Lucio Fero

Selfie a Rigopiano: il piacere di postarsi arditi infami

Selfie a Rigopiano: il piacere di postarsi arditi infami

Selfie a Rigopiano: il piacere di postarsi arditi infami (il selfie di Salvini dalle zone della tragedia in Abruzzo)

ROMA – I selfie a Rigopiano, davanti, a fianco, il più possibile vicino alle macerie di quello che fu l’albergo, magari con un piede su un pezzo di maceria. C’è chi va a farseli i selfie a Rigopiano. Gente, quella che chiamiamo gente, c’è gente che va a farsi il selfie a Rigopiano. Per postarlo ovviamente, per stampare su Facebook il piacere, il brivido, la conquista della scalata alla maceria.

Relativamente poca gente per ora è arrivata a farsi il selfie a Rigopiano (relativamente perché anche solo uno sarebbe intollerabilmente troppo, impudicamente troppo). Perché non è mica facile, bisogna volerlo, non ti capita facendo due passi. Bisogna inerpicarsi, scavalcare, faticare, comunque da Campo Imperatore si arriva a piedi e la notizia si è sparsa.

Ma scarpinare e arrampicarsi è il meno, il più è lo stomaco che ci vuole per mettersi in posa magari proprio sopra dove sotto quelli sono morti…Ecco, guarda, dietro di me scendeva qui la valanga, ecco questa è la posizione giusta…Ci vuole stomaco ma quelli del selfie a Rigopiano non sanno di averlo. Non hanno reale coscienza di ciò che fanno, non percepiscono l’impudicizia civile di quello che fanno. Se incontrandoli qualcuno pronunciasse la parola pudore o civile sarebbe per loro lingua straniera e incomprensibile.

Virginia Piccolillo nel suo articolo sul Corriere della Sera informa dello sconcerto e dispiacere dei parenti delle vittime al pensiero di turisti ed escursionisti che vanno a passeggiare sulle macerie. E accenna a ronde dei parenti, crediamo più immaginarie che reali. E lascia intravedere un’altro insopportabile “a chi compete” tra mini autorità su chi e come dovrebbe vigilare. E infine riporta la proposta, la richiesta di un recinto intorno alle macerie, intorno al luogo dove 39 persone sono morte.

Non servirebbe a nulla il recinto, servirebbe solo ad essere scavalcato e a diventare lo sfondo di un nuovo selfie, magari appunto a cavalcioni del recinto.

Andare a guardare la morte e il luogo della morte è antica e comune pulsione umana. Tutti rallentiamo quando sulla strada passiamo sul luogo di un incidente stradale e tutti siamo andati a Ground zero e tutti proviamo questa umana vertigine nei luoghi dei massacri della storia o dei drammi della cronaca. E’ come se volessimo osservare se la morte ha lasciato tracce, come se volessimo toccare, almeno con lo sguardo, le sue impronte. Questa è una comune e pressoché generale pulsione umana.

Ma c’è chi non rallenta in auto per guardare gli esiti di un incidente, c’è chi si ferma. Chi si ferma, scende e vuole arrivare all’auto capovolta o fracassata e vuole arrivare se possibile a vedere la vittima. E qui cominciano i primi passi nella patologia. Solo primi timidi passi nella patologia perché chi si avvicina al sangue lo fa a passi felpati, quasi nascondendosi. Sa che non dovrebbe, non vorrebbe farsi vedere, più o meno che sia, comunque si vergogna.

Quelli del selfie sulle macerie di Rigopiano, o dell’Aquila o di Amatrice o a un passo dal relitto della Concordia, quelli dei selfie sulle disgrazie, macerie, tombe e affini invece non si vergognano, neanche un po’. Loro rispondono soprattutto ad altra pulsione: non è che vogliano solo vedere, vogliono farsi vedere. Far vedere proprio loro, proprio lì. Considerano un successo da esibire il selfie scattato là dove ci sono stati quei morti, sono contenti di piantare una bandierina del loro ego sulla mappa della morte altrui.

Sono degli arditi della vanità, si danno un gran da fare per esserci, per arrivare a quel selfie e soprattutto a quel postarlo sul social, fremono e provano piacere nel comunicare al mondo quanto sono riusciti ad essere quotidianamente, normalmente, tranquillamente infami.

 

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