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Terremoto, 250mila case da controllare. Votare? Non se ne parla

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ROMA – Terremoto, anzi i terremoti di Agosto e Ottobre in Centro Italia e la terra che ancora trema. Il bilancio ad oggi è approssimativamente di danni valutabili almeno al doppio dei danni inferti dal terremoto de L’Aquila (tanto per dare una misura di grandezza mediatica). Il danno enorme e diffuso è quello di aver praticamente reso inabitabili un’area, decine di paesi, centinaia di borghi. Inabitabili più che danneggiati.

La differenza tra inabitabile e danneggiato è la differenza tra la catastrofe, lo spopolamento o invece la faticosa e lunga rinascita e ricostruzione. Questa differenza va misurata, verificata. Casa per casa, edificio per edificio. E sono, se il terremoto non infierirà ancora, ben 250 mila le case private da controllare. Più gli edifici pubblici. Un numero così grande che con le procedure standard ci vorrebbero anni. Per questo governo e Commissario per il terremoto stanno provando con i Comuni e le Regioni a sveltire, semplificare, procedere. A trasformare in un lavoro di mesi quello che sarebbe un lavoro di anni.

Se il terremoto non infierisce ancora: il lavoro di controllo era già cominciato dopo il sisma di agosto, la scossa di ottobre ha buttato giù anche questo lavoro, tutto da rifare, case ed edifici già controllati da ricontrollare. Dalla verifica di abitabilità o meno dipende anche il numero vero degli sfollati.

Sfollati che oggi si contano a 26 mila. Ma il numero potrebbe crescere se quelli che hanno la casa abitabile non ci tornano per comprensibile paura. Oppure potrebbe diminuire man mano che qualche casa torna utilizzabile. Quasi trentamila persone comunque oggi sopravvivono che in albergo, chi nelle tende gonfiabili, chi nei camper, chi nelle auto. Per loro, tra qualche settimana, i container. Ma quanti container? Dipende dal numero degli sfollati, numero che oscilla.

In questa drammatica frenesia di lavori, emergenze, urgenze, bisogni per i terremotati di votare al referendum del 4 dicembre non se ne parla. I Comuni, molti, sono materialmente crollati. Quindi hanno saltato il primo adempimento elettorale: avvertire gli elettori residenti all’estero. Ma irreperibili o quasi sono gli elenchi elettorali. Allestire un seggio in un tendone non sarebbe un problema. Ma i certificati, gli elenchi, gli adempimenti…Quello dei sindaci è un coro: “Abbiamo altro da fare di più importante”. Ed è probabile la pensiono così anche i loro cittadini.

Quindi per un pezzo, piccolo ma non certo infinitesimo, dell’elettorato italiano votare al referendum sarà di fatto impossibile. Una buona ragione per rinviare il voto del referendum? Probabilmente no perché due settimane di rinvio non cambierebbero la situazione e poi c’è Natale e mica si può votare a Natale e allora il referendum slitta di troppo, di mesi e il rinvio diventa cambio delle carte in tavola.

Quindi non un buon motivo per rinviare. Ma, va detto, anche se un terremoto fosse un buon motivo per il rinvio di una consultazione elettorale, il nostro sistema di vita pubblica non se lo potrebbe permettere. Il motivo per cui non si rinvia il referendum è, per la politica, che chi si “macchia” di rinvio ha paura di perdere. Per questo i tanti Brunetta d’Italia non approverebbe un rinvio firmato Renzi neanche se un terremoto avesse aperto l’Italia come un melone, per la goduria di poter gridare ai microfoni: “Al golpe, ha paura di perdere”.