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Stipendi storti Italia: dipendente guadagna 1, capo 31

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ROMA – Stipendi, stipendi nelle imprese italiane: stipendi storti ancor prima che eventualmente ingiusti. Storti perché così compressi alla base e dilatati al vertice da compromettere perfino il senso di comunanza e di appartenenza tra dipendenti e manager. Storti perché un sistema economico e produttivo ha bisogno di distanza retributiva tra chi comanda, decide, ha competenze e responsabilità e chi esegue, impara, ripete. Distanza, non abisso. L’abisso retributivo tra manager e dipendente fa male all’economia, all’efficienza aziendale.

Non è questione di essere “giusti” o “buoni” o egualitaristi o anti sistema. Non esiste una forbice degli stipendi in sé giusta o equa né si può temperare l’utile e umanissima corsa al guadagno e al suo incremento, tanto meno vanno mortificate le differenze retributive che segnalano (dovrebbero) il merito. Ma se in media in Italia in lavoratore dipendente guadagna un trentunesimo di quanto in un anno prende il suo amministratore delegato, se la media (la media!) della forbice tra le due mansioni e i due stipendi è mille euro contro 31 mila, allora è un troppo che stroppia.

L’indagine Mediobanca sulle imprese italiane però ci dice che questo troppo che stroppia è la misura vera del legno storto degli stipendi in Italia. Mille contro 31 mila con i 31 mila che possono arrivare e talvolta arrivano a 43 mila se il manager cumula più qualifiche dentro la stessa azienda. Quarantatre, sempre in media gli anni di lavoro che servono a un dipendente per guadagnare quanto il suo super capo incassa in un anno.

Può funzionare una cosa così, una cosa dove qualcuno in anno porta a casa quel che mille incassano in 43 anni? Quali reali effetti produce sulla singola azienda e anche sulla per così dire “azienda sociale” che è la collettività, il suo umore e sentimento pubblico? Uno studio antico stabiliva alcuni decenni or sono in maniera un po’ arbitraria ma assai plausibile che il rapporto felice, utile e sano tra base e vertice retributiva poteva essere di uno a dodici. Insomma era giusto e sano e utile che il capo guadagnasse non il doppio, il triplo, sei volte la paga del dipendente ma fino a 10/12 volte. Millecinquecento al mese contro 18mila al mese. Così ci siamo, si diceva.

Ora siamo a 1.500 al mese contro 46.500 se non 70 mila…L’effetto è rabbia sorda, squilibrio sociale e alla lunga anche economico produttivo. Non fa bene all’azienda, alla singola azienda, che il capo guadagni quaranta volte il dipendente. Non fa bene alla società, alla politica, alla salute pubblica. E non perché bisogna essere uguali, tutt’altro. E’ bene essere diversi, molto diversi quanto a reddito. Diversi che uno guadagna dieci volte l’altro o anche quindici, è una bella differenza. Oltre questo rapporto, a 30/40 volte di differenza, comincia a non essere più differenza, inizia ad essere esclusione, accaparramento, diventa barriera invalicabile, muro blindato tra due “specie” di umani. Oltre finisce…male.