso a chi voleva fare l’insegnante.

Abilitazioni per frequenza o attestato di presenza che consentivano di diventare precario della scuola. E da precario della scuola a prof in cattedra a quel punto doveva essere solo una questione di tempo, di anzianità di precariato. Infatti il Concorso accoglie quasi esclusivamente pro precari, anche se non può fare a meno di bocciarne la metà già agli scritti.

Anzianità di precariato, anzianità come unica carriera, retribuzioni uguali per tutti, orizzontalità della gestione, nessuna valutazione: sono questi i capisaldi del sindacalismo scolastico. Che si basano sull’assunto: un docente svolge funzione che non può e deve essere misurata, basta la sua competenza. Già, ma se alla base non c’è nessuna competenza ma solo l’essersi iscritti in una sorta di lista di collocamento? Se l’abilitazione all’insegnamento altro non è stato che il numeretto che si prende quando ci si mette in fila?

Gian Antonio Stella sul Corriere della Sera sintetizza: “meglio un somaro in cattedra o un somaro a spasso”? E risponde che nessun genitore vorrebbe un prof incompetente in cattedra. Il giornalista concede qualcosa, solo qualcosa, alla severità (?) degli esami ma documenta il deserto disperante di competenze (per non dire altro) dei candidati. Però è sicuro che i genitori cittadini, posti di fronte al dilemma, scelgono che è meglio “il somaro a spasso”.

Mica vero, mica del tutto vero. E’ stata cultura di massa, è stato consenso di massa, è stato benestare della gente quello che ha consentito che le abilitazioni all’insegnamento fossero graziosamente offerte come calmante della non occupazione di laureati. La stessa cultura, consenso e benestare che hanno accompagnato il disinnesco nella scuola e università di ogni difficoltà e competenza, insomma che hanno applaudito la laurea amputata il più possibile dalla difficoltà di conseguirla.

Ed è stata la gente sostenuta dalla politica e la politica sostenuta dalla gente a elaborare e propagandare, difendere, omaggiare in televisione, sui giornali, nei sindacati, sui luoghi di lavorio e perfino nell’urna elettorale, l’idea, la regola, il comandamento per cui chi è precario deve, ha diritto, per il solo e bastante fatto di essere precario, di avere un posto fisso. Una cattedra a scuola o qualunque altro posto fisso in qualunque altro luogo se sei stato precario è un diritto naturale. Questo a stragrande maggioranza abbiamo pensato o lasciato si pensasse e soprattutto si facesse.

Ora scopriamo che i prof precari sono almeno uno su due inadatti a fare i prof. Facessimo analogo screening ad altre professioni, il risultato non cambierebbe. Giornalisti, avvocati, commercialisti, medici…legioni di “scarse capacità di comunicazione scritta…chiarezza e sequenza logica…carenza di elaborazione in modo organico e compiuto…”. Per non parlare di politici, sindacalisti, pubblici amministratori…e anche privati.

Sono un paio di decenni almeno che, ammesso i genitori cittadini pensino sia “meglio un somaro a spasso”, i cittadini/gente/ elettori/ opinione pubblica approvano, concordano, operano, vigilano e talvolta si mobilitano pure perché sia “meglio un somaro in cattedra”.